In conversazione con un’attrice

Nicole Giacomasso all'anteprima di "Un posto sicuro", Roma, marzo 2025; credit: Paola Caputo

Nicole Giacomasso sul suo debutto cinematografico, il suo percorso e le sfide dell’industria dello spettacolo. Quest’intervista è stata editata per motivi di brevità e chiarezza.

Il film indi­pen­den­te Un Posto Sicu­ro, secon­do lun­go­me­trag­gio del regi­sta Luca Tar­ta­glia, è usci­to nel­le sale UCI Cine­mas d’Italia a mar­zo, pros­si­ma­men­te dispo­ni­bi­le in strea­ming; segue la vicen­da di cin­que ragaz­zi che, di fron­te ad una pan­de­mia leta­le sono costret­ti alla con­vi­ven­za for­za­ta per riu­sci­re a sopravvivere.

Una sto­ria di lega­mi e soprav­vi­ven­za, che esa­mi­na un aspet­to che cono­scia­mo ormai fin trop­po bene: affron­ta­re una pandemia.

Nel cast, fa il suo debut­to cine­ma­to­gra­fi­co Nico­le Gia­co­mas­so, nel ruo­lo di Giu­lia, una dei cin­que superstiti.

Nico­le ini­zia a stu­dia­re all’età di set­te anni in una scuo­la di musi­cal, «un po’ per caso». Una sua ami­ca del­le ele­men­ta­ri fre­quen­ta­va un cor­so di musi­cal e per pas­sa­re più tem­po insie­me si è iscrit­ta anche lei e «la cosa buf­fa che dai 7 anni ai 22 ha con­ti­nua­to in quel­la scuo­la, men­tre la sua ami­ca pochi anni dopo è anda­ta via». Stu­dia poi all’università, dove si lau­rea in Lin­gue, Media e Comu­ni­ca­zio­ne e nel 2024 si diplo­ma all’Accademia del Tea­tro Nazio­na­le diret­ta da Chia­ra Noschese. 

Il pro­vi­no per il ruo­lo le arri­va men­tre si tro­va a stu­dia­re Musi­cal all’accademia del Tea­tro Nazio­na­le di Mila­no: un mes­sag­gio dall’aiuto regi­sta, cono­sciu­to sul set di uno spot pub­bli­ci­ta­rio gira­to nel 2021, che vuo­le met­ter­la in con­tat­to con la pro­du­zio­ne per la ricer­ca urgen­te del ruo­lo di una del­le protagoniste.

Due pro­vi­ni e una set­ti­ma­na dopo è in viag­gio per Nar­ni, in Umbria, dove si svol­ge­ran­no le ripre­se. Sco­pre di esse­re sta­ta pre­sa quan­do le vie­ne man­da­to il bigliet­to aereo per recar­si sul set: anco­ra non esul­ta per­ché, come ci ha rac­con­ta­to, un po’ non ci cre­de­va e un po’ ave­va pau­ra: le sem­bra­va una cosa più gran­de di lei.

Di che cosa par­la il film “Un posto sicuro”?

Rac­con­ta la sto­ria di cin­que ragaz­zi che sono costret­ti a spal­leg­giar­si: per soprav­vi­ve­re si tro­va­no a fare i con­ti con i loro demo­ni inte­rio­ri e con le loro fra­gi­li­tà, oltre che con gli osta­co­li che si frap­pon­go­no fra loro e la salvezza.

Qual è sta­ta la tua pre­pa­ra­zio­ne pri­ma di ini­zia­re a girare?

Ho rilet­to e ana­liz­za­to il copio­ne con atten­zio­ne, soprat­tut­to nei riguar­di del mio per­so­nag­gio. Stu­dia­vo nel pome­rig­gio, alla sera o nel wee­kend: ogni momen­to libe­ro che riu­sci­vo a rita­gliar­mi tra lo stu­dio e le lezio­ni in Accademia.

