Il 18 marzo 2025, il Parlamento ungherese ha approvato una legge che vieta la manifestazione del Pride e autorizza l’uso del riconoscimento facciale per identificare e multare partecipanti e organizzatori. La legge è stata promossa con 136 voti favorevoli e 27 contrari dal partito di governo Fidesz, guidato dal primo ministro Viktor Orbán.
La nuova normativa modifica la legge sul diritto di assemblea, vietando eventi che promuovano l’omosessualità o il “cambio di sesso”, con l’obiettivo dichiarato di proteggere i minori da contenuti espliciti e potenzialmente devianti.
Le violazioni possono comportare multe fino a 200mila fiorini ungheresi (circa 500 euro), che saranno devolute “a un fondo per la protezione dell’infanzia” secondo l’amministrazione Orbàn.
Questa misura ha suscitato immediate reazioni sia a livello nazionale sia internazionale. In Parlamento, i deputati dell’opposizione hanno protestato accendendo fumogeni colorati durante la votazione — “questa legge rappresenta un ulteriore passo verso un regime autoritario in stile russo”, ha affermato un deputato del partito Coalizione democratica (DK) — mentre diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno denunciato la legge come un attacco diretto alla comunità LGBTQ+ e una grave violazione degli obblighi dell’Ungheria in materia di libertà di espressione
Sebbene il divieto sia stato giustificato dalle autorità con motivazioni di sicurezza pubblica, la scelta appare per molti come una chiara manifestazione del governo ungherese di ridurre la visibilità e i diritti delle minoranze sessuali, come dimostra già da qualche tempo: nel 2020, il Paese ha effettivamente vietato l’adozione da parte di coppie omosessuali, giustificata in favore della “protezione delle famiglie ungheresi e la sicurezza dei nostri figli” ; l’anno successivo, un altro provvedimento ha limitato la libertà d’educazione ed espressione su tematiche legate all’orientamento sessuale e all’identità di genere, vietando per esempio la rappresentazione di persone queer nelle produzioni mediatiche e nei programmi scolastici.
Con il divieto al Gay Pride, Orbán sembra voler consolidare un messaggio chiaro: la protezione delle “tradizioni cristiane” e dei valori conservatori grazie a cui è stato eletto nel 2010.
Il fatto che l’evento sia stato annullato con la scusa di non poter garantire la sicurezza dei partecipanti sembra un pretesto per giustificare un atto di repressione che non è isolato, ma che si inserisce in un percorso di politiche sempre più restrittive.
Di fatto, questo episodio s’inserisce in un contesto più ampio di crescente repressione delle libertà civili, in Ungheria così come in altre nazioni dell’Europa dell’Est, dove la difesa dei “valori tradizionali” è diventata un cavallo di battaglia per i governi autoritari.
Le politiche di Orbán hanno infatti trovato sponda anche in altre nazioni dove, sotto l’influenza di movimenti nazional-sovranisti, le questioni legate alla comunità queer sono spesso trattate con diffidenza o aperta ostilità. La Polonia, ad esempio, dove il matrimonio omosessuale non è riconosciuto neanche a livello d’unione civile, ha recentemente creato “zone senza ideologia LGBTQ+”, territori amministrativi in cui i governi locali hanno dichiarato d’opporsi alla presunta “propaganda gender” revocando il sostegno a iniziative inclusive.
La Commissione Europea ha espresso chiara preoccupazione per la legge, sottolineando l’importanza di combattere ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale e ricordando che la libertà di organizzare dimostrazioni e manifestazioni deve essere in linea con la Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
La libertà di assemblea, garantita da convenzioni internazionali come la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (articolo 20) e dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (articolo 11), è un principio che consente ai cittadini d’esprimere pubblicamente le proprie opinioni, manifestare pacificamente e fare pressione sulle istituzioni politiche per promuovere cambiamenti. Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani Tuttavia, vietare eventi come il Gay Pride riflette una crescente intolleranza verso il diritto a esistere in pubblico di molteplici minoranze, così come una tendenza da parte dei governi a giustificare le proprie restrizioni quali azioni necessarie per mantenere l’ordine pubblico.
Nel caso specifico dell’Ungheria, il governo ha posto come prima motivazione l’impossibilità di garantire la sicurezza dei partecipanti, ma tale argomentazione è stata vista da molti come un pretesto per silenziare il dissenso politico e aumentare la presenza delle forze armate in spazi d’assemblea civili.
La restrizione d’un simile diritto non è mai un atto isolato, ma un segnale preoccupante di involuzione democratica: quando le autorità statali impiegano la forza per limitare confronto e comunità, il rischio è che si crei un clima di paura che facilmente possa dissuadere i cittadini dall’esercitare altri diritti fondamentali, come quello alla libera espressione.
Nonostante il divieto, però, gli organizzatori del Budapest Pride hanno annunciato l’intenzione di procedere con la marcia prevista per il 28 giugno, in occasione del 30º anniversario dell’evento. Il portavoce del Pride, Máté Hegedűs, ha dichiarato che la comunità non si farà intimidire dal governo e che il Pride è un movimento che non può essere vietato.
L’adozione di questa legge esacerba inoltre le tensioni tra Ungheria e Unione Europea: Hadja Lahbib, Commissaria europea per l’Uguaglianza, ha criticato Orbàn affermando quanto sia essenziale proteggere il diritto a riunirsi pacificamente in tutta l’Unione.
La reazione internazionale, tuttavia, non sembra scuotere troppo Orbán, che ha sempre sfruttato la retorica d’un conflitto con Bruxelles per consolidare il consenso tra i cittadini più conservatori. Sebbene l’Ungheria stia affrontando sempre più critiche da parte di diversi governi europei e organizzazioni internazionali, infatti, la risposta interna sembra essere di una solida resistenza contro le pressioni esterne. In questo modo, Orbán continua a costruire il suo discorso populista, che dipinge l’Ungheria come baluardo contro il “progressismo” e le forze globaliste. “Ora è il momento in cui queste reti internazionali devono essere smantellate, devono essere spazzate via”, ha detto Orban in una riunione di inizio febbraio dove ha anche elogiato il taglio di Trump ai finanziamenti ucraini. “È necessario rendere la loro esistenza giuridicamente impossibile”.
Tuttavia, mentre il governo guadagna consenso tra le forze conservatrici interne, il rischio è che si crei un isolamento crescente, non solo in ambito politico ma anche sociale ed economico, in quanto la limitazione delle libertà fondamentali può anche portare a un rallentamento della cooperazione internazionale e della crescita democratica.
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