Gaza: la strage e l’indifferenza

Gaza: la strage e l’indifferenza

Cosa ci insegna l’incontro che si è tenuto alla Statale di Milano nell’ambito del corso di Storia dei Paesi Musulmani della Prof.ssa Elisa Ada Giunchi l’11 Marzo 2025. 


Il 7 otto­bre 2023 il movi­men­to Hamas con sede nel­la Stri­scia di Gaza ha attac­ca­to mili­tar­men­te Israe­le, ucci­den­do 1200 civi­li e pren­den­do­ne in ostag­gio più di 250. Da quel momen­to è comin­cia­ta l’of­fen­si­va israe­lia­na, tut­t’o­ra in cor­so, che ha com­por­ta­to l’uccisione di più di 62,614 Pale­sti­ne­si.

“A dife­sa del­la liber­tà di espres­sio­ne che anco­ra abbia­mo, dob­bia­mo stu­dia­re la Sto­ria: non è ini­zia­to tut­to il 7 otto­bre; c’è un discor­so supre­ma­ti­sta che si tro­va anco­ra alla base del Sio­ni­smo e una sto­ria di occu­pa­zio­ne che con­ti­nua da decen­ni. Que­sto non giu­sti­fi­ca ciò che è suc­ces­so, ma ci deve aiu­ta­re a capire.” 

Con que­ste paro­le la Prof.ssa Giun­chi intro­du­ce l’incontro Gaza: la stra­ge e l’indifferenza, con la par­te­ci­pa­zio­ne di Fran­ce­sca Alba­ne­se, rela­tri­ce ONU per la Pale­sti­na, Tina Mari­na­ri, coor­di­na­tri­ce ita­lia­na di Amne­sty Inter­na­tio­nal e Yara Abu­shab, stu­den­tes­sa di Gaza. 

Fran­ce­sca Alba­ne­se, il cui ulti­mo lavo­ro è Ana­to­mia di un geno­ci­dio rap­por­to pre­sen­ta­to all’ONU sul­la situa­zio­ne dei dirit­ti uma­ni nei ter­ri­to­ri pale­sti­ne­si occu­pa­ti dal 1967, ini­zia il suo inter­ven­to par­lan­do del ter­mi­ne “Geno­ci­dio”.  “Ciò che si dispie­ga ai nostri occhi in Pale­sti­na è uno dei geno­ci­di più faci­li da pre­ve­de­re nel­la sto­ria” ci dice Alba­ne­se. Il Geno­ci­dio è un cri­mi­ne rico­no­sciu­to a livel­lo inter­na­zio­na­le e disci­pli­na­to dall’ Art 6 del­lo Sta­tu­to del­la Cor­te Pena­le Inter­na­zio­na­le, lo Sta­tu­to di Roma. La CPI si occu­pa di giu­di­ca­re la respon­sa­bi­li­tà degli indi­vi­dui e non va con­fu­sa con la Cor­te Inter­na­zio­na­le di Giu­sti­zia che si occu­pa uni­ca­men­te del­la respon­sa­bi­li­tà sta­ta­le. Il Geno­ci­dio dal pun­to di vista giu­ri­di­co si con­fi­gu­ra come una serie di atti com­mes­si con­tro un grup­po nazio­na­le, etni­co, raz­zia­le o reli­gio­so. L’elemento che dif­fe­ren­zia l’atto geno­ci­da­rio da altri tipi di con­dot­te cri­mi­na­li è l’inten­to, che deve esse­re vol­to a distrug­ge­re, in tut­to o in par­te, tale grup­po. Alba­ne­se sot­to­li­nea che il geno­ci­dio è un pro­ces­so, non  un atto sin­go­lo e in quan­to pro­ces­so si con­fi­gu­ra come una con­dot­ta col­let­ti­va. Al con­tra­rio di come si pos­sa pen­sa­re, l’in­ten­to geno­ci­da­rio di Israe­le non è così dif­fi­ci­le da pro­va­re.

Il governo Israeliano sostiene di avere come obiettivo quello di liberare gli ostaggi e di eliminare Hamas. La motivazione e l’intento, però, sono due cose differenti, afferma Albanese. 