Arri­va­ta a Nar­ni, ho cono­sciu­to la pro­du­zio­ne, tut­te le mae­stran­ze e i pro­ta­go­ni­sti. Abbia­mo ini­zia­to a lavo­ra­re con il regi­sta e con Cri­sti­na Moglia, che è sta­ta acting coach per tut­te le ripre­se ed inter­pre­ta anche un per­so­nag­gio impor­tan­te all’interno del film. Cri­sti­na ci ha per­mes­so attra­ver­so eser­ci­zi sia di grup­po che sin­go­li di crea­re le rela­zio­ni tra per­so­nag­gi, ad esem­pio tra me e Luce [Car­di­na­le], che non ci cono­sce­va­mo e dove­va­mo inter­pre­ta­re due miglio­ri amiche.

Come ti sei tro­va­ta con il regi­sta e il resto del cast?

Luca [Tar­ta­glia] sul set era mol­to pre­sen­te, pre­sen­zia­va agli eser­ci­zi di coa­ching, ci aiu­ta­va a entra­re nel per­so­nag­gio e, soprat­tut­to, a crea­re un’atmosfera bel­la di lavo­ro. Anche con il resto del cast mi sono tro­va­ta benis­si­mo e ne sono mol­to gra­ta poi­ché non è una cosa per nul­la scon­ta­ta! In que­sta espe­rien­ze l’ambiente fa tan­tis­si­mo: già ero ter­ro­riz­za­ta di mio, era infat­ti la mia pri­ma espe­rien­za ed ero l’unica attri­ce debut­tan­te, ma mi han­no aiu­ta­ta tut­ti e ho lega­to mol­to con tutti.

Da novel­la attri­ce cine­ma­to­gra­fi­ca, qua­le è sta­ta la tua pri­ma impres­sio­ne del pro­ces­so di crea­zio­ne di un film?

Nono­stan­te aves­si un’idea di quan­to lavo­ro ci fos­se die­tro a un film, veder­lo dal vivo è un’esperienza com­ple­ta­men­te diver­sa. In una del­le sce­ne gira­te i pri­mi gior­ni all’interno del­la vil­la di Nar­ni dove­vo cam­mi­na­re sopra al bina­rio del­la tele­ca­me­ra come se nien­te fos­se e per me era stranissimo!

Qua­li sono sta­te le dif­fe­ren­ze prin­ci­pa­li rispet­to alle tue pre­ce­den­ti espe­rien­ze lavorative?

Il cam­bio del tipo di reci­ta­zio­ne, che è dif­fe­ren­te rispet­to ai movi­men­ti mol­to pro­nun­cia­ti del tea­tro. La tele­ca­me­ra cat­tu­ra ogni sin­go­lo det­ta­glio quin­di non c’è biso­gno di fare movi­men­ti o espres­sio­ni tan­to gran­di. Stes­sa cosa per la voce: non ser­ve “por­ta­re” la voce come in tea­tro: hai i micro­fo­ni sot­to i costu­mi e un foni­co che con un’asta cer­ca di pren­de­re ogni suo­no, paro­la, fru­scio e sospi­ro. Pra­ti­ca­men­te biso­gna sus­sur­ra­re. Reci­tan­do ho appog­gia­to una lat­ti­na come fac­cio nor­mal­men­te e abbia­mo dovu­to rifa­re la sce­na per­ché mi è sta­to det­to che l’avevo appog­gia­ta trop­po for­te e che dove­vo fare più piano.

Qua­li sono sta­te alcu­ne cose che non ti aspettavi?

Una cosa che mi ha col­pi­to mol­to è l’organizzazione, ovve­ro l’ordine del gior­no: biso­gna sta­re atten­ti nei mini­mi det­ta­gli al meteo e ave­re dei per­mes­si per gira­re deter­mi­na­te sce­ne in deter­mi­na­te loca­tion. Mi ha col­pi­to tan­tis­si­mo quan­do abbia­mo gira­to una sce­na diur­na men­tre fuo­ri era buio: han­no siste­ma­to del­le luci che pas­sa­va­no per le fine­stre del­la vil­la e den­tro sem­bra­va che ci fos­se il sole, poi apri­vi la por­ta ed era buio!

