Radici. Democrazia: un’idea perduta?

Negli ulti­mi anni, la paro­la “demo­cra­zia” è diven­ta­ta fre­quen­te nel les­si­co quo­ti­dia­no, assu­men­do un ruo­lo cen­tra­le nel discor­so pub­bli­co e costi­tuen­do il pun­to di rife­ri­men­to idea­le per le scel­te poli­ti­che e sociali.

Oggi, però, men­tre la cri­si del­la rap­pre­sen­tan­za poli­ti­ca si acui­sce, assi­stia­mo a un cre­scen­te scet­ti­ci­smo nei con­fron­ti del­le isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che, per­ce­pi­te da mol­ti come inef­fi­ca­ci o compromesse.

I sini­stri rumo­ri di cedi­men­to del­la strut­tu­ra isti­tu­zio­na­le che per decen­ni ha garan­ti­to sta­bi­li­tà e liber­tà in Occi­den­te si fan­no sem­pre più evi­den­ti, e così la paro­la “demo­cra­zia” diven­ta infla­zio­na­ta, usa­ta come uno slo­gan ambi­guo, evo­ca­to tan­to per difen­de­re i suoi valo­ri fon­dan­ti quan­to per giu­sti­fi­ca­re pra­ti­che auto­ri­ta­rie masche­ra­te da con­sen­so popo­la­re.

Pro­fes­sar­si demo­cra­ti­ci oggi dovreb­be signi­fi­ca­re ade­ri­re a un siste­ma di valo­ri incen­tra­to su egua­glian­za, soli­da­rie­tà, altrui­smo e liber­tà. Ma la demo­cra­zia è sem­pre sta­ta sino­ni­mo di vir­tù poli­ti­ca? Ha sem­pre godu­to di una con­no­ta­zio­ne positiva?

L’idea che la demo­cra­zia sia la miglior for­ma di gover­no è rela­ti­va­men­te recen­te: nell’antichità essa era spes­so con­si­de­ra­ta insta­bi­le e peri­co­lo­sa, asso­cia­ta all’idea del­la mas­sa egoi­sta, igno­ran­te e incon­te­ni­bi­le, facil­men­te influen­za­bi­le da pas­sio­ni e inte­res­si imme­dia­ti susci­ta­ti da demagoghi.

Non a caso, Pla­to­ne, nel­la Repub­bli­ca, dipin­ge la demo­cra­zia come un regi­me desti­na­to a dege­ne­ra­re: quan­do tut­ti si con­si­de­ra­no ugua­li e pre­ten­do­no di gover­na­re, l’ordine si sgre­to­la e il pote­re fini­sce nel­le mani di chi sa lusin­ga­re meglio il popo­lo, non di chi sa gui­dar­lo con sag­gez­za. Così, la demo­cra­zia si tra­sfor­ma in oclo­cra­zia, il gover­no del­la fol­la irra­zio­na­le, faci­le pre­da di un sin­go­lo tiranno.

Se la democrazia in questa forma non era ancora considerata un modello ideale, cosa è cambiato nel corso dei secoli?

In Euro­pa, la limi­ta­zio­ne del pote­re asso­lu­to dei sovra­ni ha segna­to le pri­me tap­pe del cam­mi­no demo­cra­ti­co. Un momen­to cru­cia­le fu la Magna Char­ta (1215), che costrin­se il re d’Inghilterra a con­di­vi­de­re il pote­re con i baro­ni, get­tan­do le basi per lo Sta­to di dirit­to e per il rico­no­sci­men­to di dirit­ti fondamentali.

L’Illu­mi­ni­smo acce­le­rò que­sto pro­ces­so: i filo­so­fi ini­zia­ro­no a ripen­sa­re la sovra­ni­tà popo­la­re, ma con stru­men­ti appro­pria­ti per evi­ta­re le deri­ve dema­go­gi­che che tan­to spa­ven­ta­va­no gli anti­chi Greci.

Mon­te­squieu, ad esem­pio, teo­riz­zò la sepa­ra­zio­ne dei pote­ri come argi­ne con­tro il rischio che il pote­re si con­cen­tras­se nel­le mani di una sola per­so­na o di una mag­gio­ran­za incon­trol­la­ta. Que­sta idea, oggi, è un pila­stro del­lo Sta­to di diritto.

