Oscar 2025. Una notte di premi attesi e inaspettati

A più di una set­ti­ma­na dal­la ceri­mo­nia, i 97esimi Aca­de­my Awards con­ti­nua­no a far par­la­re di sé. L’edizione di quest’anno reste­rà nel­la memo­ria, segna­ta da even­ti sin­go­la­ri den­tro e fuo­ri dal­lo scher­mo. Dopo il rin­vio dovu­to ai deva­stan­ti incen­di che han­no col­pi­to Los Ange­les e la Cali­for­nia, la ceri­mo­nia si è final­men­te svol­ta il 2 mar­zo al Dol­by Thea­tre, con Conan O’Brien alla con­du­zio­ne, per­met­ten­do al cine­ma di riaf­fer­ma­re il suo ruo­lo di intrat­te­ni­men­to e riflessione.

Tra momenti di spettacolo, discorsi accorati e inevitabili polemiche, l’evento ha restituito un ritratto chiaro delle tendenze e delle trasformazioni che stanno plasmando il mondo del cinema. 

Nono­stan­te l’incertezza ini­zia­le, alla fine la pre­mia­zio­ne è anda­ta avan­ti con alcu­ni adat­ta­men­ti: il tra­di­zio­na­le Nomi­nee Lun­cheon (il pran­zo dei can­di­da­ti agli Oscar) è sta­to can­cel­la­to e gli Aca­de­my Scien­ti­fic and Tech­ni­cal Awards sono sta­ti posti­ci­pa­ti a data da desti­nar­si. Ma il cuo­re pul­san­te del­la sera­ta è rima­sto inva­ria­to, ren­den­do omag­gio ai suc­ces­si e alle novi­tà del pano­ra­ma cine­ma­to­gra­fi­co tra con­fer­me, sor­pre­se e record infranti.

A vin­ce­re la sta­tuet­ta più ambi­ta come Miglior Film è sta­to Ano­rapel­li­co­la indi­pen­den­te che ha con­so­li­da­to la repu­ta­zio­ne del regi­sta Sean Baker — pre­mia­to alla Miglior Regia - come una del­le nuo­ve voci del cine­ma hol­ly­woo­dia­no. Con il suo sti­le rea­li­sti­co e la pre­di­le­zio­ne per per­so­nag­gi mar­gi­na­liz­za­ti, Baker ha por­ta­to sul gran­de scher­mo la sto­ria di Ano­ra, una sex wor­ker di Broo­klyn che si ritro­va coin­vol­ta in un vor­ti­ce di cri­mi­na­li­tà e mani­po­la­zio­ne dopo aver spo­sa­to il figlio d’un oli­gar­ca rus­so. La scrit­tu­ra inci­si­va di Baker è sta­ta rico­no­sciu­ta con l’Oscar a Miglior Sce­neg­gia­tu­ra Ori­gi­na­le, men­tre l’interpretazione inten­sa del­la gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta ha por­ta­to la ven­ti­cin­quen­ne Mikey Madi­son alla vit­to­ria come Miglio­re Attri­ce Pro­ta­go­ni­sta, supe­ran­do la favo­ri­ta Demi Moo­re che con­cor­re­va con l’horror The Sub­stan­ce.

Un risul­ta­to sto­ri­co, che ren­de Sean Baker il pri­mo regi­sta a con­se­gui­re quat­tro pre­mi con un solo film: pri­ma di lui solo Walt Disney, nel 1954, ave­va otte­nu­to un nume­ro così alto di sta­tuet­te, ma per quat­tro pel­li­co­le differenti.

È sta­to inve­ce Adrien Bro­dy ad aggiu­di­car­si la vit­to­ria come Miglior Atto­re Pro­ta­go­ni­sta gra­zie alla sua per­for­man­ce in The Bru­ta­li­st. Il film di Bra­dy Cor­bet lo vede nei pan­ni di un fit­ti­zio archi­tet­to unghe­re­se soprav­vis­su­to alla Secon­da guer­ra mon­dia­le, che cer­ca di rico­strui­re vita e car­rie­ra negli Sta­ti Uni­ti. La per­for­man­ce di Bro­dy è sta­ta accla­ma­ta per la sua inten­si­tà e per la pro­fon­di­tà emo­ti­va con cui ha reso il tor­men­to inte­rio­re del pro­ta­go­ni­sta, Lász­ló Tóth. Per Bro­dy que­sta è sta­ta la secon­da nomi­na­tion e la secon­da vit­to­ria, dopo un Oscar con­se­gui­to nel 2003 per Il pia­ni­sta.

