Speciale 8 marzo: conquiste, stereotipi e nuove sfide

Speciale 8 marzo: conquiste, stereotipi e nuove sfide
Speciale 8 marzo: conquiste, stereotipi e nuove sfide

Con tutto il rumore mediatico che ogni anno accompagna la Giornata Internazionale della Donna, è fondamentale non perdere di vista il vero significato di questa ricorrenza.

L’8 marzo non è solo un’occasione per celebrare le conquiste sociali, politiche ed economiche delle donne, ma anche per riflettere sui progressi significativi compiuti in vari ambiti, come quelli istituzionali e culturali dalle donne di tutto il mondo. È un momento per porre l’accento sulle discriminazioni, sugli stereotipi e sulla violenza di genere che le donne continuano a subire in molte parti del mondo – oltre che sulle sfide legate ai diritti riproduttivi e all’accesso a risorse fondamentali come istruzione e salute – e per rinnovare l’impegno verso la parità di genere e il rispetto dei diritti delle donne in ogni settore della società.

Noi di Vulcano Statale, nel nostro piccolo, vogliamo contribuire a questa riflessione, portando la nostra voce e mettendo in luce alcuni aspetti della vita quotidiana che, troppo spesso, vengono dati per scontati. Le sfide restano in forma sottile e pervasiva: le donne continuano a essere vittime di dinamiche invisibili, che purtroppo permangono in molti aspetti della loro vita, sia nei rapporti familiari che sul posto di lavoro, e persino nel modo in cui la cultura – dalla letteratura al cinema – rappresenta e spesso sottovaluta il ruolo della donna.


Sono fem­mi­ni­sta ma… — di Miche­le Cacciapuoti

«Sono fem­mi­ni­sta ma fino alla secon­da onda­ta», ossia fino alle riven­di­ca­zio­ni e ai risul­ta­ti con­se­gui­ti fra anni Ses­san­ta e Ottan­ta (inclu­si) nel­le socie­tà occi­den­ta­li — non più solo il suf­fra­gio uni­ver­sa­le, ma anche que­stio­ni ine­ren­ti i dirit­ti ripro­dut­ti­vi e il dirit­to di famiglia.

Si trat­ta sicu­ra­men­te di una posi­zio­ne più pro­gres­si­sta rispet­to a chi con­dan­na il Ses­san­tot­to, non solo come pro­vo­ca­zio­ne di stam­po cro­no­lo­gi­co (come Rober­to Van­nac­ci), ma rin­ne­gan­do­ne espli­ci­ta­men­te o meno le con­qui­ste, come il dirit­to all’aborto.

Eppu­re que­sta fra­se, men­tre sal­va la secon­da onda­ta fem­mi­ni­sta, esclu­de le suc­ces­si­ve. Del resto, è con que­sto tipo di affer­ma­zio­ni (che impli­ci­ta­men­te nega­no qualcos’altro) che si auto­de­fi­ni­sco­no le iden­ti­tà, fra cui quel­le poli­ti­che, mar­can­do un confine.

Dunque, a che cosa si sta rinunciando?

La ter­za onda­ta, a caval­lo fra anni Novan­ta e Due­mi­la, vide pro­ta­go­ni­sti i mem­bri del­la Gene­ra­zio­ne X (quel­la dei nostri geni­to­ri, bene o male) e fu carat­te­riz­za­to anche dal feno­me­no del­le Riot grrrl.

Fra i trat­ti prin­ci­pa­li di que­sto movi­men­to c’è la cri­ti­ca post­mo­der­na alle pre­ce­den­ti cate­go­rie con­cet­tua­li di gene­re o pote­re e, soprat­tut­to, l’inter­se­zio­na­li­tà: secon­do que­sto tipo di approc­cio, le iden­ti­tà dei diver­si seg­men­ti socia­li (ad esem­pio il gene­re, l’etnia e l’orientamento ses­sua­le) si inter­se­ca­no, crean­do diver­se com­bi­na­zio­ni di pos­si­bi­li pri­vi­le­gi e discriminazioni.

Di con­se­guen­za, mol­te bran­che di que­sto movi­men­to rap­pre­sen­ta­no un’intersezione con altri movi­men­ti pro­gres­si­sti, fra tut­ti l’eco­fem­mi­ni­smo e il tran­sfem­mi­ni­smo.

