Yasmina Pani. Il femminismo è davvero entrato in crisi?

Yasmina Pani. Il femminismo è davvero entrato in crisi?

Duran­te lo scor­so mese, in occa­sio­ne del­la Festa del­la Don­na, ha susci­ta­to scal­po­re un arti­co­lo pub­bli­ca­to da Fon­da­zio­ne Fel­tri­nel­li all’interno del qua­le la divul­ga­tri­ce lin­gui­sti­ca e inse­gnan­te sar­da Yasmi­na Pani cri­ti­ca con durez­za l’ipo­cri­sia del­la cele­bra­zio­ne dell’8 mar­zo. Nel com­men­to l’insegnante pun­tua­liz­za le nume­ro­se con­trad­di­zio­ni del fem­mi­ni­smo moder­no, da lei defi­ni­to ormai come una pra­ti­ca di fac­cia­ta e ric­ca di con­trad­di­zio­ni inter­ne (come le clas­si socia­li, la lot­ta ai cen­tri anti­vio­len­za maschi­li, i bias di genere). 

Nel­le sue paro­le invo­ca infat­ti un fem­mi­ni­smo dal­lo sguar­do più glo­ba­le e coscien­te dei pro­ble­mi di clas­se: non vit­ti­ma del feno­me­no pop, che lo vuo­le come pro­dot­to per ven­de­re con­te­nu­ti accat­ti­van­ti, ma orien­ta­to ver­so pro­ble­ma­ti­che più pro­fon­de. Pani sul­la sua piat­ta­for­ma You­tu­be è nota per pro­dur­re e divul­ga­re con­te­nu­ti di let­te­ra­tu­ra e lin­gui­sti­ca, aree di sua spe­cia­liz­za­zio­ne. Tut­ta­via, più vol­te ha dichia­ra­to di voler­si dis­so­cia­re da que­sto movi­men­to, a cau­sa di con­dot­te da lei defi­ni­te grot­te­sche, come ad esem­pio la lot­ta per un lin­guag­gio inclu­si­vo, ana­liz­za­to nel suo nel sag­gio Sch­wa, una solu­zio­ne sen­za pro­ble­ma, scien­za e bufa­le sul lin­guag­gio inclu­si­vo.

A partire dalla pubblicazione dell’articolo, la docente è stata sommersa da critiche distruttive, tra chi chiedeva a gran voce l’eliminazione da parte di Feltrinelli dell’articolo con annesse scuse ufficiali, e chi la accusava di maschilismo. 

Il discor­so di Pani sep­pur divi­si­vo, è pun­gen­te e sco­mo­do. Desta da un tor­po­re ormai pre­sen­te nell’ambiente da diver­si anni, dove il fem­mi­ni­smo spic­cio è diven­ta­to la rego­la, soprat­tut­to sui social, dove il tem­po è sem­pre più ridot­to e l’attenzione sem­pre in calo.

Negli ulti­mi decen­ni il fem­mi­ni­smo ha tro­va­to ter­re­no fer­ti­le soprat­tut­to sui social, attra­ver­so cana­li di infor­ma­zio­ni che spes­so si pro­pon­go­no di divul­ga­re cono­scen­ze ed espe­rien­ze attra­ver­so con­te­nu­ti sì accat­ti­van­ti, ma spes­so ridut­ti­vi.  Acca­de infat­ti che le infor­ma­zio­ni vei­co­la­te sia­no ridot­te a gra­zio­se gra­fi­che, e che temi impor­tan­ti come ad esem­pio le microag­gres­sio­ni, non sia­no ana­liz­za­te con pre­ci­sio­ne, ma frain­te­se come un ten­ta­ti­vo di vit­ti­miz­zar­si. Basti pen­sa­re alla bufe­ra media­ti­ca sca­te­na­ta dal crea­tor Damia­no Er Fai­na, al seco­lo Damia­no Coc­cia, nel 2020, dove in un video Insta­gram ridi­co­liz­za­va il feno­me­no del cat­cal­ling soste­nen­do con vee­men­za che non si trat­tas­se di una vera e pro­prio atto di vio­len­za ma sola­men­te di un complimento.

Inol­tre, attra­ver­so il cana­le di espres­sio­ne social si ha spes­so l’im­pres­sio­ne che il movi­men­to, come già pre­ci­sa­to pri­ma, pre­sen­ti del­le frat­tu­re inter­ne, dovu­te a una ecces­si­va carat­te­riz­za­zio­ne dei sog­get­ti e al con­se­guen­te pri­vi­le­gia­re tema­ti­che indi­vi­dua­li. Ogni per­so­na che lo desi­de­ri oggi ha la pos­si­bi­li­tà di por­ta­re la pro­pria espe­rien­za crean­do un pro­fi­lo social e por­tan­do dei con­te­nu­ti a tema. 

La rappresentazione totalizzante della problematica scelta e la sua ripetizione in diversi contenuti può condurre l’utente a identificare il creator con la problematica stessa, e dà l’impressione che non ci sia altro di cui interessarsi, svalutando l’individuo e il messaggio da lui veicolato. 

Un’al­tra gran­de que­stio­ne è rap­pre­sen­ta­ta dal ten­ta­ti­vo odier­no di ren­de­re il fem­mi­ni­smo mate­ria di ampio respi­ro, ridu­cen­do però l’at­ten­zio­ne media­ti­ca e non, ver­so pro­ble­mi sto­ri­ci e strut­tu­ra­li del movi­men­to, come men­zio­na­to da Pani. Diver­se tema­ti­che sem­bra­no esse­re com­ple­ta­men­te dimen­ti­ca­te da chi negli ulti­mi decen­ni si occu­pa di divul­ga­zio­ne: sono sem­pre di più le voci che si occu­pa­no di fem­mi­ni­smo, ma le que­stio­ni riman­go­no qua­si sem­pre le stes­se, alcu­ne del­le qua­li più ideo­lo­gi­che tra cui pro­no­mi, gene­re neu­tro, nor­me com­por­ta­men­ta­li e di costu­me. Ne risul­ta un fem­mi­ni­smo non per tut­ti, ma solo per chi ha mez­zi e spa­zio per poter tra­scu­ra­re temi come il gen­der pay gap o l’ac­ces­so a un’in­ter­ru­zio­ne di gra­vi­dan­za sicura.

Anzi­ché una lot­ta il fem­mi­ni­smo diven­ta una per­for­man­ce, tea­tro di nor­me dove la fem­mi­ni­sta per­fet­ta deve ave­re deter­mi­na­te carat­te­ri­sti­che, com­por­tar­si in un cer­to modo e vestir­si secon­do cer­te ten­den­ze. In sostan­za un fem­mi­ni­smo che intrap­po­la le don­ne, ma che pia­ce e rac­co­glie follower.

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Alice Pozzoli

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