Soddisfazione nella mancanza, Lacan con la professoressa Campo al primo incontro di Pensare con Freud

Soddisfazione nella mancanza, Lacan con la professoressa Campo al primo incontro di Pensare con Freud
Soddisfazione nella mancanza, Lacan con la professoressa Campo al primo incontro di Pensare con Freud

«La sola col­pa è aver cedu­to sul pro­prio desiderio».

Que­sta enig­ma­ti­ca affer­ma­zio­ne è il cuo­re pul­san­te del ciclo di semi­na­ri orga­niz­za­to da Pen­sa­re con Freud, un’associazione stu­den­te­sca del nostro ate­neo. Tale ciclo di incon­tri è sta­to inau­gu­ra­to vener­dì 11 apri­le con un inter­ven­to del­la Pro­fes­so­res­sa Ales­san­dra Cam­po, docen­te pres­so l’Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Urbi­no.

A par­ti­re dal tito­lo stes­so del ciclo d’incontri, che altro non è che una cita­zio­ne da Semi­na­rio VII. L’etica del­la psi­coa­na­li­si di Jac­ques Lacan, la pro­fes­so­res­sa Cam­po ha arti­co­la­to un lun­go e inte­res­san­te inter­ven­to, toc­can­do alcu­ne del­le que­stio­ni più cen­tra­li del­la teo­ria psi­coa­na­li­ti­ca e in par­ti­co­la­re del pen­sie­ro lacaniano. 

Il punto di partenza, in apparenza semplice, è in realtà già pieno di implicazioni: cosa vuol dire «desiderio»? E, soprattutto, cosa significa «non cedere» sul proprio?

Nel­la psi­coa­na­li­si laca­nia­na, que­sta tema­ti­ca assu­me una por­ta­ta tan­to ver­ti­gi­no­sa quan­to complessa.

«Desi­de­rio», in effet­ti, è un com­po­sto del­le paro­le lati­ne de sidus, side­ris: let­te­ral­men­te è una «lon­ta­nan­za dal­le stel­le». Un qual­co­sa, quin­di, che ci orien­ta come una costel­la­zio­ne lon­ta­na, irrag­giun­gi­bi­le, ma costan­te­men­te pre­sen­te. Tant’è che «desi­de­rio» non è mai sino­ni­mo di un mero biso­gno e non può nem­me­no esse­re ricon­dot­to a una sem­pli­ce doman­da: il desi­de­rio, infat­ti, non riguar­da il col­ma­re qual­co­sa che man­ca, né si esau­ri­sce nel sod­di­sfa­ci­men­to di un ogget­to, ben­sì è ciò che muo­ve il sog­get­to, ope­ran­do spes­so in manie­ra incom­pren­si­bi­le, ma asso­lu­ta­men­te ine­lut­ta­bi­le e inesauribile.

È pro­prio in que­sto suo carat­te­re strut­tu­ral­men­te non satu­ra­bi­le che si situa il nodo del­la sod­di­sfa­zio­ne, su cui la pro­fes­so­res­sa ha deci­so di foca­liz­za­re il suo discorso.

«Nel nostro tem­po dire di esse­re sod­di­sfat­ti sem­bra qua­si un tabù» – esor­di­sce la docente.

Il ter­mi­ne stes­so, dal lati­no sati­sfa­ce­re, impli­ca un com­pi­men­to, una pie­nez­za, che oggi, in un mon­do che ci vuo­le costan­te­men­te inap­pa­ga­ti e ane­lan­ti a qual­co­sa di più, appa­re com­ple­ta­men­te fuo­ri luo­go. Lacan, con­sa­pe­vo­le di ciò, non defi­ni­sce la sod­di­sfa­zio­ne, con la sua Eti­ca del­la psi­coa­na­li­si, come il rag­giun­gi­men­to di obiet­ti­vi, benes­se­re, fama o suc­ces­si defi­ni­ti di alcun tipo, ma la defi­ni­sce come jouis­san­ce, ossia un godi­men­to che si pro­va quan­do si incon­tra ciò che vie­ne chia­ma­to il rea­le.

Ma che cos’è il reale? 

Per com­pren­der­lo, a que­sto pun­to, è uti­le trac­cia­re la map­pa di quel­li che sono i tre regi­stri fon­da­men­ta­li dell’esperienza psi­chi­ca di Lacan.

Il pri­mo è il regi­stro dell’imma­gi­na­rio, svi­lup­pa­to a par­ti­re dal cosid­det­to «Sta­dio del­lo spec­chio»: qui, veden­do il pro­prio rifles­so, il sog­get­to si rico­no­sce come un’unità, un Moi, da tra­dur­si non tan­to con un Ioquan­to con un Me. L’unità che si è rico­no­sciu­ta in que­sto sta­dio, infat­ti, è alie­nan­te e illu­so­ria, in quan­to è una costru­zio­ne nar­ci­si­sti­ca sì coe­ren­te e uni­ta­ria, ma idea­liz­za­ta ed ester­na a sé, una masche­ra, dun­que, che non coin­ci­de con ciò che il sog­get­to è realmente.