Dal­lo scor­so decen­nio è emer­sa una quar­ta onda­ta, ancor più radi­ca­ta su Inter­net ma sostan­zial­men­te in con­ti­nui­tà con i pre­sup­po­sti inter­se­zio­na­li dell’ondata pre­ce­den­te: da essa discen­do­no con­cet­ti oggi mol­to attua­li come il body-sha­ming e la cul­tu­ra del­lo stu­pro.

Que­sti movi­men­ti, in quan­to tali, non sono per­fet­ta­men­te omo­ge­nei al pro­prio inter­no e non è neces­sa­rio con­cor­da­re con tut­te le teo­rie e dot­tri­ne espo­ste al loro inter­no per esse­re fem­mi­ni­sti. La stes­sa inter­se­zio­na­li­tà vie­ne tal­vol­ta inter­pre­ta­ta in modo distor­to: non come una gri­glia che per­met­ta di rico­no­sce­re i pun­ti in comu­ne anche quan­do vi sia­no ele­men­ti di disac­cor­do; ben­sì come fil­tro puri­sta, sul­la cui base maga­ri bol­la­re chi non con­di­vi­de cer­ti pre­sup­po­sti (ad esem­pio eco­no­mi­ci) come fem­mi­ni­sta per­for­ma­ti­vo o com­mo­di­ty femi­ni­st.

Il pun­to è capi­re che cosa si sta atti­va­men­te con­tra­stan­do, però, quan­do si riget­ta­no la ter­za e quar­ta onda­ta in toto: una pro­spet­ti­va di com­ples­si­fi­ca­zio­ne dell’analisi e il rico­no­sci­men­to dei fat­to­ri eco­no­mi­ci nel­la dispa­ri­tà di gene­re, o una moder­na con­ce­zio­ne dell’identità di gene­re (disco­no­sciu­ta dal movi­men­to TERFtrans-exclu­sio­na­ry radi­cal femi­ni­sm).

Quasi a dire che le donne debbano accontentarsi di poter votare, divorziare e non essere impunemente uccise, che altro si può volere?


L’importanza dell’infanzia per la pari­tà di gene­re — di Nico­lò Bianconi

Cor­re­va­no gli anni ‘70 quan­do la socio­lo­ga Ele­na Gia­ni­ni Belot­ti scris­se un libro che segnò la sto­ria del fem­mi­ni­smo ita­lia­no. Con l’accattivante tito­lo Dal­la par­te del­le bam­bi­ne, la pro­li­fi­ca autri­ce rac­co­glie­va le sue osser­va­zio­ni su come le don­ne di doma­ni veni­va­no cre­sciu­te e con­di­zio­na­te ver­so cer­ti com­por­ta­men­ti. Osser­va­zio­ni che, a mez­zo seco­lo di distan­za, riman­go­no in gran par­te attualissime.

Pos­sia­mo ini­zia­re con una di que­ste rifles­sio­ni, che for­tu­na­ta­men­te è lega­ta a un miglio­ra­men­to sostanziale.

Duran­te la fase dell’allattamento, le fem­mi­ne veni­va­no soli­ta­men­te pri­va­te del lat­te mater­no mol­to pri­ma dei bam­bi­ni, sia in ter­mi­ni di età che di tem­po dedi­ca­to al nutri­men­to. Que­sto avve­ni­va per pre­con­cet­ti cul­tu­ra­li, che con­si­de­ra­va­no la foga nel suc­chia­re dei maschi come natu­ra­le, segno di un figlio che si face­va for­te e che si sareb­be fat­to valere.

Al con­tra­rio, la gio­ia di nutrir­si del­le neo­na­te veni­va vista con una luce ben diver­sa. «[A fare così] diven­te­rà una gras­so­na» affer­ma­va una madre ascol­ta­ta dall’autrice; «È così ingor­da, mi fa un po’ sen­so» con­fi­da­va un’altra.Queste dop­pie misu­re por­ta­no a con­se­guen­ze sul­lo svi­lup­po emo­ti­vo dei due ses­si. Men­tre i maschi pote­va­no ten­den­zial­men­te con­ta­re sul rag­giun­gi­men­to del­la sod­di­sfa­zio­ne, le lat­tan­ti ne veni­va­no soli­ta­men­te pri­va­te, sen­za capir­ne la ragio­ne e sen­ten­do­si così tra­di­te dal­la figu­ra da cui dipen­de­va­no per soprav­vi­ve­re. Una dif­fe­ren­za che por­ta­va a impor­tan­ti riper­cus­sio­ni, dato che il rap­por­to con la madre è il pri­mo model­lo attra­ver­so cui appren­dia­mo a rela­zio­nar­ci con gli altri.