Dopo il trion­fo ai Gol­den Glo­bes, ai Cri­tics’ Choi­ce Awards, ai Baf­ta e ai SAG Awards, l’Oscar come Miglior attri­ce non pro­ta­go­ni­sta è anda­to a Zoe Sal­da­na per il ruo­lo di Rita Mora Castro in Emi­lia Pérez. Pel­li­co­la con­tro­ver­sa e non ben accol­ta da tut­ti, Emi­lia Pérez è un musi­cal reci­ta­to pre­va­len­te­men­te in spa­gno­lo e in ingle­se. Il per­so­nag­gio inter­pre­ta­to da Sal­da­na è una pra­ti­can­te di uno stu­dio lega­le. La sua vita non sem­bra ave­re mol­te pro­spet­ti­ve di miglio­ra­men­to, fino a quan­do non rice­ve una tele­fo­na­ta ano­ni­ma che si sco­pri­rà pro­ve­ni­re da un boss mafio­so, Mani­tas del Mon­te, deci­so a voler diven­ta­re una don­na. Rita sarà fon­da­men­ta­le in que­sto per­cor­so di tran­si­zio­ne di gene­re, dopo il qua­le Mani­tas, ormai Emi­lia, si vedrà costret­ta a riscri­ve­re la pro­pria vita.

Sono state criticate sia la rappresentazione della comunità transgender, quanto di quella messicana, definita troppo stereotipata. 

Nono­stan­te ciò Emi­lia Pérez ha col­le­zio­na­to mol­ti pre­mi, fino alla sera­ta degli Oscar. Tre­di­ci nomi­na­tion e solo due vit­to­rie, una quel­la appe­na cita­ta e la secon­da come Miglior can­zo­ne ori­gi­na­le per El Mal. La cau­sa potreb­be esse­re anche il caos media­ti­co susci­ta­to dal ritro­va­men­to di vec­chi tweet raz­zi­sti dell’attrice pro­ta­go­ni­sta, Kar­la Sofìa Gascòn, oppu­re si sono sem­pli­ce­men­te pre­fe­ri­ti altri film.

Nono­stan­te l’accaduto, Sal­da­na accet­ta il pro­prio pre­mio a testa alta, con un discor­so toc­can­te in cui ricor­da di esse­re figlia di geni­to­ri immi­gra­ti negli Sta­ti Uni­ti e sot­to­li­nea di esse­re la pri­ma ame­ri­ca­na di ori­gi­ni dome­ni­ca­ne a vin­ce­re un Oscar. L’augurio è che non sia nem­me­no l’ultima.

Di nuo­vo, con poca, sor­pre­sa, il Miglior atto­re non pro­ta­go­ni­sta è anda­to a Kie­ran Cul­kin per il film A Real Pain, diret­to da Jes­se Eisen­berg. Usci­to in Ita­lia il 27 feb­bra­io, la pel­li­co­la ha come pro­ta­go­ni­sti due cugi­ni inter­pre­ta­ti pro­prio da Eisen­berg e Cul­kin, che intra­pren­do­no insie­me un viag­gio per l’Europa.

Aven­do vin­to in tut­te le pre­ce­den­ti pre­mia­zio­ni per cui era sta­to nomi­na­to per que­sto ruo­lo, la vit­to­ria di Cul­kin era pra­ti­ca­men­te assicurata. 

Se la sta­tuet­ta come Miglio­re sce­neg­gia­tu­ra ori­gi­na­le se l’è aggiu­di­ca­ta Ano­ra, quel­la non ori­gi­na­le è sta­ta riti­ra­ta da Peter Strau­ghan per Con­cla­ve. Il sog­get­to è trat­to dall’omonimo roman­zo di Robert Har­ris usci­to nel 2016, la pel­li­co­la rima­ne abba­stan­za fede­le al libro.

