Da riascoltare, Kendrick Lamar – To Pimp a Butterfly

Che cosa ren­de un album “sto­ri­co”? alcu­ni potreb­be­ro dire la bel­lez­za, che cat­tu­ra le mas­se e por­ta alla ven­di­ta di copie su copie. Altri affer­me­reb­be­ro l’innovazione, la spe­ri­men­ta­zio­ne e la fusio­ne tra più gene­ri musi­ca­li. Altri anco­ra pro­por­reb­be­ro il mes­sag­gio, in gra­do di sca­tu­ri­re rifles­sio­ni sull’attualità e dar vita a vere e pro­prie rivo­lu­zio­ni cul­tu­ra­li.

E se un singolo album fosse in grado di convogliare, in parte o totalmente, a discrezione dell’ascoltatore, questi tre aspetti?

Sono ormai pas­sa­ti 10 anni dal­la pub­bli­ca­zio­ne, il 16 mar­zo 2015, di To Pimp a But­ter­fly, ter­zo album in stu­dio del rap­per sta­tu­ni­ten­se Ken­drick Lamar, da mol­ti con­si­de­ra­to pie­tra milia­re e defi­ni­ti­va con­sa­cra­zio­ne del­la sua car­rie­ra. Un disco sto­ri­co, a tut­ti gli effet­ti: sto­ri­co per­ché diven­ta il pri­mo album del rap­per cali­for­nia­no a rag­giun­ge­re la vet­ta del­la clas­si­fi­ca di ven­di­te negli USA, 324.000 solo nel­la pri­ma set­ti­ma­na, e rag­giun­ge­rà il milio­ne nel giro di due anni. Sto­ri­co per­ché crea un pun­to di non ritor­no, che va a defi­ni­re un pri­ma e un dopo nel­la sce­na hiphop sta­tu­ni­ten­se e mon­dia­le: da quel momen­to in poi nes­sun rap­per (e non solo, come vedre­mo) potrà più igno­ra­re l’influenza musi­ca­le di Ken­drick. Ma sto­ri­co anche per quel­li che sono i temi trat­ta­ti all’interno del­le sue tracce.

Il disco si pre­fi­gu­ra infat­ti come un con­cept album, dove un argo­men­to ricor­ren­te fun­ge da file rou­ge e inter­con­net­te tut­te le trac­ce. Il tema car­di­ne è quel­lo del­la con­di­zio­ne socio-eco­no­mi­ca, pas­sa­ta e pre­sen­te, del­la comu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na, che sfo­cia poi in una coscien­te ana­li­si del­le pro­ble­ma­ti­che che afflig­go­no la socie­tà sta­tu­ni­ten­se più in gene­ra­le: raz­zi­smo, bru­ta­li­tà del­le for­ze dell’ordine, abu­so di sostan­ze, ecc. Tut­to que­sto è poi accom­pa­gna­to da un sot­to­fon­do musi­ca­le ugual­men­te sto­ri­co, nel vero sen­so del­la paro­la: si va ad attra­ver­sa­re buo­na par­te di quel­la che è sta­ta ed è la black music ame­ri­ca­na, dal jazz al soul al west coa­st hip hop moder­no, crean­do quin­di un’opera com­pren­si­va di tut­ti quei diver­si gene­ri musi­ca­li idea­ti dal­la comu­ni­tà nera, sim­bo­li di un’emancipazione anche dal pun­to di vista artistico.

E’ poi neces­sa­rio ricor­da­re il perio­do sto­ri­co in cui si col­lo­ca que­sto disco, per poter com­pren­der­ne a pie­no il mes­sag­gio. Nel 2015 si assi­ste­va ai pri­mi pas­si di quel­lo che è il movi­men­to Black Lives Mat­ter, nato nel 2013, allo­ra un feno­me­no pret­ta­men­te sta­tu­ni­ten­se, che avreb­be rag­giun­to rilie­vo mon­dia­le solo anni dopo con l’omicidio di Geor­ge Floyd. In cari­ca come pre­si­den­te vi era anco­ra Barack Oba­ma, pri­mo pre­si­den­te nero degli USA. Ciò veni­va visto da mol­ti come segno di gran­de avan­za­men­to cul­tu­ra­le del pae­se, final­men­te in gra­do di abbat­te­re impor­tan­ti bar­rie­re socia­li che resi­ste­va­no da secoli,ma al con­tem­po era inter­pre­ta­bi­le come segno di ipo­cri­sia, di una nazio­ne che cele­bra il rag­giun­gi­men­to del­la pre­si­den­za da par­te di un indi­vi­duo del­la comu­ni­tà nera ma che al con­tem­po con­fi­na, nolen­te o dolen­te, que­sta stes­sa comu­ni­tà a uno sta­to di subor­di­na­zio­ne socia­le ed eco­no­mi­ca. Da lì a poco sareb­be poi ini­zia­ta la pri­ma pre­si­den­za Trump, che avreb­be note­vol­men­te accen­tua­to la rile­van­za media­ti­ca e la pola­riz­za­zio­ne nei con­flit­ti socia­li, e for­se in que­sto l’album di Ken­drick è qua­si ser­vi­to da premonitore.