Per fortuna però, oggi le sopracitate differenze si sono ridotte di molto.

Que­sto net­to miglio­ra­men­to non è avve­nu­to per un altro aspet­to: le spin­te estro­ver­se del­le fem­mi­ne più viva­ci ven­go­no tut­to­ra mol­to più spes­so osta­co­la­te rispet­to a quel­le dei maschi, al pun­to che si può par­la­re di un feno­me­no siste­mi­co. Come osser­va­to dal­la socio­lo­ga, tale repres­sio­ne por­ta ten­den­zial­men­te a bam­bi­ne più pas­si­ve, meno pro­pen­se ad atti­ra­re atten­zio­ni e quin­di più ansio­se e malin­co­ni­che. Que­sti pro­ces­si di inqua­dra­men­to riguar­da­no prin­ci­pal­men­te i due-quat­tro anni, ma non si fer­ma­no qui. Essi con­ti­nua­no negli anni suc­ces­si­vi ed è in que­sta fase che la viva­ci­tà rima­sta soli­ta­men­te subi­sce un duro col­po, a cau­sa del­la ver­go­gna del­le bam­bi­ne di esse­re eti­chet­ta­te come “maschiac­ci”.

Un ulti­mo tema, caro alla scrit­tri­ce e anco­ra attua­lis­si­mo, riguar­da la scel­ta dei gio­chi, i qua­li pos­so­no esse­re visti come stru­men­ti con cui impa­ria­mo aspet­ti del mon­do divertendoci.

Alcu­ne di que­ste atti­vi­tà ludi­che pos­so­no esse­re svol­te in grup­po, tipo cal­cio o nascon­di­no. Da esse i pic­co­li impa­ra­no le basi del­la socia­li­tà, come il rispet­to del­le rego­le e del lavo­ro di squa­dra. Altre, — su cui ci sof­fer­me­re­mo, — ven­go­no fat­te prin­ci­pal­men­te da soli e riman­go­no rigi­da­men­te divi­se per gene­re. Bam­bo­le, ruspe, set da cuci­na e mac­chi­ni­ne sono solo alcu­ni esem­pi. Mol­ti geni­to­ri affer­ma­no che i figli sono natu­ral­men­te attrat­ti dai pas­sa­tem­pi lega­ti al loro ses­so, ma è dav­ve­ro così?

In real­tà i bim­bi non san­no dav­ve­ro qua­li gio­cat­to­li “appar­ten­go­no” a qua­le iden­ti­tà di gene­re, ma lo appren­do­no mol­to velocemente.

Que­sto por­tan­do i pro­dot­ti per l’infanzia da loro adoc­chia­ti ai geni­to­ri, che con una cer­ta fre­quen­za li boc­ce­ran­no. Tale rifiu­to può esse­re dovu­to a tan­ti moti­vi, ma l’aver scel­to un gio­co dal tar­get ses­sua­le sba­glia­to è spes­so, alme­no all’inizio, tra le ragio­ni principali.

Dunque i bambini imparano a chiedere giocattoli più affini ai desideri dei genitori.

Così da ave­re più pro­ba­bi­li­tà che que­sti ven­ga­no acqui­sta­ti e avvi­ci­na­no man mano i pro­pri gusti a quel­li del­lo ste­reo­ti­po di genere.

Il mon­do del mar­ke­ting ha poi esa­cer­ba­to le dif­fe­ren­ze pre­e­si­sten­ti, offren­do­si di aiu­ta­re i pic­co­li a indi­vi­dua­re gli arti­co­li “da fem­mi­na” e “da maschio”, tra­di­zio­nal­men­te ado­pe­ran­do il rosa e l’azzurro.

Su que­sto tema è infi­ne impor­tan­te ripren­de­re il discor­so ini­zia­le: i gio­chi ser­vo­no a inse­gna­re qual­co­sa. Se alle bam­bi­ne si dan­no bam­bo­le, sco­pe e lava­tri­ci gio­cat­to­lo, men­tre ai maschi sono spes­so proi­bi­ti, è così stra­no che i lavo­ri dome­sti­ci ven­ga­no anco­ra svol­ti in gran par­te da don­ne? Que­sta discri­mi­na­zio­ne con­tri­bui­sce inol­tre a raf­for­za­re l’i­dea che le don­ne sia­no meno capa­ci e libe­re di sce­glie­re. Inve­ce gli uomi­ni, dopo esse­re sta­ti pre­si in giro per aver chie­sto un arti­co­lo “da fem­mi­na”, ten­do­no a inte­rio­riz­za­re una visio­ne sva­lu­tan­te di ciò che è con­si­de­ra­to femminile.

