The Sofa Chronicles, le serie TV del momento

Ogni due mesi, il giorno 27, 5 serie TV per tutti i gusti: The Sofa Chronicles è la rubrica dove recensiamo le novità più popolari del momento, consigliandovi quali valga la pena guardare comodamente sul divano e quali no.


Tell Me Lies, Sta­gio­ni 1 – 2, Hulu, Disney+ (Mea­ghan Oppe­n­hei­mer) – recen­sio­ne di Vivia­na Genovese

Basa­ta sull’omo­ni­mo roman­zo di Caro­la Love­ring, Tell Me Lies è una serie che sca­va nei lati più oscu­ri del­le rela­zio­ni, esplo­ran­do il sot­ti­le con­fi­ne tra pas­sio­ne e distru­zio­ne. La sto­ria si svi­lup­pa nell’arco di otto anni e ruo­ta attor­no a Lucy Albright (Gra­ce Van Pat­ten) e Ste­phen DeMar­co (Jack­son Whi­te), il cui lega­me è carat­te­riz­za­to da mani­po­la­zio­ni, segre­ti e dipen­den­ze emo­ti­ve. La nar­ra­zio­ne si sno­da tra il pre­sen­te e il pas­sa­to, con i pro­ta­go­ni­sti che, pur cer­can­do di scap­pa­re dai pro­pri fan­ta­smi, si ritro­va­no intrap­po­la­ti nel­le stes­se dina­mi­che tos­si­che e cari­che di tensione.

Com­po­sta da 18 epi­so­di tota­li distri­bui­ti in due sta­gio­ni, la serie cat­tu­ra l’attenzione gra­zie alla chi­mi­ca pal­pa­bi­le tra i per­so­nag­gi principali.

Nel­la pri­ma sta­gio­ne, il loro incon­tro all’u­ni­ver­si­tà segna l’inizio di un rap­por­to che sem­bra roman­ti­co, ma ben pre­sto si rive­la un gio­co che ruo­ta attor­no a bugie e tradimenti.

Con l’arrivo del­la secon­da sta­gio­ne – appro­da­ta su Disney+ in Ita­lia il 20 novem­bre 2024 – inve­ce, si por­ta­no alla luce le con­se­guen­ze deva­stan­ti del­le loro scel­te, men­tre le riper­cus­sio­ni del­le loro azio­ni si fan­no sen­ti­re anche su chi li circonda.

Un rac­con­to idea­le per chi ama i dram­mi psi­co­lo­gi­ci inten­si e com­ples­si e che, pur essen­do anco­ra­to a una strut­tu­ra rela­ti­va­men­te sem­pli­ce, met­te a nudo la dif­fi­col­tà di lasciar anda­re ciò che ci feri­sce – anche quan­do è l’unica via per ritro­va­re sé stes­si – e non smet­te mai di sor­pren­de­re, coin­vol­gen­do lo spet­ta­to­re e man­te­nen­do­lo costan­te­men­te sospe­so, ma sen­za mai deluderlo.


Squid Game, Sta­gio­ne 2, Net­flix (Hwang Dong-hyuk) – recen­sio­ne di Miche­le Cacciapuoti