Basti pen­sa­re alle paro­le dell’ex Mini­stro del­la Dife­sa Israe­lia­no Yoav Gal­lant: “Ades­so taglie­re­mo i vive­ri, la luce, l’e­let­tri­ci­tà e il car­bu­ran­te a Gaza”. Se la con­dot­ta è vol­ta a distrug­ge­re e ad affa­ma­re una popo­la­zio­ne, si ren­de mani­fe­sto l’intento geno­ci­da­rio, qual­sia­si sia la moti­va­zio­ne. Il dirit­to inter­na­zio­na­le uma­ni­ta­rio indi­vi­dua come limi­te fon­da­men­ta­le in caso di con­flit­to arma­to pro­prio la tute­la dei civi­li; tute­la che non è sta­ta mini­ma­men­te rispet­ta­ta dai mili­ta­ri israe­lia­ni. L’unica vol­ta in cui Israe­le è riu­sci­to a libe­ra­re 4 ostag­gi ha ucci­so 247 pale­sti­ne­si,  “Chi giu­sti­fi­ca que­sta ope­ra­zio­ne come legit­ti­ma non rico­no­sce il dirit­to alla vita dei pale­sti­ne­si così come il dirit­to alla vita degli israe­lia­ni”, ci dice Alba­ne­se. Quan­do è sta­to com­mes­so l’attacco del 7 otto­bre Israe­le dete­ne­va nel­le sue car­ce­ri 5000 pale­sti­ne­si, 1500 dei qua­li sen­za alcun capo di accu­sa. Il gover­no israe­lia­no non nega la distru­zio­ne che ha por­ta­to nel­la Stri­scia, ma la giu­sti­fi­ca. Ha giu­sti­fi­ca­to la distru­zio­ne degli ospe­da­li a Gaza soste­nen­do che era­no del­le basi mili­ta­ri di Hamas: anche se que­sto fos­se vero, è dav­ve­ro legit­ti­mo distruggerli? 

In real­tà, que­sta con­dot­ta, in base al dirit­to inter­na­zio­na­le uma­ni­ta­rio, disci­pli­na­to dal­le quat­tro Con­ven­zio­ni di Gine­vra del 1949, rap­pre­sen­ta comun­que una vio­la­zio­ne del­le leg­gi in tem­po di guer­ra: anche quan­do un ospe­da­le per­de lo sta­tus di strut­tu­ra pro­tet­ta colo­ro che si tro­va­no al loro inter­no non per­do­no lo sta­tus di civi­li. Va det­to che Israe­le ha rati­fi­ca­to tut­te e quat­tro le Con­ven­zio­ni di Gine­vra, obbli­gan­do­si a rispet­ta­re le dispo­si­zio­ni in esse con­te­nu­te, que­sto alme­no for­mal­men­te. Nei bom­bar­da­men­ti dei pri­mi 3 mesi, ricor­da Alba­ne­se, sono sta­te ucci­se 250 per­so­ne al gior­no e il 70% del­le mor­ti sono sem­pre sta­te don­ne e bam­bi­ni, per­ché que­sta è la demo­gra­fia di Gaza (il 50% del­la popo­la­zio­ne ha un età infe­rio­re ai 18 anni).  Il signi­fi­ca­to del tito­lo dell’incontro è pro­prio que­sto: l’indifferenza del­la Comu­ni­tà Inter­na­zio­na­le di fron­te ad una strage. 

Tina Mari­na­ri, la secon­da rela­tri­ce dell’incontro, rac­con­ta il rap­por­to di 300 pagi­ne di Amne­sty Inter­na­tio­nal pub­bli­ca­to il 5 Dicem­bre 2024 in cui vie­ne docu­men­ta­to, attra­ver­so una ricer­ca sul cam­po, in che modo Israe­le stia com­pien­do un geno­ci­dio. Uno dei tan­ti ele­men­ti osser­va­ti nel rap­por­to sono sta­ti gli attac­chi mili­ta­ri israe­lia­ni: nel­la mag­gior di essi non era pre­sen­te un obiet­ti­vo mili­ta­re rico­no­sciu­to e iden­ti­fi­ca­to; si trat­ta di attac­chi che Israe­le ha con­dot­to prin­ci­pal­men­te di not­te, quin­di quan­do le per­so­ne dor­mi­va­no, impos­si­bi­li­ta­te a rice­ve­re un’allerta per poter fug­gi­re; avve­nu­ti tra­mi­te bom­be mol­to pesan­ti dai 110 kg ai 900 kg, bom­be che fan­no crol­la­re un palaz­zo inte­ro. La tute­la dei civi­li è un prin­ci­pio che nel­la rapi­di­tà e bru­ta­li­tà di que­sti bom­bar­da­men­ti è sta­to com­ple­ta­men­te can­cel­la­to. Mari­na­ri si sof­fer­ma sul tito­lo del rap­por­to: “You Feel Like You Are Sub­hu­man”; con que­ste paro­le un cit­ta­di­no gaza­wi descri­ve l’omicidio di alme­no 30 per­so­ne del­la sua fami­glia. Di fron­te a que­ste bru­ta­li­tà sem­bra che la vita dei pale­sti­ne­si non val­ga più nul­la e per nes­su­no. “Per­chè si par­la di un “Geno­ci­dio in diret­ta”? Per­ché la distru­zio­ne tota­le avvie­ne sot­to gli occhi di tut­ti”, affer­ma Marinari. 

