Giradischi, speciale Sanremo febbraio 2025

Giradischi, speciale Sanremo febbraio 2025

Il 15 di ogni mese, 5 album per tutti i gusti: Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti.


La mia paro­la di Sha­blo, Guè, Tor­men­to e Joshua

Can­zo­ne di stra­da di Leo­nar­do Donatiello

Un ritor­no all’o­ri­gi­ne del­la musi­ca black, un sal­to nel pas­sa­to per rida­re lin­fa cul­tu­ra­le all’­hip hop ita­lia­no, La mia paro­la di Sha­blo è tut­to que­sto, una fusio­ne tra influen­ze soul e blues sul pal­co di San Remo. Ad accom­pa­gnar­lo in que­sta sfi­da gli ami­ci di una vita, Guè e Tor­men­to, ma anche una voce gio­va­ne e fre­sca, come quel­la di Joshua, una del­le sor­pre­se del Festi­val. Spes­so si dice che il rap ita­lia­no abbia smar­ri­to la sua iden­ti­tà, le pro­prie radi­ci cul­tu­ra­li, che si sia “ven­du­to” al pop sia musi­cal­men­te che con­te­nu­ti­sti­ca­men­te. Si sostie­ne che la cul­tu­ra black, car­di­ne di que­sto movi­men­to, abbia per­so la sua spin­ta gene­ra­tri­ce. Se in par­te è vero, biso­gna dire che è anche fisio­lo­gi­co, più pas­sa il tem­po più la memo­ria diven­ta un sem­pli­ce ricor­do. Toc­ca dun­que a qual­cu­no ren­der­la sto­ria con­di­vi­sa. In que­sto caso Sha­blo ha volu­to pren­der­si que­sta respon­sa­bi­li­tà e fare un tri­bu­to a tut­to il movi­men­to, su un pal­co che noto­ria­men­te è sta­to sim­bo­lo di altri gene­ri musi­ca­li. Tut­ti gli ospi­ti del bra­no han­no dato il loro con­tri­bu­to usan­do “la pro­pria paro­la” per ren­de­re la trac­cia rico­no­sci­bi­le. Joshua con il suo tim­bro, Guè con il suo flow e Tor­men­to con i mol­te­pli­ci rife­ri­men­ti al mon­do del­l’­hip hop “È rap, è blues, è gin and juice/Fai il mio nome tre vol­te, Beetlejuice/Suona anco­ra più for­te, bad and bou­jee”. Sha­blo è sta­to il diret­to­re d’or­che­stra, ha diret­to la sua ope­ra sia musi­cal­men­te sia sim­bo­li­ca­men­te. Il vero obiet­ti­vo, infat­ti, non era foca­liz­za­to sul pre­sen­te ma sul futu­ro: cer­ca­re di influen­za­re le nuo­ve gene­ra­zio­ni attra­ver­so la cul­tu­ra, per descri­ve­re il mon­do di oggi con altri mez­zi e con uno sguar­do al pas­sa­to, sen­za giu­di­zio o con­ser­va­to­ri­smo, ma con il solo gusto per la riscoperta.