Tor­nan­do all’aspetto musi­ca­le, come det­to To Pimp a But­ter­fly è un coe­ren­te incon­tro tra vari sti­li di musi­ca nera ame­ri­ca­na, che van­no ad accom­pa­gna­re i testi rap­pa­ti del can­tan­te. Per far fun­zio­na­re al meglio que­sto col­la­ge di gene­ri Ken­drick si è asser­vi­to del­la sapien­za di un note­vo­le nume­ro di musi­ci­sti del­la sce­na cali­for­nia­na dai più dispa­ra­ti back­ground musi­ca­li, alcu­ni dei qua­li con sto­ri­che car­rie­re alle spal­le, altri che avreb­be­ro visto pro­prio in que­gli anni l’ascesa del­la pro­pria fama. Per elen­car­ne alcu­ni, tro­via­mo nell’album i can­tan­ti Snoop Dogg e Geor­ge Clin­ton, sto­ri­co front­man dei Par­lia­ment-Fun­ka­de­lic. Ma anche il com­par­to stru­men­ta­le van­ta dei nomi di spic­co: alcu­ne basi sono idea­te dal visio­na­rio pro­du­cer Fly­ing Lotus, che col­la­bo­re­rà poi spes­so in futu­ro con Ken­drick. In cer­ti bra­ni si può nota­re il sax di Kama­si Washing­ton, vir­tuo­so sas­so­fo­ni­sta jazz che, pro­prio a segui­to del­la par­te­ci­pa­zio­ne in que­sto disco, intra­pren­de­rà una fio­ren­te car­rie­ra da soli­sta e com­po­si­to­re. Al bas­so si ritro­va spes­so Thun­der­cat, anche egli musi­ci­sta anno­ve­ran­te vari lavo­ri da soli­sta o come col­la­bo­ra­to­re, e alla bat­te­ria par­te­ci­pa Robert Sea­right, idea­to­re del­le elet­triz­zan­ti par­ti per­cus­si­ve di grup­pi come Snar­ky Pup­py e Ghostnote.

L’ideazione e la creazione di questo album rappresentano già di per sé un lavoro mastodontico, che occupa per quasi tre anni il rapper e vede coinvolti ben cinque diversi studi di registrazione e varie decine tra produttori e musicisti.

Tra i bra­ni più signi­fi­ca­ti­vi e di suc­ces­so pos­sia­mo tro­va­re: King Kun­ta, trac­cia dal mar­ca­to carat­te­re funk, dovu­to soprat­tut­to alla incal­zan­te linea di baso di Thun­der­cat, che omag­gia il per­so­nag­gio let­te­ra­rio, idea­to dal­lo scri­to­re Alex Haley, di Kun­ta Kin­te, uno schia­vo che rifiu­ta di abban­do­na­re il suo nome ori­gi­na­rio per acqui­sir­ne uno angli­ciz­za­to, diven­tan­do così sim­bo­lo di ribel­lio­ne nei con­fron­ti dei padro­ni bian­chi. Insti­tu­tio­na­li­zed, che assu­me sono­ri­tà più per­ti­nen­ti al soul, è una denun­cia rivol­ta da Ken­drick allo sti­le di vita dei gio­va­ni neri che in poco tem­po rag­giun­go­no fama e suc­ces­so, inclu­den­do anche se stes­so in que­sta categoria: 

benché siano riusciti a scappare dai ghetti di povertà e degrado, la loro logica e il loro modus operandi rimangono sempre legati a dinamiche di quartiere, impedendo loro la completa integrazione nell’alta società e l’emancipazione da stereotipi.