È l’unico pre­mio che nel­la sera­ta di dome­ni­ca ha vin­to Con­cla­ve, anche se le nomi­na­tion era­no diver­se tra cui miglior atto­re pro­ta­go­ni­sta per Ral­ph Fien­nes e miglio­re attri­ce non pro­ta­go­ni­sta per Isa­bel­la Ros­sel­li­ni. Quest’ultima sul red car­pet ha volu­to ricor­da­re il regi­sta, non che ami­co, David Lynch da poco venu­to a man­ca­re con un abi­to in vel­lu­to blu, per la pel­li­co­la del 1986 Blue Vel­vet.

Uno dei momenti più emozionanti della serata è stata la vittoria di Flow — Un mondo da salvare, che si è portato a casa la statuetta come Miglior Film d’Animazione, battendo il favorito Inside Out 2.

La con­sa­cra­zio­ne del film affon­da le sue radi­ci nel cir­cui­to festi­va­lie­ro, dove ha esor­di­to al Festi­val di Can­nes 2024, nel­la sezio­ne Un Cer­tain Regard, incan­tan­do il pub­bli­co, per poi pro­se­gui­re il suo per­cor­so nei mag­gio­ri festi­val inter­na­zio­na­li, rac­co­glien­do con­sen­si e vin­cen­do impor­tan­ti riconoscimenti.

Ina­spet­ta­ta mera­vi­glia ani­ma­ta dell’anno, Flow ha con­qui­sta­to anche la cri­ti­ca per la sua poe­sia visi­va e la sua inno­va­ti­va rea­liz­za­zio­ne tec­ni­ca e ha con­fer­ma­to il talen­to del regi­sta let­to­ne Gin­ts Zil­ba­lo­dis.

La pel­li­co­la pre­sen­ta la sto­ria di un gat­ti­no nero che, in un mon­do som­mer­so dall’acqua dopo un’inondazione e dove la vita uma­na sem­bra esse­re scom­par­sa, tro­va rifu­gio su una bar­ca insie­me a un grup­po di ani­ma­li di spe­cie diver­se. La con­vi­ven­za for­za­ta tra esse­ri così dif­fe­ren­ti por­ta a ten­sio­ni, ma anche a momen­ti di col­la­bo­ra­zio­ne e crescita.

Oltre a esse­re una sto­ria di resi­sten­za e soli­da­rie­tà, Flow por­ta con sé anche un poten­te mes­sag­gio ambien­ta­le: la sua ambien­ta­zio­ne richia­ma ine­vi­ta­bil­men­te le con­se­guen­ze del cam­bia­men­to cli­ma­ti­co e dell’innalzamento del livel­lo del mare, tra­sfor­man­do­lo in una rifles­sio­ne sul­la fra­gi­li­tà del nostro pia­ne­ta. Sen­za mai risul­ta­re dida­sca­li­co, il film invi­ta lo spet­ta­to­re a inter­ro­gar­si sul futu­ro del­la Ter­ra e sul­le respon­sa­bi­li­tà dell’uomo, men­tre i pro­ta­go­ni­sti affron­ta­no una vera e pro­pria odis­sea, spin­ti solo dall’istinto di soprav­vi­ven­za e dal desi­de­rio di tro­va­re salvezza. 

Pri­vo di dia­lo­ghi, il film si affi­da inte­ra­men­te alla for­za evo­ca­ti­va del­le imma­gi­ni e alla colon­na sono­ra, rega­lan­do un’esperienza immer­si­va ipno­ti­ca e pro­fon­da­men­te toc­can­te che ampli­fi­ca l’im­pat­to emo­ti­vo del­la nar­ra­zio­ne. Il rac­con­to si svi­lup­pa attra­ver­so un approc­cio visi­vo essen­zia­le ma poten­tis­si­mo. Ogni inqua­dra­tu­ra è costrui­ta con uno sti­le sug­ge­sti­vo e mini­ma­li­sta, capa­ce di tra­spor­ta­re lo spet­ta­to­re in un viag­gio sospe­so tra spe­ran­za e smar­ri­men­to solo con il movi­men­to e il suo­no. Il silen­zio, inve­ce, non è mai vuo­to, ma cari­co di ten­sio­ne e mera­vi­glia, men­tre la musi­ca accom­pa­gna il flus­so degli even­ti, scan­den­do i momen­ti di dif­fi­col­tà e scoperta.

Ciò che rende Flow ancora più straordinario è la sua realizzazione: sviluppato con software open source e un motore grafico simile all’Unreal Engine, il film rappresenta un punto di svolta nell’animazione. 