Il rit­mo del­le cose di Rkomi

Tut­to scor­re di Leo­nar­do Donatiello

“Voglio tro­va­re un po’ di equi­li­brio nel­la mia vita” quan­te vol­te ci sia­mo det­ti que­sta fra­se, quan­te vol­te è sta­to il man­tra dei nostri buo­ni pro­po­si­ti per il nuo­vo anno. Ogni vol­ta la stes­sa sto­ria, voglia­mo l’e­qui­li­brio e poi sco­pria­mo che nel­la vita esi­ste anche il caos. Quel disor­di­ne è fasti­dio­so eppu­re ci attrae, non riu­scia­mo a fare a meno di sali­re e scen­de­re, come le azio­ni in bor­sa. For­se biso­gna sola­men­te arren­der­si al rit­mo del­le cose, al respi­ro del­lo scor­re­re ine­so­ra­bi­le del tem­po. Come dice Rko­mi in un inter­vi­sta per pre­sen­ta­re Il rit­mo del­le cose, bra­no in gara al Festi­val di San­re­mo, “Arri­vi a un pun­to nel­la vita in cui ti ren­di con­to che le cose han­no il pro­prio rit­mo, che un pun­to fer­mo non c’è mai ma cam­bia costan­te­men­te, in un bilan­cia­men­to tra alti e bas­si”. È un’accettazione, ogni cosa ha il suo tem­po, con­trol­lar­lo è impos­si­bi­le, biso­gna con­vi­ver­ci. Spes­so non si accet­ta che le cose fini­sca­no, che qual­co­sa pos­sa anda­re stor­to, pure se ci abbia­mo mes­so noi stes­si. “È un vio­len­to decre­scen­do” can­ta Mir­ko, pro­prio a raf­for­za­re l’im­ma­gi­na­rio di qual­co­sa che si sca­ri­ca, come una rela­zio­ne o un sogno. Rko­mi vuo­le sem­pli­ce­men­te rac­con­ta­re il ciclo del­la vita, i suoi cam­bi di cor­ren­te e i suoi impre­vi­sti. Que­sta però non è sem­pli­ce­men­te ras­se­gna­zio­ne, c’è anche del­la bel­lez­za nel rit­mo del­le cose, nel­la cao­ti­ci­tà del cosmo. La nostra stes­sa esi­sten­za è sta­ta for­se un impre­vi­sto. Mir­ko ci dice nel­la sua malin­co­nia di abban­do­nar­ci al dive­ni­re, a quel fiu­me in cui tut­to scor­re, e in cui tut­to cambia.


Vole­vo esse­re un duro di Lucio Corsi 

Un inno alla fra­gi­li­tà con­tro il per­fe­zio­ni­smo di Ale­xia Ioa­na Bran­zea

In un’e­ra domi­na­ta dal per­fe­zio­ni­smo, il cui focus è quel­lo di appa­ri­re sem­pre impec­ca­bi­li e alta­men­te per­for­man­ti, in cui le emo­zio­ni sono da tene­re a fre­no sot­to una stoi­ca fac­cia­ta di imper­tur­ba­bi­li­tà, sim­bo­lo, for­se, del­l’i­ni­zio di una tran­si­zio­ne epo­ca­le, è sta­to il distin­guer­si del gio­va­ne can­tau­to­re gros­se­ta­no Lucio Cor­si, con il suo bra­no Vole­vo esse­re un duro, un inno all’insegna del­la fragilità.