Qua­le è sta­ta la più gran­de dif­fi­col­tà in que­sta espe­rien­za dal pun­to di vista pratico?

Dover­si adat­ta­re a esse­re un per­so­nag­gio in con­di­zio­ni da soprav­vis­su­to: in pra­ti­ca dover­si adat­ta­re ad esse­re spor­chi sem­pre. Ogni gior­no mi copri­va­no di cera sui capel­li e fan­go sul­le ginoc­chia, mi spor­ca­va­no tut­ti i vesti­ti, le unghie, anche den­tro alle orec­chie. Face­vo la doc­cia in con­ti­nua­zio­ne! Dopo un po’ ha smes­so di impor­tar­mi, ma all’inizio mi dava una sen­sa­zio­ne dav­ve­ro strana.

E dal pun­to di vista emotivo?.

C’è sta­ta una sce­na (non vado nei det­ta­gli per non spoi­le­ra­re) che mi ha ter­ro­riz­za­ta per­ché non mi aspet­ta­vo di dover­la gira­re in quel momen­to: han­no modi­fi­ca­to la sera pri­ma l’ordine del gior­no. Era una sce­na che già del­la sce­neg­gia­tu­ra tro­va­vo dif­fi­ci­lis­si­ma. In real­tà si è rive­la­ta la sce­na più gra­ti­fi­can­te da fil­ma­re. Anche gra­zie al cast e al regi­sta che si sono mol­to com­pli­men­ta­ti del risul­ta­to. E’ sta­to un momen­to bellissimo.

Qua­le fra le tan­te espe­rien­ze for­ma­ti­ve che hai intra­pre­so ti ha cam­bia­to di più?

L’esperienza che mi ha cam­bia­ta di più è l’Accademia al Tea­tro Nazio­na­le. L’accademia è un per­cor­so che io avrei sem­pre volu­to intra­pren­de­re, ma dopo le supe­rio­ri ma mi sono iscrit­ta all’università.

Ero al pri­mo anno di uni­ver­si­tà quan­do ho deci­so dal nul­la di iscri­ver­mi dal nul­la all’Accademia di Musi­cal ed è sta­ta la pri­ma vol­ta in cui ho segui­to dav­ve­ro il mio istin­to. Tro­var­mi di col­po in una nuo­va real­tà all’inizio mi spa­ven­ta­va, soprat­tut­to, doven­do ter­mi­na­re in con­tem­po­ra­nea l’università. È sta­to mol­to com­pli­ca­to sdop­piar­si e rima­ne­re con­cen­tra­ta, essen­do sbal­lot­ta­ta da una par­te all’altra per riu­sci­re a fre­quen­ta­re tut­to e ave­re il tem­po per pre­pa­rar­si ade­gua­ta­men­te per entram­be le cose, ma sono sta­ta ripa­ga­ta da mol­tis­si­me soddisfazioni.

Dopo que­sta espe­rien­za cer­che­rai di avviar­ti ver­so altre espe­rien­ze di tipo cinematografico?

Asso­lu­ta­men­te! Io ho sem­pre ama­to l’arte a 360 gra­di, ho ini­zia­to con il musi­cal, ma mi è sem­pre pia­ciu­to anche il cine­ma. Non ave­vo mai pen­sa­to che avrei potu­to fare anche io l’attrice per­ché mi sono sem­pre sen­ti­ta “una comu­ne mor­ta­le” e nel­la mia testa solo i VIP, que­ste per­so­ne pre­scel­te, pos­so­no fare que­sto lavo­ro. Per cui io li ammi­ra­vo da spet­ta­tri­ce. Quan­do mi è arri­va­ta que­sta occa­sio­ne, ho capi­to che avrei volu­to tene­re aper­ta anche la por­ta del cine­ma, oltre a quel­la del musi­cal e del tea­tro che cono­sco da più tempo.