La demo­cra­zia moder­na nasce come un siste­ma fra­gi­le, biso­gno­so di equi­li­bri e limi­ti per evi­ta­re di auto­di­strug­ger­si. Dopo la Secon­da guer­ra mon­dia­le, con la scon­fit­ta del­le dit­ta­tu­re tota­li­ta­rie di destra, la demo­cra­zia si è affer­ma­ta in Euro­pa come model­lo poli­ti­co. Le costi­tu­zio­ni libe­ra­li occi­den­ta­li han­no cer­ca­to di equi­li­bra­re la par­te­ci­pa­zio­ne popo­la­re con isti­tu­zio­ni indi­pen­den­ti e dirit­ti inalienabili. 

Ma cos’è dunque la democrazia?

Non esi­ste una defi­ni­zio­ne uni­vo­ca, per­ché la demo­cra­zia non è un siste­ma rigi­do, ma si reg­ge comun­que su prin­ci­pi irri­nun­cia­bi­li in un pro­ces­so in con­ti­nua evo­lu­zio­ne. È par­te­ci­pa­zio­ne, con­di­vi­sio­ne, egua­glian­za sostan­zia­le e atten­zio­ne alla diver­si­tà del­le persone.

In gene­ra­le, pos­sia­mo dire che la demo­cra­zia è una for­ma di gover­no basa­ta sul­la sovra­ni­tà popo­la­re, in cui ogni cit­ta­di­no ha il dirit­to di par­te­ci­pa­re in con­di­zio­ni di ugua­glian­za all’esercizio del pote­re pub­bli­co. Non è un dog­ma né si fon­da su valo­ri asso­lu­ti, ben­sì è un insie­me di prin­ci­pi che nel­la loro essen­za con­si­sto­no in dedi­zio­ne alla cosa pub­bli­ca e dispo­ni­bi­li­tà a desti­nar­vi le pro­prie ener­gie e a met­te­re in comu­ne una par­te del­le pro­prie risor­se per garan­ti­re a tut­ti, soprat­tut­to ai più fra­gi­li, la pos­si­bi­li­tà di vive­re in modo libe­ro e digni­to­so, nel­la pie­na dispo­ni­bi­li­tà di dirit­ti sociali.

Sic­co­me per­met­te e garan­ti­sce liber­tà di espres­sio­ne, la demo­cra­zia è suscet­ti­bi­le di acco­glie­re e far vale­re i valo­ri di ognu­no. Per que­sto, «nichi­li­smo o scet­ti­ci­smo dif­fu­si nel­la socie­tà ne rap­pre­sen­ta­no una minac­cia», scri­ve­va il pro­fes­sor Gusta­vo Zagre­bel­sky nel libro Impa­ra­re demo­cra­zia del 2016. Doman­dan­do­si: «se non si ha fede in nul­la, per­ché difen­de­re una for­ma di gover­no rispet­to ad un’altra; in par­ti­co­la­re una for­ma di gover­no come la demo­cra­zia che pre­sup­po­ne l’aspirazione dei sin­go­li a pro­muo­ve­re ed affer­ma­re le pro­prie posi­zio­ni e convinzioni?».

Chi non ha una visio­ne chia­ra del mon­do in cui vor­reb­be vive­re non per­ce­pi­sce dif­fe­ren­za tra demo­cra­zia e auto­cra­zia, e la sua scel­ta sarà gui­da­ta solo da inte­res­si indi­vi­dua­li, spes­so influen­za­ti dal­la disin­for­ma­zio­ne dif­fu­sa dal­la pro­pa­gan­da media­ti­ca. La mani­po­la­zio­ne dell’informazione, attra­ver­so algo­rit­mi che ampli­fi­ca­no con­te­nu­ti divi­si­vi e crea­no came­re d’eco dove le per­so­ne si con­fron­ta­no solo con opi­nio­ni che con­fer­ma­no le loro con­vin­zio­ni, è una del­le minac­ce più gra­vi per le demo­cra­zie moderne.

Se il dibat­ti­to si appiat­ti­sce e la socie­tà si tra­sfor­ma in una mas­sa infor­me, se rinun­cia­mo al ragio­na­re insie­me, discu­te­re, e dele­ghia­mo ad altri il pen­sie­ro per pau­ra di con­fron­tar­si con un’opinione dif­fe­ren­te, per­dia­mo la più stret­ta essen­za demo­cra­ti­ca: la tol­le­ran­za dell’opinione altrui e il con­fron­to.