In que­sta con­di­zio­ne le cate­ne che impe­di­sco­no la libe­ra­zio­ne del­la comu­ni­tà afroa­me­ri­ca­na non sono più mate­ria­li o eco­no­mi­che, ma socia­li, e ciò è indi­ciz­za­to come meto­do del­la socie­tà capi­ta­li­sti­ca ame­ri­ca­na per man­te­ne­re lo sta­to subal­ter­no tra neri e bian­chi. The­se Walls vira inve­ce su una nota più auto­bio­gra­fi­ca: vie­ne descrit­to un rap­por­to ses­sua­le tra il rap­per e una don­na non meglio spe­ci­fi­ca­ta, rac­con­tan­do al con­tem­po la pri­gio­nia del can­tan­te tra le mura (walls) dei pia­ce­ri del ses­so e dell’alcol, ma pri­gio­nia anche socia­le, dovu­ta dal­la sua pro­ve­nien­za dal quar­tie­re ghet­tiz­za­to di Comp­ton. Infi­ne si sco­pre che la don­na è moglie dell’uomo che in pas­sa­to assas­si­nò un ami­co di Ken­drick (fat­to real­men­te acca­du­to): il rap­per ha quin­di por­ta­to a ter­mi­ne una rival­sa per­so­na­le, ma nel far ciò ha raf­for­za­to la sua attac­ca­tu­ra a dina­mi­che “da stra­da”, come appun­to la ven­det­ta. Alright è un bra­no inve­ce dal­le sono­ri­tà meno cupe e più bal­la­bi­li, che va a descri­ve­re la sen­sa­zio­ne di otti­mi­smo, for­se mal ripo­sto, da par­te dei neri nel­la spe­ran­za di un futu­ro in cui discri­mi­na­zio­ni e raz­zi­smo isti­tu­zio­na­liz­za­to fini­ran­no. Que­sto è for­se il bra­no che ha avu­to più suc­ces­so dell’album e sca­te­na­to più dibat­ti­to, a cau­sa di alcu­ne bar­re con­te­nen­ti for­ti cri­ti­che ver­so le for­ze dell’ordine, poi ripre­se dal­le pro­te­ste Black Lives Mat­ter dell’estate 2015.

Il mate­ria­le pro­dot­to è mol­to con­si­sten­te: già di per sé l’album ha una lun­ghez­za di qua­si un’ora e ven­ti, e par­te del­le trac­ce scar­ta­te che non entra­no a far par­te del pro­get­to fina­le ven­go­no rac­col­te nell’album Unti­tled Unma­ste­red, usci­to l’anno seguente.

Buo­na par­te del­le can­zo­ni si con­clu­do­no con ver­si trat­ti da una poe­sia di Lamar stes­so, scrit­ta appo­si­ta­men­te per que­sto album. Nei bra­ni ini­zia­li ne ven­go­no rive­la­ti solo i pri­mi ver­si, con il dida­sca­li­co inci­pit “i remem­ber you was con­flic­ted”, che va già ad anti­ci­pa­re come la com­po­si­zio­ne trat­ti di un dia­lo­go tra Ken­drick e il se stes­so del pas­sa­to attor­no ai con­flit­ti inte­rio­ri che lo afflig­ge­va­no. Col sus­se­guir­si del­le trac­ce sem­pre più ver­si del­la poe­sia ven­go­no rive­la­ti, fino a che essa non appa­re com­ple­ta nell’ultima regi­stra­zio­ne dell’album, Mor­tal Man, un mono­lo­go di più di die­ci minu­ti del rap­per in cui egli riflet­te sull’eredità cul­tu­ra­le che lasce­rà al futu­ro, chie­den­do­si se sarà mai in gra­do di con­si­de­rar­si degno di por­ta­re il mes­sag­gio di eroi del­la comu­ni­tà nera come Mal­com X Nel­son Man­de­la.

To Pimp a But­ter­fly si con­fi­gu­ra come un album dall’elevata com­ples­si­tà, che spa­zia tra più gene­ri, argo­men­ti e rifles­sio­ni. Il suo ascol­to è deci­sa­men­te impe­gna­ti­vo, soprat­tut­to se si inten­de appro­fon­di­re le sue varie sfac­cet­ta­tu­re, ma rap­pre­sen­ta un’importantissima testi­mo­nian­za per com­pren­de­re a fon­do quel­le che sono le dina­mi­che e le pro­ble­ma­ti­che di una par­te del­la socie­tà ame­ri­ca­na moder­na, quel­la afro, che nell’ultimo seco­lo o più ha avu­to un livel­lo di influen­za cul­tu­ra­le ed arti­sti­ca con pochi eguali.

Arti­co­lo di Loren­zo Bogo

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