Net­flix ha sto­ri­ca­men­te abi­tua­to il pub­bli­co a un calo di qua­li­tà, quan­do una serie ori­gi­na­le (maga­ri non sta­tu­ni­ten­se) vie­ne sus­sun­ta da Hol­ly­wood per nuo­ve sta­gio­ni: spes­so vie­ne spre­mu­ta fino al midol­lo. Con Squid Game, in effet­ti, la divi­sio­ne del sequel in due sta­gio­ni sem­bra rispon­de­re a tali logi­che (resta in sospe­so soprat­tut­to la sto­ry­li­ne del­la guar­dia No-eul, ma altri cer­chi si chiu­do­no bene).
C’è un buon equi­li­brio fra noto e igno­to, fra il ritor­no dei gio­chi del­la pri­ma sta­gio­ne e l’innovazione (nel­le rego­le e con nuo­ve sfi­de). Rispet­to all’originale, risul­ta per­si­no miglio­ra­to l’aspetto cora­le e del­le dina­mi­che di grup­po (anche se a svan­tag­gio dell’approfondimento dei sin­go­li, for­se anche per la divi­sio­ne in due sta­gio­ni).
Nono­stan­te alcu­ne cri­ti­che, anche le pri­me due pun­ta­te dai trat­ti più reven­ge caper sono ben con­ge­gna­te: quel­lo che man­ca è un lega­me fra que­ste e il resto del­la sta­gio­ne, ambien­ta­to sull’isola. Non appa­re cre­di­bi­le il modo in cui Gi-hun tor­na a gio­ca­re, men­tre vie­ne obli­te­ra­to l’unico richia­mo al mon­do ester­no: la sto­ria del poli­ziot­to Jun-ho, dai risvol­ti peral­tro prevedibili.


M – Il figlio del seco­lo, Mini­se­rie, Sky (Ste­fa­no Bises, Davi­de Seri­no, Anto­nio Scu­ra­ti) – recen­sio­ne di Car­mi­ne Catacchio

Il timo­re era quel­lo di un bana­le bio­pic sul­la vita pub­bli­ca e pri­va­ta di Mus­so­li­ni (Luca Mari­nel­li) dal­la nasci­ta del Fasci­smo (1919) al Delit­to Mat­teot­ti (1924).

Inve­ce la serie comin­cia con un inva­den­te sfon­da­men­to del­la quar­ta pare­te; scel­ta discu­ti­bi­le che negli epi­so­di suc­ces­si­vi sce­ma. Tut­ta­via, quel vol­tar­si ver­so la cine­pre­sa costrui­sce una com­pli­ci­tà tra il per­so­nag­gio sto­ri­co e lo spet­ta­to­re. Uno spet­ta­to­re che diven­ta atti­vo con l’infrazione del­la Leg­ge nume­ro uno del cine­ma clas­si­co. In più la regia inter­na­zio­na­le di Wright colo­ra l’estetica del­la serie in modo ori­gi­na­le, come Cara­vag­gio alle spal­le di una Chie­sa in guar­dia su un sepol­cro baroc­co. M – Il figlio del seco­lo non è una serie silen­zio­sa e non man­ca di rife­ri­men­ti all’attualità. Come il «Make Ita­ly great again» det­to da un Mus­so­li­ni appe­na diven­ta­to pre­mier e le cami­cie nere simi­li a dei nazi­skin a un con­cer­to punk. Mus­so­li­ni, come nel­la tra­spo­si­zio­ne tea­tra­le di Popo­li­zio, è il vero figlio del seco­lo: dall’invidia per D’Annunzio alle mac­chi­na­zio­ni di Sar­fat­ti e «Cesa­ri­no», si rive­la solo un ingra­nag­gio ine­vi­ta­bi­le di quell’Italia post­bel­li­ca. Non è archi­tet­to del suo desti­no, ma un pesce mos­so dal flus­so del fiu­me. E que­sto fiu­me si chia­ma Storia.


The 8 Show, Sta­gio­ne 1, Net­flix (Han Jae-rim) - Recen­sio­ne di Vio­la Vismara

The 8 Show è un K‑drama che mesco­la sati­ra socia­le e dram­ma psi­co­lo­gi­co, esplo­ran­do fino a che pun­to ci si spin­ge per otte­ne­re ciò che si desi­de­ra. Seb­be­ne con­di­vi­da alcu­ne ana­lo­gie con Squid Game, le due serie si dif­fe­ren­zia­no nel tono e nel livel­lo di spet­ta­co­la­riz­za­zio­ne. Men­tre Squid Game è carat­te­riz­za­to da un’a­zio­ne e da un rit­mo accat­ti­van­te, The 8 Show si distin­gue per una cri­ti­ca dis­sa­cran­te che evi­den­zia la cru­del­tà e la fero­cia del­la natu­ra umana.