Le statistiche individuate nel rapporto di Amnesty ci dicono che ogni 17 metri a Gaza c’è un palazzo che è stato distrutto o danneggiato, ma sono state distrutte anche le fognature, le condotte elettriche, i campi dove poter coltivare: qualsiasi struttura necessaria alla sopravvivenza umana. 

“All eyes on Rafah” fu uno dei tan­ti slo­gan poli­ti­ci che ven­ne dif­fu­so sui social. Il Vali­co di Rafah segna la fron­tie­ra del­la Stri­scia di Gaza con l’Egitto ed è l’unico Vali­co che non con­du­ce in Israe­le: rap­pre­sen­ta­va l’unico con­tat­to rima­sto con l’esterno e l’unico pun­to da cui entra­no gli aiu­ti uma­ni­ta­ri. Tut­ta­via, dopo l’inizio dell’attacco arma­to, Israe­le ha spes­so impe­di­to l’u­sci­ta dei feri­ti dal Vali­co e bloc­ca­to l’entrata degli aiu­ti uma­ni­ta­ri: c’erano gior­ni a Gaza in cui entra­va­no solo 35 camion. Inol­tre, cia­scu­no veni­va sot­to­po­sto a un con­trol­lo ser­ra­to da par­te dei mili­ta­ri israe­lia­ni: se anche solo un pro­dot­to non anda­va bene, l’in­te­ro camion non pote­va entra­re. Alcu­ni pale­sti­ne­si han­no rac­con­ta­to ad Amne­sty di aver avu­to da man­gia­re uni­ca­men­te erba sel­va­ti­ca o forag­gio per ani­ma­li. A tut­to que­sto van­no aggiun­ti gli ordi­ni di eva­cua­zio­ne: Amne­sty ne ha ana­liz­za­ti 59 osser­van­do come spes­so for­nis­se­ro indi­ca­zio­ni con con­fi­ni con­tra­stan­ti fra loro, tra­mi­te Qr code o avvi­si per tele­fo­no, in un luo­go in cui non è pre­sen­te una comu­ni­ca­zio­ne con­ti­nua­ti­va. Ci sono testi­mo­nian­ze di pale­sti­ne­si eva­cua­ti fino a 10 vol­te, accam­pa­ti sul­la spiag­gia, gli uni sugli altri, sen­za nes­su­no spa­zio e nes­sun limi­te alla per­di­ta del­la digni­tà umana. 

A ciò si aggiun­ge il fat­to che la mag­gior par­te del­le per­so­ne che risie­de oggi a Gaza sono per­so­ne arri­va­te lì dopo la “Nak­ba”, let­te­ral­men­te la “Cata­stro­fe” del 1948, avve­nu­ta duran­te la pri­ma guer­ra ara­bo-israe­lia­na che ha con­dot­to alla nasci­ta del­lo Sta­to di Israe­le e alla dia­spo­ra di mas­sa di oltre 700.000 Pale­sti­ne­si. Ciò che testi­mo­nia­no mol­ti anzia­ni gaza­wi è che mai avreb­be­ro pen­sa­to di rivi­ve­re la stes­sa situa­zio­ne di tan­ti anni fa. “La real­tà dei Pale­sti­ne­si a Gaza è la real­tà di chi vive sen­za mai sen­tir­si al sicu­ro”, ci dice Mari­na­ri. Nei con­fron­ti dei Pale­sti­ne­si è sta­to uti­liz­za­to un lin­guag­gio disu­ma­niz­zan­te fin da subi­to: “Un’intera nazio­ne è respon­sa­bi­le del mas­sa­cro”, ha dichia­ra­to il Pre­si­den­te israe­lia­no Her­tzog, sug­ge­ren­do che a Gaza sia­no tut­ti col­pe­vo­li e che tut­ti, di con­se­guen­za, vada­no ucci­si o affa­ma­ti. Sono sta­ti dif­fu­si video sui social di mili­ta­ri israe­lia­ni che festeg­gia­no quan­do distrug­go­no le scuo­le e gli appar­ta­men­ti, che festeg­gia­no com­pien­do cri­mi­ni di guerra. 

