Giradischi, gli album consigliati di marzo

Giradischi, gli album consigliati di marzo

Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti


La bel­la vita – Artie 5ive — recen­sio­ne di Leo­nar­do Donatiello

Quan­do si può dire, con cer­tez­za, di fare una «bel­la vita»? Ognu­no potreb­be dare una rispo­sta diver­sa, chi dareb­be più peso alla cre­sci­ta inte­rio­re e per­so­na­le, chi allo sfar­zo e all’ot­te­ni­men­to di uno sta­tus, chi all’a­mo­re di una fami­glia. Per Artie 5ive la bel­la vita è sta­ta un po’ tut­to que­sto, rac­chiu­sa e scal­fi­ta nel­la pie­tra con l’u­sci­ta del suo nuo­vo disco. Se l’ul­ti­mo album «aspet­tan­do la bel­la vita» era anco­ra all’in­ter­no di una bol­la che guar­da­va con sogni e spe­ran­ze al futu­ro, “la bel­la vita” è inve­ce il rac­con­to del pre­sen­te con uno sguar­do al pas­sa­to, del­l’o­biet­ti­vo rag­giun­to, ma anche del pun­to di par­ten­za. «Ven­go da quel­la stra­da non bene illuminata/Una via di lam­pio­ni spen­ti, ti mostra­no la galas­sia” oppu­re “Io ven­go da dove ti spa­ven­ta­no con un cogno­me», rac­con­ta­no per­fet­ta­men­te la gri­glia di par­ten­za da cui sareb­be ini­zia­ta la gara di Artie. Nes­su­na pole posi­tion, retro­vie e ulti­me file ai nastri, ma sor­pas­si e acce­le­ra­zio­ni duran­te il tra­git­to per arri­va­re al pri­mo posto. Ormai Artu­ro non è più un emer­gen­te, si è con­qui­sta­to uno sta­tus e può goder­si i pre­gi del suc­ces­so. In que­sto cam­mi­no però, due sono le figu­re che lo han­no accom­pa­gna­to fino alla vit­to­ria fina­le: la sua cit­tà, Mila­no, e la sua fami­glia, sua mam­ma. In par­ti­co­la­re, la madre di Artie, cita­ta con affet­to più vol­te in tut­to il disco, ha assun­to quel ruo­lo di con­for­to e di pro­te­zio­ne, sen­za il qua­le la sua car­rie­ra si sareb­be potu­ta per­de­re fra le trap­po­le di una sel­va urba­na come Mila­no. «Par­lo del­la vita con mam­ma men­tre fa del pollo/Dice che non devo dare ret­ta a loro/Io le dico: « Que­st’an­no ho pre­so il decollo/Ma ulti­ma­men­te mi sen­to un po’ solo», e mi dice: «Figlio mio, è tut­to a posto, il pia­no di Dio è maestoso/Perché ripa­ra tut­to ciò che è rotto/Se sei cadu­to, ripro­va di nuovo/Tu sei la pro­va del nove, del set­te e dell’otto».

 La bella vita» infatti, non è solo quella che sta vivendo Artie, ma anche quella di cui finalmente può godere sua madre, dopo anni di fatiche e solitudine.

Biso­gna sot­to­li­nea­re però che il rag­giun­gi­men­to di que­sto sta­tus non è un ali­bi per l’o­zio, ma solo un tro­feo da met­te­re in bache­ca. Un vero cam­pio­ne non si accon­ten­ta di vin­ce­re una vol­ta, ma di ricon­fer­mar­si nel tem­po. Per que­sto Artie 5ive con­clu­de il disco insi­sten­do mol­to sul lavo­ro, «la bel­la vita» non è un’a­ma­ca sui cui addor­men­tar­si e pren­de­re il sole, ma le fon­da­men­ta di un palaz­zo bel­lo soli­do, sui cui poi costruir­si un futu­ro, cer­ta­men­te già tran­quil­lo, ma non compiuto.


Furè­sta – La Niña- recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

La Niña tor­na con un album sor­pren­den­te e deci­sa­men­te ambi­zio­so. Se Vani­tas si muo­ve­va tra le pie­ghe di un R&B alter­na­ti­vo con sug­ge­stio­ni medi­ter­ra­nee, Furè­sta com­pie un sal­to con­cet­tua­le e sono­ro, inse­ren­do­si in quel filo­ne di rilet­tu­ra del folk regio­na­le che ha visto pro­ta­go­ni­sti arti­sti come Ioso­noun­ca­ne e Danie­la Pes. Ma se lì la matri­ce era sar­da, qui la bus­so­la pun­ta drit­ta ver­so Napo­li. Il folk par­te­no­peo vie­ne smon­ta­to e rias­sem­bla­to attra­ver­so un’elettronica con­tem­po­ra­nea che flir­ta con il decon­struc­ted e accen­ni glitch, man­te­nen­do però sal­da la voca­zio­ne pop dell’artista.

La voce di La Niña resta il cuore pulsante del disco, ma ad avvolgerla troviamo strutture più complesse, stratificate e frutto di un lavoro di ricerca e decostruzione sonora davvero notevole. 

Un pro­get­to affa­sci­nan­te, che segna una matu­ra­zio­ne arti­sti­ca impor­tan­te e apre sce­na­ri nuo­vi per una del­le voci più inte­res­san­ti del­la sce­na ita­lia­na contemporanea.


Jay Marie, Con­fort Me – Mess Esque- recen­sio­ne di Gabrie­le Beni­zio Scotti

Lo sto­ri­co chi­tar­ri­sta dei Dir­ty Three, Mick Tur­ner, e la can­tau­tri­ce austra­lia­na Helen Fran­z­mann tor­na­no insie­me a distan­za di quat­tro anni con un nuo­vo pro­get­to tar­ga­to Mess Esque. Un ritor­no che si muo­ve lun­go i sen­tie­ri di un post-rock solen­ne, con echi dei Talk Talk, sfu­ma­tu­re oni­ri­che di slo­w­co­re psi­che­de­li­co alla Maz­zy Star e incur­sio­ni folk inti­me che richia­ma­no Cat Power. Il disco ruo­ta attor­no al tema del­la per­di­ta: il tito­lo è un omag­gio alla sorel­la scom­par­sa di Fran­z­mann, e l’intero lavo­ro è attra­ver­sa­to da una sot­ti­le malin­co­nia che si tra­du­ce in pae­sag­gi sono­ri ete­rei, cre­pu­sco­la­ri, sospe­si tra sogno e dolo­re. A impre­zio­si­re le tra­me sono­re, anche la par­te­ci­pa­zio­ne di Jim Whi­te, sto­ri­co bat­te­ri­sta dei Dir­ty Three, insie­me ad altri col­la­bo­ra­to­ri che ne ampli­fi­ca­no le sfu­ma­tu­re emotive.

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Leonardo Donatiello
Lau­rea­to in sto­ria, attual­men­te fre­quen­to la facol­tà di scien­ze sto­ri­che. Mi repu­to una per­so­na paca­ta e tran­quil­la, ma stra­na­men­te mi attrae il disor­di­ne. Non è dun­que un caso che io sia un gran­de fan del­la Pri­ma repub­bli­ca. Nel tem­po libe­ro mi occu­po di poli­ti­ca e sport prin­ci­pal­men­te, ma ho anche un debo­le per la musi­ca hip hop.

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