In que­sto sen­so, Beni­to Mus­so­li­ni defi­ni­va il Par­la­men­to un luo­go di «ludi car­ta­cei», ridi­co­liz­zan­do il dibat­ti­to demo­cra­ti­co in una tesi sprez­zan­te del­lo stes­so eser­ci­zio di voto, clas­si­fi­ca­to come un inu­ti­le e dispen­dio­so esercizio.

Oggi, questa critica ritorna sotto nuove forme.

Si accu­sa la demo­cra­zia di esse­re trop­po len­ta e inca­pa­ce di tene­re il pas­so con i rit­mi fre­ne­ti­ci dei social media e del­la comu­ni­ca­zio­ne digi­ta­le. Ma la len­tez­za del Par­la­men­to è dav­ve­ro un difet­to? Non è for­se il segno di un siste­ma che pon­de­ra le deci­sio­ni attra­ver­so il con­fron­to tra opi­nio­ni diver­se? L’efficienza non può diven­ta­re un pre­te­sto per con­cen­tra­re il pote­re nel­le mani di pochi, sacri­fi­can­do il dibat­ti­to democratico.

Fra­si scon­si­de­ra­te e spre­ge­vo­li come “abbia­mo vin­to, se ne fac­cia­no una ragio­ne” o “se voglio­no par­la­re, si can­di­di­no” riflet­to­no una con­ce­zio­ne di “demo­cra­zia al rove­scio”, in cui il pote­re pas­sa dai debo­li cit­ta­di­ni ai poten­ti, i qua­li, una vol­ta tra­scor­so il momen­to del suf­fra­gio, riten­go­no di ave­re un pote­re a tut­to cam­po che legit­ti­ma un uso arbi­tra­rio del­le isti­tu­zio­ni, e un pote­re di modi­fi­ca­re le leg­gi per eli­mi­na­re i vin­co­li al pro­prio operato.

Demo­cra­zia non è il gover­no del­la mag­gio­ran­za con­tro la mino­ran­za: è un siste­ma che tute­la anche chi dis­sen­te e garan­ti­sce spa­zi di discus­sio­ne a tut­ti. E pro­prio nell’attività del­le mino­ran­ze e di tut­ti i cit­ta­di­ni sta la dif­fe­ren­za con regi­mi auto­cra­ti­ci, nei qua­li non si han­no cit­ta­di­ni atti­vi ma sud­di­ti inca­pa­ci di pren­de­re una qual­sia­si decisione. 

Le moder­ne sfi­de geo­po­li­ti­che ci pon­go­no una doman­da cru­cia­le: stia­mo assi­sten­do a una nuo­va fase di dege­ne­ra­zio­ne del­la demo­cra­zia, come descrit­to da Poli­bioPla­to­ne?

Il cre­scen­te scet­ti­ci­smo ver­so le isti­tu­zio­ni, l’ascesa di lea­der popu­li­sti che sca­val­ca­no i cor­pi inter­me­di e il ruo­lo per­va­si­vo del­la disin­for­ma­zio­ne sem­bra­no spin­ge­re il siste­ma ver­so una cri­si profonda.

Ma la demo­cra­zia non è un dono che vie­ne dal cie­lo. Per affer­mar­si, ha sem­pre dovu­to lot­ta­re con­tro oli­gar­chie e ten­ta­zio­ni auto­ri­ta­rie. La sua dege­ne­ra­zio­ne ini­zia con l’apatia e l’assuefazione a pic­co­le con­ces­sio­ni che, nel tem­po, pre­pa­ra­no il ter­re­no per rinun­ce più grandi. 

Il futu­ro del­la demo­cra­zia dipen­de­rà dal­la nostra capa­ci­tà di rin­no­var­la sen­za tra­dir­ne i prin­ci­pi, raf­for­zan­do la par­te­ci­pa­zio­ne con­sa­pe­vo­le e con­tra­stan­do le ten­den­ze auto­ri­ta­rie. Non è un pro­ces­so ine­vi­ta­bi­le: la demo­cra­zia vive e muo­re nel­le scel­te quo­ti­dia­ne di chi la ani­ma.

Arti­co­lo di Filip­po Belgrano

Con­di­vi­di:
Filippo_Belgrano
Stu­den­te di giu­ri­spru­den­za, affa­sci­na­to dal­le con­nes­sio­ni tra socie­tà, dirit­to e attua­li­tà; uso la scrit­tu­ra per esplo­rar­le e condividerle.

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.