Ciò di cui Lucio par­la fin dal­la pri­ma stro­fa, can­tan­do: “Vole­vo esse­re un duro / Che non gli impor­ta del futu­ro / Un robot”, ben rias­su­me quel­lo che noi ragaz­zi e gio­va­ni adul­ti di oggi spes­so pro­via­mo vera­men­te: da una par­te, un for­te desi­de­rio di esse­re infal­li­bi­li e indi­strut­ti­bi­li come del­le mac­chi­ne, dei robot per l’ap­pun­to; dal­l’al­tra, un insop­pri­mi­bi­le sen­so di ansia poi­ché, in real­tà, del futu­ro, così pre­ca­rio dinan­zi ai nostri occhi, ci impor­ta fin trop­po. Ben pre­sto però, con i ver­si: “Però non sono nes­su­no / Non sono nato con la fac­cia da duro”, rea­liz­zia­mo che, pur­trop­po o per for­tu­na (que­sto è anco­ra da veder­si), non sia­mo inscal­fi­bi­li come vor­rem­mo, che il ver­so: “se fac­cio a bot­te le pren­do” la mag­gior par­te del­le vol­te vale anche per noi, e che, dun­que, quel­la di esse­re un duro non può altro che esse­re solo una dis­si­mu­la­zio­ne, una masche­ra. E tut­ta­via, alla fine del­la mede­si­ma pri­ma stro­fa, pri­ma di esse­re get­ta­ti in un ritor­nel­lo dal sapo­re dol­cea­ma­ro, venia­mo come intro­dot­ti a un posi­ti­vo cam­bio di pro­spet­ti­va: “Ma non ho mai per­so tem­po / È lui che mi ha lascia­to indie­tro”, dove acqui­sia­mo con­sa­pe­vo­lez­za del fat­to che non c’è biso­gno di col­pe­vo­liz­zar­si se non sia­mo così imman­ca­bil­men­te per­fet­ti come il mon­do pare voler­ci. Solo in segui­to, nel cor­so del­l’in­te­ra can­zo­ne, tale con­sa­pe­vo­lez­za si tra­mu­ta in vera e pro­pria accet­ta­zio­ne, ben rias­su­mi­bi­le dai ver­si del ritor­nel­lo fina­le e del­l’ou­tro: “Io, io vole­vo esse­re un duro / Però non sono nes­su­no / Non sono altro che Lucio”, pun­to in cui sia­mo ormai cer­ti del fat­to che “in fon­do, è inu­ti­le fug­gi­re dal­le tue pau­re”, come si can­ta nel brid­ge, e quin­di pos­sia­mo depor­re la masche­ra una vol­ta e per sem­pre ed esse­re, final­men­te, nul­la al di fuo­ri di noi stes­si. D’al­tron­de, Lucio stes­so, in un’intervista, ci ha det­to: “spes­so non si rie­sce a diven­ta­re ciò che si sogna­va di esse­re, ma […] altret­tan­to spes­so si sogna qual­co­sa che in real­tà non è tan­to meglio di ciò che sia­mo già”.


L’albero del­le noci di Bru­no­ri Sas

Di Car­lot­ta Brugin 

Bru­no­ri è sali­to per la pri­ma vol­ta sul pal­co di San­re­mo con L’albero del­le noci, bra­no che dà il tito­lo al suo album, pub­bli­ca­to subi­to dopo il Festi­val. La can­zo­ne, dedi­ca­ta a sua figlia Fiam­met­ta, è un dol­ce rac­con­to di un padre che pro­va a spie­ga­re il mon­do alla sua bam­bi­na. In mol­te zone del­la Cala­bria, ter­ra nata­le di Dario Bru­no­ri, era tra­di­zio­ne che il padre pian­tas­se un albe­ro di noce alla nasci­ta di un figlio. Que­sto gesto ave­va un signi­fi­ca­to sim­bo­li­co pro­fon­do: rap­pre­sen­ta­va un augu­rio di pro­spe­ri­tà e un lega­me con il futu­ro, oltre a sim­bo­leg­gia­re un’eredità con­cre­ta, come la pos­si­bi­li­tà di rica­var­ne mobi­li. Inol­tre, si cre­de­va che l’albero avreb­be offer­to pro­te­zio­ne e accom­pa­gna­to la vita del­la per­so­na per cui era sta­to pian­ta­to. Nel testo, Bru­no­ri con­fes­sa come, pri­ma di diven­ta­re padre, fos­se dif­fi­ci­le orien­tar­si nel­la vita. Ora, però, non ha più biso­gno di una stel­la pola­re, per­ché è Fiam­met­ta a gui­dar­lo attra­ver­so le incer­tez­ze e le dif­fi­col­tà. Bru­no­ri vuo­le rac­con­tar­le del­la not­te che arri­va e del gior­no che muo­re, ma sen­za spa­ven­tar­la, sce­glien­do paro­le deli­ca­te, che pre­ser­vi­no la sua inno­cen­za. Un’innocenza che appar­tie­ne solo ai bam­bi­ni e che per­met­te loro di vede­re il mon­do come un luo­go pie­no di mera­vi­glia e pos­si­bi­li­tà. For­se, con que­sta can­zo­ne, Bru­no­ri vuo­le ricor­dar­lo anche a noi adul­ti: che la vita può esse­re guar­da­ta con occhi diver­si, sen­za lasciar­si sopraf­fa­re dal dolo­re. L’albero del­le noci è così una poe­sia gio­io­sa, un inno alla feli­ci­tà e alla sua ricer­ca nel­le pic­co­le cose e nell’amore.