Il secon­do regi­stro è quel­lo del sim­bo­li­co: qui, il sog­get­to si rico­no­sce non più solo come un Moi idea­liz­za­to, ma come un auten­ti­co Je, un Io in gra­do di fare ricor­so alla paro­la per rela­zio­nar­si all’altro ed espri­me­re ciò che pare esse­re l’oggetto del pro­prio desiderio.

Nel fare ciò, tut­ta­via, il sog­get­to sco­pre che nean­che quel­la sim­bo­li­ca del Je è la sua rea­le dimen­sio­ne ulti­ma, per­ché il lin­guag­gio risul­ta desti­na­to a man­ca­re sem­pre di un signi­fi­ca­to ulti­mo, moti­vo per cui, in tal sen­so, il sim­bo­li­co è il luo­go dove il sog­get­to si fa sog­get­to bar­ra­to il cui desi­de­rio è un’incol­ma­bi­le man­can­za.

Ter­zo e ulti­mo regi­stro, infi­ne, è pro­prio quel­lo del rea­lequi, tut­to sfug­ge ad ogni ten­ta­ti­vo di rap­pre­sen­ta­zio­ne con­scia e per que­sto è asso­lu­ta­men­te da non con­fon­der­si con la real­tà come vie­ne per­ce­pi­ta, che si col­lo­ca inve­ce sul livel­lo dell’immaginario.

Si mani­fe­sta non più attra­ver­so le paro­le, che si col­lo­ca­no a livel­lo del sim­bo­li­coma in manie­ra distur­ban­te e para­dos­sa­le, attra­ver­so even­ti trau­ma­ti­ci o incon­tri ina­spet­ta­ti, por­tan­do all’estremo lo sta­dio di «sog­get­to bar­ra­to».

È pro­prio a livel­lo del rea­le, che, ine­lut­ta­bil­men­te, «ritor­na sem­pre allo stes­so posto», che si gio­ca la pos­si­bi­li­tà di una vera sod­di­sfa­zio­ne: solo accet­tan­do que­sta par­te opa­ca e per cer­ti ver­si incom­pren­si­bi­le di sé, infat­ti, si può par­la­re di una sod­di­sfa­zio­ne autentica. 

È su questo punto che la professoressa Campo ha introdotto una distinzione fondamentale tra piacere e soddisfazione.

Se il pri­mo può esse­re inte­so come il rag­giun­gi­men­to di una gra­ti­fi­ca­zio­ne momen­ta­nea, la secon­da ha tutt’altra natu­ra. La jouis­san­ce di cui par­la Lacan, infat­ti, è un godi­men­to che ecce­de il pia­ce­re stes­so, che può ave­re a che fare para­dos­sal­men­te con il dolo­re, la ripe­ti­zio­ne, la coa­zio­ne, ma che testi­mo­nia qual­co­sa di più pro­fon­do: il pas­sag­gio del sog­get­to che attra­ver­sa il pro­prio desi­de­rio, incon­tran­do la pro­pria veri­tà più sin­go­la­re a livel­lo inconscio.

Qui il sog­get­to, con­fron­tan­do­si con i limi­ti del­la pro­pria posi­zio­ne sim­bo­li­ca, per sod­di­sfar­si, deve deci­de­re non di sot­trar­si, ma di resta­re fede­le a ciò che lo muo­ve; è pro­prio que­sta fedel­tà, infat­ti, che per­met­te al sog­get­to di attra­ver­sa­re il «sog­get­to bar­ra­to»abban­do­nan­do la ricer­ca osses­si­va di un qual­che illu­so­rio ogget­to del pro­prio desi­de­rio, ma adat­tan­do­si alla man­can­za che lo abi­ta in manie­ra costitutiva.

A que­sto pro­po­si­to, Lacan fa appel­lo alla tra­ge­dia gre­ca, in par­ti­co­la­re all’Anti­go­ne sofo­clea, figu­ra para­dig­ma­ti­ca di chi non arre­tra rispet­to al pro­prio desi­de­rio, anche a costo del­la vita stessa.

Pro­prio per que­sto moti­vo, seb­be­ne pos­sa sicu­ra­men­te esse­re vista come una gran­dis­si­ma eroi­na e pala­di­na del­la giu­sti­zia, Lacan non fa di lei un model­lo da imi­ta­re. Sce­glien­do il sui­ci­dio in manie­ra stoi­ca, infat­ti, Anti­go­ne rima­ne bloc­ca­ta in quel­lo che la ter­mi­no­lo­gia laca­nia­na defi­ni­sce il «fan­ta­sma»: una sor­ta di cor­ni­ce cine­ma­to­gra­fi­ca che ogni sog­get­to si costrui­sce, spes­so sen­za saper­lo, per dare una for­ma al pro­prio desi­de­rio sul livel­lo dell’immaginario e pro­teg­ger­si, al con­tem­po, dal con­fron­to diret­to con ciò che sfug­ge e tur­ba dav­ve­ro a livel­lo del reale.