Come osser­va­to da Gia­ni­ni Belot­ti nel seco­lo scor­so, per rag­giun­ge­re la pari­tà dei ses­si è fon­da­men­ta­le non dimen­ti­car­si dell’infanzia. In que­gli anni si for­ma la nostra per­so­na­li­tà, in buo­na par­te come risul­ta­to dei con­di­zio­na­men­ti di gene­re. Supe­ran­do­li, potrem­mo ambi­re a una socie­tà miglio­re. Del resto, se que­ste dif­fe­ren­ze com­por­ta­men­ta­li fos­se­ro dav­ve­ro natu­ra­li, ci sareb­be for­se il biso­gno di inculcarle?


La Voce del­le Don­ne nel­la Let­te­ra­tu­ra in un Mon­do Patriar­ca­le — di Vivia­na Genovese

Se c’è un luo­go in cui il patriar­ca­to ha sem­pre cer­ca­to di impor­si, è quel­lo del­la paro­la scritta.

Per secoli, la letteratura è stata dominio maschile, negando alle donne lo spazio per raccontarsi. 

Alcu­ne han­no sfi­da­to le rego­le, pagan­do un prez­zo alto, ma lascian­do un segno indelebile.

La scrit­tu­ra è sta­ta un poten­te stru­men­to di eman­ci­pa­zio­ne e cri­ti­ca socia­le per le don­ne, per­met­ten­do loro di dare voce alle espe­rien­ze fem­mi­ni­li, ride­fi­ni­re il ruo­lo del­le don­ne nel­la real­tà e nel­la let­te­ra­tu­ra e con­qui­sta­re uno spa­zio di liber­tà in cui met­te­re in discus­sio­ne il siste­ma patriar­ca­le. Mol­te autri­ci han­no dovu­to lot­ta­re per affer­mar­si in un mon­do let­te­ra­rio domi­na­to dagli uomi­ni, suben­do cri­ti­che e smi­nui­men­ti lega­ti più sul gene­re che sul valo­re del­le loro ope­re, ma le loro sto­rie riflet­to­no bat­ta­glie che, sot­to diver­se for­me, con­ti­nua­no ancora.

Autri­ci come Gra­zia Deled­da, uni­ca don­na ita­lia­na a vin­ce­re nel 1926 il Pre­mio Nobel per la Let­te­ra­tu­ra, ne sono un esem­pio. Nono­stan­te il rico­no­sci­men­to inter­na­zio­na­le, la sua vit­to­ria fu accol­ta con scet­ti­ci­smo da mol­ti intel­let­tua­li dell’epoca, tra cui Lui­gi Piran­del­lo che, pur essen­do un gran­de scrit­to­re, fati­ca­va ad accet­ta­re che una don­na aves­se otte­nu­to un rico­no­sci­men­to simi­le pri­ma di lui e la con­si­de­ra­va comun­que infe­rio­re agli scrit­to­ri uomi­ni

O anco­ra, spes­so alcu­ne scrit­tri­ci han­no dovu­to com­bat­te­re per otte­ne­re rico­no­sci­men­to pub­bli­can­do sot­to pseu­do­ni­mi maschi­li. È il caso di Geor­ge Eliot, nome con cui Mary Ann Evans fir­mò le sue ope­re per evi­ta­re i pre­giu­di­zi riser­va­ti alle autri­ci don­ne nell’Inghilterra dell’Ottocento. Con roman­zi come Midd­le­march, Eliot dimo­strò una straor­di­na­ria pro­fon­di­tà psi­co­lo­gi­ca e socia­le, sfi­dan­do le con­ven­zio­ni del suo tem­po e affer­man­do­si come una del­le più gran­di scrit­tri­ci del­la let­te­ra­tu­ra ingle­se. Il suo suc­ces­so dimo­strò che il talen­to non ha gene­re, anche se per esse­re rico­no­sciu­to, a vol­te, ha dovu­to nascon­der­si die­tro un nome maschile.