Inol­tre, avvi­ci­nan­do­si più all’estetica e alle tec­ni­che di svi­lup­po dei video­gio­chi che al tra­di­zio­na­le cine­ma d’animazione, è riu­sci­to a sta­bi­li­re un dop­pio pri­ma­to: è il pri­mo film d’animazione let­to­ne a trion­fa­re agli Oscar e il pri­mo rea­liz­za­to con que­sta tec­no­lo­gia a otte­ne­re un apprez­za­men­to così pre­sti­gio­so. Tan­to è vero che ha pre­val­so su con­cor­ren­ti del cali­bro di Insi­de Out 2 del­la Pixar e, per quan­to non sia sta­to pos­si­bi­le veri­fi­car­lo, for­se avreb­be potu­to con­ten­de­re l’Oscar anche a Il ragaz­zo e l’ai­ro­ne – che duran­te la scor­sa edi­zio­ne ha ripor­ta­to la magia di Miya­za­ki – dimo­stran­do come l’industria dell’animazione stia cam­bian­do rapi­da­men­te, dan­do spa­zio anche a pro­du­zio­ni indi­pen­den­ti e a nuo­vi lin­guag­gi espres­si­vi. Un tra­guar­do che con­fer­ma Flow come un’opera rivo­lu­zio­na­ria, capa­ce non solo di ride­fi­ni­re i con­fi­ni del cine­ma d’animazione, ma anche di apri­re nuo­ve pro­spet­ti­ve per il futu­ro del set­to­re, lascian­do spa­zio all’interpretazione e sti­mo­lan­do un coin­vol­gi­men­to sen­so­ria­le raro nel genere.

Gran­de atte­sa anche per la cate­go­ria Miglior film inter­na­zio­na­le, nel­la qua­le il film favo­ri­to sem­bra­va esse­re Emi­lia Pérez, del regi­sta fran­ce­se Jac­ques Audiard. La sta­tuet­ta è anda­ta inve­ce al bra­si­lia­no Ain­da Estou Aqui — Io sono anco­ra qui, del regi­sta Wal­ter Sal­les. Basa­to sul roman­zo di Mar­ce­lo Rubens Pai­va, il film rac­con­ta la sto­ria del rapi­men­to di Rubens Pai­va, suo padre, ex depu­ta­to del par­ti­to labu­ri­sta bra­si­lia­no, un desa­pa­re­ci­do negli anni del­la dit­ta­tu­ra bra­si­lia­na, scom­par­so nel 1971. Una pel­li­co­la cru­da e mol­to emo­zio­nan­te, che rac­con­ta con gran­de one­stà l’epoca dit­ta­to­ria­le e met­te a nudo una fami­glia mol­to uni­ta, ma com­ple­ta­men­te spae­sa­ta a cau­sa di que­sta spa­ri­zio­ne. Degna di esse­re men­zio­na­ta è la per­for­man­ce di Fer­nan­da Tor­res, inter­pre­te di Euni­ce Fac­ciol­la Pai­va, la moglie dell’ex depu­ta­to, don­na for­te e deter­mi­na­ta a sco­pri­re tut­ta la veri­tà su ciò che è suc­ces­so al marito. 

Can­di­da­ta come Miglior Attri­ce Pro­ta­go­ni­sta, Tor­res è diven­ta­ta la pri­ma attri­ce bra­si­lia­na a vin­ce­re un Gol­den Glo­be come Miglio­re attri­ce pro­ta­go­ni­sta in un film dram­ma­ti­co e la secon­da attri­ce bra­si­lia­na a esse­re nomi­na­ta per un Pre­mio Oscar in que­sta cate­go­ria. La pri­ma è sta­ta sua madre, l’attrice bra­si­lia­na Fer­nan­da Mon­te­ne­gro, nel 1998.

The Sub­stan­ce, rispet­to ad altre occa­sio­ni, vin­ce meno sta­tuet­te (si nota soprat­tut­to la pro­ta­go­ni­sta Demi Moo­re, ma la com­pri­ma­ria Mar­ga­ret Qual­ley non è nean­che sta­ta can­di­da­ta). Il film del­la regi­sta fran­ce­se Far­geat, infat­ti, vin­ce solo nel­la sezio­ne dei Miglio­ri truc­co e accon­cia­tu­ra — cate­go­ria con­su­stan­zia­le a una pel­li­co­la che vuo­le inscri­ver­si nel body hor­ror e il cui truc­co pro­ste­ti­co ha cau­sa­to, a det­ta di Qual­ley, un lun­go perio­do di acne.