Eco di Joan Thiele

Di Ali­ce Pozzoli

Bel­lis­si­ma sor­pre­sa da par­te di Joan Thie­le che nel suo pri­mo San­re­mo dona un pez­zo dal­le sono­ri­tà che si disco­sta­no da quel­le di altri lavo­ri pre­ce­den­ti dell’artista.La can­tan­te di ori­gi­ni ita­lo-colom­bia­ne, infat­ti, nel­le sue pro­du­zio­ni pre­ce­den­ti ha esplo­ra­to gene­ri diver­sis­si­mi; il pri­mis­si­mo lavo­ro del­la can­tau­tri­ce, un EP che por­ta il suo nome, Joan Thie­le (2016) uni­sce sapien­te­men­te testi pop in lin­gua ingle­se a refe­ren­ze rap, come il pez­zo lost ones. Il pri­mo album in stu­dio tan­go (2018) inte­ra­men­te in lin­gua ingle­se ed è carat­te­riz­za­to da sti­li diver­si con arran­gia­men­ti dan­ce (come la hit poli­te) e tim­bri anni ’60; l’ EP ope­ra­zio­ne oro (2020) inve­ce fon­de melo­die elet­tro­ni­che all’in­die, con testi in ita­lia­no. Sin dal­le pri­me note si può scor­ge­re un’influenza western, fusa ad un rit­mo ipno­ti­co che accom­pa­gna l’a­scol­ta­to­re tra le paro­le del testo. Un rac­con­to dol­ce, pro­fon­do ed evo­ca­ti­vo del­la vita del­l’ar­ti­sta, il rap­por­to con la sua fami­glia e in par­ti­co­la­re con il fra­tel­lo, al qua­le la can­zo­ne è dedi­ca­ta e i suoi viag­gi. Thie­le, infat­ti, ha tra­scor­so la sua infan­zia tra Car­ta­ge­na, Colom­bia e Desen­za­no del Gar­da, per poi tra­sfe­rir­si in Inghil­ter­ra e sta­bi­lir­si in segui­to a Mila­no. Nel ritor­nel­lo il rit­mo diven­ta graf­fian­te, riven­di­ca­ti­vo, l’ar­ti­sta rimar­ca con orgo­glio le sue ori­gi­ni e affer­ma la poten­za del­le sue idee. Nono­stan­te si trat­ti di un pro­dot­to indie, la raf­fi­na­tez­za di que­sto pez­zo lo con­trad­di­stin­gue in manie­ra net­ta dal­la pro­du­zio­ne ita­lia­na di que­sto gene­re. Il rit­mo è ori­gi­na­le e si disco­sta straor­di­na­ria­men­te da tut­ta la pro­du­zio­ne indie ita­lia­na. Joan Thie­le è una gem­ma nasco­sta nel pano­ra­ma ita­lia­no, arti­sta di gran­de espe­rien­za e spes­so­re che final­men­te gra­zie a que­sto festi­val ha avu­to la pos­si­bi­li­tà di far­si cono­sce­re ai più.

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Leonardo Donatiello
Lau­rea­to in sto­ria, attual­men­te fre­quen­to la facol­tà di scien­ze sto­ri­che. Mi repu­to una per­so­na paca­ta e tran­quil­la, ma stra­na­men­te mi attrae il disor­di­ne. Non è dun­que un caso che io sia un gran­de fan del­la Pri­ma repub­bli­ca. Nel tem­po libe­ro mi occu­po di poli­ti­ca e sport prin­ci­pal­men­te, ma ho anche un debo­le per la musi­ca hip hop.
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Laureato in storia, attualmente frequento la facoltà di scienze storiche. Mi reputo una persona pacata e tranquilla, ma stranamente mi attrae il disordine. Non è dunque un caso che io sia un grande fan della Prima repubblica. Nel tempo libero mi occupo di politica e sport principalmente, ma ho anche un debole per la musica hip hop.

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