Tutt’ora la letteratura continua a essere un terreno di battaglia per la rappresentazione delle donne, offrendo nuove narrazioni che sfidano gli stereotipi e propongono modelli alternativi, nonostante il canone letterario sia ancora dominato da autori maschi, con poche eccezioni.

Al gior­no d’oggi, ci sono tan­te scrit­tri­ci che stan­no ridi­se­gnan­do la figu­ra del­la don­na nei loro libri. Autri­ci come Chi­ma­man­da Ngo­zi Adi­chie, che con Ame­ri­ca­nah esplo­ra la com­ples­si­tà del­le espe­rien­ze del­le don­ne nere, o Ele­na Fer­ran­te, che ha crea­to un mon­do tut­to fem­mi­ni­le ne L’amica genia­le. L’autrice, inol­tre, seb­be­ne avvol­ta nel­l’a­no­ni­ma­to, è una del­le scrit­tri­ci più influen­ti al mon­do: la sua scel­ta di non mostrar­si è un atto di liber­tà e resi­sten­za con­tro un siste­ma che spes­so giu­di­ca le autri­ci più per la loro imma­gi­ne che per le loro ope­re. Con la saga de L’amica genia­le, infat­ti, Fer­ran­te ha rac­con­ta­to l’amicizia fem­mi­ni­le con una pro­fon­di­tà rara, met­ten­do in luce il peso del­le aspet­ta­ti­ve socia­li sul­le don­ne, le vio­len­ze dome­sti­che e il rap­por­to con il pote­re. Que­sti per­so­nag­gi non sono solo corag­gio­si o vul­ne­ra­bi­li, ma sono com­ple­ti, com­ples­si, reali.

Nel­la let­te­ra­tu­ra esi­sto­no anche diver­si per­so­nag­gi fem­mi­ni­li che sfi­da­no le convenzioni.

Par­lia­mo di per­so­nag­gi come Emma Bova­ry, che cer­ca di sfug­gi­re alla mono­to­nia del­la sua vita ma vie­ne puni­ta per la sua ribel­lio­ne, o Anna Kare­ni­na, che sce­glie l’amore al di fuo­ri del matri­mo­nio pagan­do un prez­zo altis­si­mo. Entram­be, seb­be­ne affron­ti­no il giu­di­zio socia­le e incon­tra­no un desti­no tra­gi­co, riflet­ten­do le limi­ta­zio­ni impo­ste alle don­ne nel­le loro epo­che, sono comun­que sim­bo­li di una lot­ta per la liber­tà. Non sono per­fet­te, ma sono vere, e nei loro desi­de­ri, ribel­lio­ni e tragedie.

Si può, quin­di, affer­ma­re con cer­tez­za che la sto­ria di que­ste scrit­tri­ci e del­le loro pro­ta­go­ni­ste dimo­stra che la bat­ta­glia per l’uguaglianza non si gio­ca solo nel­le leg­gi e nei dirit­ti, ma anche nel­le parole.

Perché chi racconta le storie, e come le racconta, ha il potere di cambiare la nostra percezione del mondo.

Rico­no­sce­re la vera essen­za del­le don­ne nel­la cul­tu­ra non è solo una que­stio­ne di nume­ri o di pari­tà, ma di sostan­za. Si trat­ta di capi­re che le sto­rie del­le don­ne sono ric­che e meri­te­vo­li di esse­re rac­con­ta­te con lo stes­so rispet­to e la stes­sa pro­fon­di­tà degli uomini.

Ci sono anco­ra mol­te bar­rie­re da abbat­te­re, ma il fat­to che sem­pre più regi­sti, scrit­to­ri e spet­ta­to­ri stia­no chie­den­do una rap­pre­sen­ta­zio­ne auten­ti­ca del­le don­ne è un segno che qual­co­sa sta cam­bian­do. Le don­ne non sono solo un orna­men­to nel­le sto­rie; sono il cuo­re, l’anima, e a vol­te la chia­ve per capi­re meglio il mon­do che ci circonda.


Le don­ne sono la vit­ti­ma per­fet­ta per il capi­ta­li­smo — di Jes­si­ca Rodenghi

«Fai tu la lista del­la spe­sa, sai sem­pre quel­lo che serve»

«Sei più bra­va tu a ricor­dar­ti le date»

Emo­tio­nal labor: tut­to quel lavo­ro di back­ground che riguar­da l’organizzazione del­la vita in sen­so pra­ti­co e socia­le di un grup­po di per­so­ne con cui si è relazionate.