Anti­go­ne, infat­ti, con il suo gesto estre­mo e sen­za com­pro­mes­si, resta capar­bia­men­te fede­le al pro­prio desi­de­rio, rima­nen­do inca­te­na­ta alle pre­te­se del Je e anco­ra mol­to dipen­den­te dal­le masche­re del Moi, sen­za riu­sci­re a con­fron­tar­si con il rea­le ed attra­ver­sa­re il fantasma.

Altra figura tragica, meno conosciuta, che la professoressa Campo ha deciso di evocare accanto ad Antigone, è quella di Sygne de Coufontaine di Paul Claudel.

Una giu­stap­po­si­zio­ne sicu­ra­men­te mol­to ricer­ca­ta, per­ché se Anti­go­ne rap­pre­sen­ta l’inflessibilità asso­lu­ta, la fedel­tà cie­ca e incrol­la­bi­le al pro­prio desi­de­rio, anche a costo del­la mor­te, Sygne inve­ce incar­na una postu­ra tra­gi­ca diver­sa, più sfu­ma­ta, for­se, si potreb­be dire, più umana.

Sygne, infat­ti, pur non ceden­do al pro­prio desi­de­rio, non lo tra­sfor­ma in un ido­lo da ado­ra­re ad ogni costo, riu­scen­do quin­di ad attra­ver­sa­re la «cor­ni­ce del fan­ta­sma» dove Anti­go­ne inve­ce era rima­sta impri­gio­na­ta. Nel dram­ma di Clau­del, infat­ti, Sygne accet­ta il sacri­fi­cio del pro­prio desi­de­rio, sen­za però così abdi­ca­re alla pro­pria sog­get­ti­vi­tà, a ciò che dav­ve­ro la muo­ve: pro­prio in que­sto sen­so, dun­que, Sygne non si lascia cat­tu­ra­re dal fan­ta­sma, ma abban­do­na le illu­sio­ni del Moi e le pre­te­se del Je, misu­ran­do­si con il rea­le nel­la sua for­ma più cru­da di con­trad­di­zio­ne, com­pro­mes­so e perdita.

Muo­ven­do­ci ver­so una con­clu­sio­ne, alla luce di quan­to soste­nu­to fino­ra, l’idea di par­ten­za di non cede­re sul pro­prio desi­de­rio può esse­re rilet­ta non come una fedel­tà cie­ca e testar­da, ben­sì come una capa­ci­tà di abi­ta­re il pro­prio desi­de­rio nel­la sua natu­ra­le strut­tu­ra del­la man­can­za, sen­za voler­la col­ma­re, anche quan­do ciò impli­ca rinun­cia­re agli idea­li fan­ta­sma­go­ri­ci che ci si è creati.

In chiu­su­ra, la pro­fes­so­res­sa Cam­po ha fini­to il suo inter­ven­to con un col­le­ga­men­to mol­to sug­ge­sti­vo e pro­fon­do con il con­cet­to nie­tzschia­no di «Amor fati»: non si trat­ta di ras­se­gna­zio­ne, men che meno di rinun­cia al desi­de­rio, ben­sì di una for­ma di ade­sio­ne atti­va, sin­go­la­re, a ciò che sia­mo real­men­te nel­la nostra irri­du­ci­bi­le differenza.

In un’epoca in cui sia­mo con­ti­nua­men­te chia­ma­ti a «rea­liz­zar­ci», a «tro­va­re la nostra stra­da», la psi­coa­na­li­si laca­nia­na ci ricor­da che il desi­de­rio non è mai un pro­get­to da costrui­re, ma un enig­ma da ascol­ta­re dal dì den­tro, anche quan­do non lo com­pren­dia­mo del tut­to, anche quan­do non pos­sia­mo cam­biar­lo, anche e soprat­tut­to quan­do non sia­mo in gra­do di saturarlo.

In fon­do, dun­que, ama­re il pro­prio desti­no non signi­fi­ca altro che ascol­ta­re il rea­le del nostro desi­de­rio, anche là dove fa male e, for­se, la sola col­pa di cui ci pos­sia­mo rim­pro­ve­ra­re è il non aver avu­to corag­gio di farlo.

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Alexia Ioana Branzea
Un’a­ni­ma in tem­pe­sta, vado erran­do tra gli stu­di uma­ni­sti­co-lin­gui­sti­ci, le arti mar­zia­li e le escur­sio­ni in mon­ta­gna. In par­ti­co­la­re, amo dilet­tar­mi nel­la com­po­si­zio­ne di pro­se e poe­sie in diver­se lin­gue ed opi­na­re sul­le tema­ti­che che più mi stan­no a cuore.

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