La tra­ma si svi­lup­pa attor­no a un game show in sti­le Gran­de Fra­tel­lo, dove otto par­te­ci­pan­ti sono costan­te­men­te ripre­si da tele­ca­me­re men­tre sono rin­chiu­si in un edi­fi­cio a otto pia­ni. Un pub­bli­co pagan­te, oltre a osser­va­re, ha anche il pote­re di deci­de­re la dura­ta del­lo show. Ogni par­te­ci­pan­te gua­da­gna più dena­ro con il pas­sa­re del tem­po e, soprat­tut­to, in base al pia­no che occu­pa: i pia­ni più alti offro­no mon­te­pre­mi di gran lun­ga mag­gio­ri, riflet­ten­do il clas­si­smo radi­ca­to nel­la socie­tà sud­co­rea­na. Sen­za rego­le pre­ci­se e costan­te­men­te sot­to l’occhio del­le tele­ca­me­re, i pro­ta­go­ni­sti ini­zia­no con inten­ti col­la­bo­ra­ti­vi, ma ben pre­sto si spin­go­no a pra­ti­che sem­pre più cru­de­li per intrat­te­ne­re il pub­bli­co invi­si­bi­le e accu­mu­la­re dena­ro. Ogni per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to dal nume­ro del pia­no, e seb­be­ne non ven­ga­no appro­fon­di­ti (eccet­to il pro­ta­go­ni­sta), la serie crea un espe­ri­men­to socia­le in cui la soli­da­rie­tà ini­zia­le si tra­sfor­ma in egoi­smo e cru­del­tà, ali­men­ta­ta dal­la neces­si­tà di com­pia­ce­re il pub­bli­co e gua­da­gna­re di più. Il gio­co diven­ta una rifles­sio­ne ama­ra sul­la disu­ma­niz­za­zio­ne e sul­le disu­gua­glian­ze socia­li, offren­do uno spie­ta­to ritrat­to di una socie­tà sud­co­rea­na (e di una natu­ra uma­na) sem­pre più cinica.


The Buc­ca­neers, Sta­gio­ne 1, Apple TV+ (Kathe­ri­ne Jakeways) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Un grup­po di gio­va­ni ragaz­ze ame­ri­ca­ne, incli­ni al diver­ti­men­to e for­te­men­te lega­te l’una all’altra, si tra­sfe­ri­sco­no a Lon­dra per cer­ca­re di tro­va­re mari­to. Mol­to bene­stan­ti, l’obiettivo è pre­sen­tar­si nel miglio­re dei modi alla socie­tà ingle­se e fare un debut­to memo­ra­bi­le. C’è chi vuo­le sem­bra­re la per­fet­ta moglie e chi non ha pau­ra di dire ciò che pen­sa: ognu­na di loro però dimo­stra sem­pre gran­de for­za e voglia di affer­mar­si. Basa­ta sull’omonimo, e incom­ple­to, roman­zo di Edith War­ton, The Buc­ca­neers all’apparenza potreb­be sem­bra­re una copia più ame­ri­ca­na di Brid­ger­ton. Non man­ca­no di sicu­ro momen­ti di risa­te o da bat­ti­cuo­re tra alcu­ne ragaz­ze e i rispet­ti­vi pre­ten­den­ti, ma rega­la anche gran­de com­mo­zio­ne. La serie rega­la un ritrat­to duro e allo stes­so tem­po fine e deli­ca­to sul­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le di que­gli anni, la cosid­det­ta Gil­ded Age, 1870 cir­ca. Un pro­dot­to pas­sa­to in sor­di­na ma che meri­ta di esse­re recu­pe­ra­to, a mag­gior ragio­ne per la futu­ra usci­ta del­la secon­da stagione.

Con­di­vi­di:
Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Carmine Catacchio
Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.
Viola Vismara
Clas­se 2000. Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moderne.

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