Mol­to spes­so rica­de sul­le don­ne, con la scu­sa che sia­no sem­pli­ce­men­te più por­ta­te a far­lo, ma è una sot­ti­le for­ma di dise­gua­glian­za che fati­chia­mo a rico­no­sce­re.

Que­sto può acca­de­re sia nel nucleo fami­lia­re, ma anche sui luo­ghi di lavo­ro. Quan­do si entra in un uffi­cio, ad esem­pio, ci si aspet­ta che le lavo­ra­tri­ci sia­no più ordi­na­te, men­tre pare nor­ma­le che i lavo­ra­to­ri lascia­no spor­co e non si inte­res­si­no di ordi­ne e puli­zia, ad esempio. 

Con l’emotional labor si presuppone anche che si manipolino le proprie emozioni per influenzare positivamente l’esperienza di un cliente o di un collega. 

Fac­cia­mo un esem­pio. Il gior­no in cui ti sei sve­glia­ta male, non hai dor­mi­to, ti è suc­ces­so qual­co­sa di nega­ti­vo, ti pre­sen­ti al lavo­ro e non sei esat­ta­men­te pie­na di ener­gie come al soli­to: se sei una don­na è una col­pa mag­gio­re, per­ché si pre­sup­po­ne che tu deb­ba man­te­ne­re alto l’umore del grup­po. Una for­ma di sup­por­to emo­ti­vo che ci si aspet­ta tu abbia, un sor­ri­so for­za­to che devi sem­pre ave­re, anche se non è espres­sa­men­te richie­sto dal­la tua posi­zio­ne lavorativa. 

Sul­la car­ta lavo­ra­to­ri e lavo­ra­tri­ci con lo stes­so lavo­ro dovreb­be­ro svol­ge­re le stes­se man­sio­ni (in teo­ria die­tro un ade­gua­to e pari com­pen­so), ma le impli­ca­zio­ni emo­ti­ve sono date per scon­ta­te per le don­ne, men­tre quan­do si trat­ta di un uomo, che ad esem­pio deci­de di pre­pa­ra­re il caf­fé per col­le­ghi e col­le­ghe, si esal­ta la sua gen­ti­lez­za come a sot­to­li­nea­re che sia un ele­men­to fuo­ri dal comu­ne

Que­sto tipo di lavo­ro è estre­ma­men­te stan­can­te, ma se sei una don­na vie­ne dato per scon­ta­to che tu lo fac­cia e non ti lamenti.

In fondo sin dalla prima educazione, viene insegnato alle bambine che il loro è un ruolo di cura.

Quan­do le don­ne entra­no nel mon­do del lavo­ro, dun­que, sul­le spal­le han­no già anni di cari­co emo­ti­vo altrui (che non han­no richie­sto) e di cui sono sta­te for­za­ta­men­te por­ta­tri­ci. Una vol­ta fir­ma­to il pri­mo con­trat­to ini­zia un gio­co di non-det­to, per cui esi­sto­no dei com­pi­ti che si pre­sup­po­ne una don­na com­pi­rà, anche se non han­no nul­la a che fare con la pro­pria man­sio­ne o con le pro­prie competenze. 

Nel men­tre, non dimen­ti­chia­mo­ci di scri­ve­re la lista del­la spe­sa, per­ché in fon­do sap­pia­mo che «le don­ne san­no meglio ciò che ser­ve in casa». 

Se voglia­mo che la libe­ra­zio­ne del­le don­ne con­ti­nui, dob­bia­mo rico­no­sce­re che anche le pic­co­le cose con­ta­no. E non sono poi così pic­co­le, se ogni don­na ne fa espe­rien­za quo­ti­dia­na­men­te e se, in ogni ambi­to del­la sua vita, c’è sem­pre qual­cu­no pron­to a ricor­dar­le qual è – secon­do lui – il suo ruo­lo di cura.

Con­di­vi­di:
Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
Nicolò Bianconi
Sono uno stu­den­te di Scien­ze inter­na­zio­na­li al ter­zo anno. Ho una gene­ra­le curio­si­tà per il mon­do, che mi por­ta ad ave­re mol­te pas­sio­ni e innu­me­re­vo­li inte­res­si. Tra que­sti la scrit­tu­ra occu­pa un posto speciale.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.

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