Qual è per te la dif­fi­col­tà più gran­de nell’aver scel­to di lavo­ra­re in un’industria del genere?

L’incertezza e la pre­ca­rie­tà. Nel cine­ma, nel musi­cal, e nel mon­do del­lo spet­ta­co­lo in gene­ra­le, ci sono tan­te per­so­ne che han­no lo stes­so sogno e che lot­ta­no per otte­ne­re un ruo­lo o un lavo­ro. È dif­fi­ci­le anda­re ver­so l’ignoto, con­ti­nua­re a stu­dia­re, for­mar­si, fare pro­vi­ni, sen­za sape­re se ci sarà il momen­to in cui avre­mo tut­ti l’occasione di brillare.

Nel­la tua espe­rien­za qua­li sono le dif­fi­col­tà gior­na­lie­re più gran­di dell’intraprendere un per­cor­so del genere?

Sicu­ra­men­te l’attesa: non sem­pre è perio­do di pro­vi­ni, sia nel cine­ma che nel tea­tro. Anche dopo aver invia­to le audi­zio­ni ci sono pro­du­zio­ni che non ti fan­no sape­re più nul­la o ti fan­no sape­re dopo tan­to tem­po. È una cosa mol­to inco­stan­te ed è dif­fi­ci­le tro­va­re una sta­bi­li­tà all’interno di que­sta instabilità.

Qua­le è sta­ta la lezio­ne più impor­tan­te che hai impa­ra­to da que­sta esperienza?

But­tar­mi. Era la mia pri­ma espe­rien­za. Il mio pro­vi­no è sta­to mol­to rapi­do e anche la mia par­ten­za, ho avu­to poco tem­po di meta­bo­liz­za­re il tut­to e non mi sen­ti­vo all’altezza. Ho impa­ra­to dav­ve­ro a but­tar­mi e a cre­de­re di più nel­le mie capacità.

Che rap­por­to hai con l’insicurezza e il dubi­ta­re del­le tue capacità?

Essen­do gio­va­ne e agli ini­zi in tut­to il sen­so di ina­de­gua­tez­za è all’ordine del gior­no. Una lezio­ne che ho impa­ra­to dall’uscita di Un posto sicu­ro è che l’unica cosa che da attri­ce pos­so con­trol­la­re è la mia inter­pre­ta­zio­ne. Un film, uno spet­ta­co­lo o anche un gene­re può non pia­ce­re, ma se io ho fat­to il mio lavo­ro con tut­to l’impegno che pote­vo met­te­re e que­sto per me è abba­stan­za. È dif­fi­ci­le da met­te­re in pra­ti­ca ma spes­so la cosa più impor­tan­te è quel­lo che noi pen­sia­mo del nostro lavo­ro e, se noi sia­mo sod­di­sfat­ti di quel­lo che abbia­mo fat­to, abbia­mo già vinto.

Cosa pen­sa­no le per­so­ne intor­no a te del­la scel­ta di per­se­gui­re que­sto tipo di carriera?

Sono sem­pre sta­ta soste­nu­ta dal­la mia fami­glia ma nes­su­no di loro è un arti­sta e tut­to que­sto spa­ven­ta un po’ per­ché non cono­sco­no que­sto mon­do e non san­no come aiu­tar­mi. Sono però mol­to for­tu­na­ta: ho una fami­glia e degli ami­ci che mi sosten­go­no e anche nei “momen­ti no” le rispo­ste sono mol­to posi­ti­ve. Sicu­ra­men­te sono loro che mi aiu­ta­no nei momen­ti di sconforto.

Alice Villa
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Inter­na­zio­na­li, aman­te del­le sto­rie, vere o inven­ta­te che sia­no, e di tut­ti i modi in cui si pos­so­no raccontare.
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Studentessa di Scienze Internazionali, amante delle storie, vere o inventate che siano, e di tutti i modi in cui si possono raccontare.

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