Scar­so suc­ces­so anche per Wic­ked, che nono­stan­te gli altis­si­mi incas­si negli Sta­ti Uni­ti e nomi­na­tion in cate­go­rie impor­tan­ti, tra cui Miglior film e Miglior attri­ce pro­ta­go­ni­sta e non pro­ta­go­ni­sta, por­ta a casa solo due sta­tuet­te per Miglior sce­no­gra­fia e Miglio­ri costu­mi. Era sta­ta nota­ta la sua gran­de assen­za nel­le nomi­na­tion per Miglior can­zo­ne ori­gi­na­le, a disca­pi­to del­le per­for­man­ce, mol­to ama­te di Cyn­thia Eri­vo e Aria­na Grande.

Altro film mol­to pena­liz­za­to a que­sti pre­mi Oscar è Dune — Par­te due, del qua­le non è sta­ta rico­no­sciu­ta nem­me­no la nomi­na­tion a Miglior regi­sta per Denis Vil­le­neu­ve. Col­le­zio­na solo due pre­mi, uno per Miglio­ri effet­ti visi­vi e uno per Miglior sono­ro. Andrà meglio con Dune — Mes­siah?

Con­clu­dia­mo con uno dei pre­mi più igno­ra­ti, ma che rap­pre­sen­ta uno dei mestie­ri più impor­tan­ti del set: l’Oscar alla miglior foto­gra­fia, vin­to da Lol Cra­w­ley (The Bru­ta­li­st).

Dopo una car­rie­ra — comin­cia­ta agli ini­zi degli anni ‘10 — tra film indi­pen­den­ti e video­clip musi­ca­li, instau­ra un lun­go soda­li­zio con Bra­dy Cor­bet già da quan­do l’ex atto­re pas­sa die­tro la mac­chi­na da pre­sa con The Chil­d­hood of a Lea­der nel 2015; dan­do così vita a un lun­go soda­li­zio che cul­mi­na die­ci anni dopo nel Dol­by Theatre.

Con i suoi colo­ri che spa­zia­no dal bian­co del cemen­to al bian­co del mar­mo, dal nero del catra­me nei can­tie­ri di Fila­del­fia alla ver­de col­li­na di Doy­le­sto­wn, Cra­w­ley con­qui­sta la giu­ria dell’Academy, che la sera del 2 mar­zo gli con­fe­ri­sce il premio.

Come con­ti­nue­rà la car­rie­ra arti­sti­ca di que­sto duo dopo tut­ti que­sti trion­fi? Sia­mo al ver­ti­ce del­la para­bo­la o solo all’inizio?

Come in ogni edizioni l’Academy ha voluto ricordare chi ha reso possibile la realizzazione di pellicole che sono entrate nella cultura cinematografica, che sono deceduti nell’ultimo anno, tra cui Maggie Smith, Donald Sutherland e Shelley Duval


Il ricor­do più toc­can­te, però, è sta­to quel­lo di Mor­gan Free­man per l’amico Gene Hack­man. I due atto­ri han­no con­di­vi­so il set di diver­si film tra cui Under Suspi­cion Gli spie­ta­ti. “Abbia­mo per­so un gigan­te ed io un gran­de ami­co”, que­ste sono sta­te le com­mos­se paro­le dell’attore sul pal­co dell’Academy. Infi­ne, quest’ultima ha riser­va­to le cin­que inqua­dra­tu­re fina­li degli Oscar 2025 all’attore, mor­to all’età di 95 anni in cir­co­stan­ze anco­ra sospette.

Con­di­vi­di:
Elisa Basilico
Cristina Bianchi
Giu­ri­sta pen­ti­ta che si è con­ver­ti­ta a scien­ze poli­ti­che. Mi inte­res­sa mol­to tro­va­re una con­nes­sio­ne tra attua­li­tà e cine­ma, che per­met­ta alle men­ti crea­ti­ve di viag­gia­re attra­ver­so le epo­che e svi­lup­pa­re un pen­sie­ro critico.
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Carmine Catacchio
Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.

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