Yara Abu­shab, stu­den­tes­sa di Medi­ci­na nata e cre­sciu­ta a Gaza, è l’ultima a por­ta­re la sua testi­mo­nian­za. Rac­con­ta la sto­ria del­la sua vita: “Ho capi­to cos’era la guer­ra nel 2008 quan­do ini­zia­ro­no a bom­bar­da­re la Stri­scia; veden­do i medi­ci aiu­ta­re tut­te quel­le per­so­ne, ho capi­to subi­to che sareb­be sta­to quel­lo che avrei fat­to nel­la vita”. 11 anni dopo Abu­shab si iscris­se a Medi­ci­na all’Università di Hala­zar. Nel 2023 fece doman­da per uno scam­bio uni­ver­si­ta­rio in Ita­lia del­la dura­ta di 1 mese e arri­vò il 1 otto­bre a Chie­ti. Per la pri­ma vol­ta Abu­shab riu­scì ad usci­re dal­la Pale­sti­na; ad oggi non ci tor­na da 552 gior­ni. In ogni casa pale­sti­ne­se c’è una bor­sa con docu­men­ti, vesti­ti e cibo in atte­sa del­la “chia­ma­ta israe­lia­na”, ci rac­con­ta Abu­shab. La sua fami­glia vive­va nel Sud del­la Stri­scia, ma quan­do a dicem­bre ven­ne con­si­de­ra­ta zona mili­ta­re e eva­cua­ta, il non­no, la zia e i cugi­ni di Yara Abu­shab rima­se­ro. “Nel ‘48 gli israe­lia­ni mi dis­se­ro che dove­vo andar­me­ne e che sarei tor­na­to qual­che gior­no dopo, ma non sono mai più tor­na­to a casa. Ora non me ne andrò di nuo­vo”, sono le paro­le del non­no ripor­ta­te da Abu­shab. I suoi geni­to­ri, insie­me alla sorel­la e al fra­tel­lo, arri­va­ro­no a Rafah e per­se­ro qual­sia­si noti­zia sul­la par­te di fami­glia che era rima­sta al Sud.

Que­sto fino a quan­do non tor­na­ro­no, una vol­ta ces­sa­to l’ordine di eva­cua­zio­ne. Non riu­sci­va­no più a rico­no­sce­re né le stra­de, né i palaz­zi e la loro casa era solo per metà in pie­di, usa­ta come pun­to mili­ta­re dai sol­da­ti israe­lia­ni. Dopo qual­che set­ti­ma­na una vici­na comu­ni­cò al padre di Yara Abu­shab di aver tro­va­to una mano nel suo giar­di­no; era il cor­po di una don­na insie­me ai suoi 4 bam­bi­ni: si trat­ta­va del­la zia e dei suoi figli. Tut­to que­sto le ven­ne rac­con­ta­to una vol­ta che la sua fami­glia riu­scì ad arri­va­re in Ita­lia. A otto­bre 2023, all’inizio dell’attacco, la ragaz­za andò in que­stu­ra per otte­ne­re asi­lo poli­ti­co; pen­sa­va che si sareb­be lau­rea­ta a Gaza l’anno suc­ces­si­vo, ora si lau­rea, ma alla Sta­ta­le di Mila­no. Il 31 dicem­bre 2023 ini­ziò una rac­col­ta fon­di per fare usci­re la sua fami­glia dal­la Stri­scia e far­la arri­va­re al Cai­ro. Riu­scì a rag­giun­ge­re la cifra richie­sta e i geni­to­ri, la sorel­la e il fra­tel­lo fug­gi­ro­no ad apri­le 2024; poco dopo il Vali­co di Rafah ven­ne chiu­so per chiun­que voles­se scap­pa­re, fino ad oggi. La sua fami­glia ora vive a Mila­no, con lei, con la con­sa­pe­vo­lez­za che for­se a casa non tor­ne­ran­no più. L’incontro si con­clu­de con que­ste paro­le: “Se sei pale­sti­ne­se, sai che devi tro­va­re una ragio­ne per vive­re, per­chè te la meri­ti”.

Con­di­vi­di:
Giulia Camuffo
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Inter­na­zio­na­li, appas­sio­na­ta di sto­ria, in rela­zio­ne al pre­sen­te. La scrit­tu­ra sem­pli­fi­ca ciò che sem­pli­ce non è.

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