Nicole Giacomasso sul suo debutto cinematografico, il suo percorso e le sfide dell’industria dello spettacolo. Quest’intervista è stata editata per motivi di brevità e chiarezza.
Il film indipendente Un Posto Sicuro, secondo lungometraggio del regista Luca Tartaglia, è uscito nelle sale UCI Cinemas d’Italia a marzo, prossimamente disponibile in streaming; segue la vicenda di cinque ragazzi che, di fronte ad una pandemia letale sono costretti alla convivenza forzata per riuscire a sopravvivere.
Una storia di legami e sopravvivenza, che esamina un aspetto che conosciamo ormai fin troppo bene: affrontare una pandemia.
Nel cast, fa il suo debutto cinematografico Nicole Giacomasso, nel ruolo di Giulia, una dei cinque superstiti.
Nicole inizia a studiare all’età di sette anni in una scuola di musical, «un po’ per caso». Una sua amica delle elementari frequentava un corso di musical e per passare più tempo insieme si è iscritta anche lei e «la cosa buffa che dai 7 anni ai 22 ha continuato in quella scuola, mentre la sua amica pochi anni dopo è andata via». Studia poi all’università, dove si laurea in Lingue, Media e Comunicazione e nel 2024 si diploma all’Accademia del Teatro Nazionale diretta da Chiara Noschese.
Il provino per il ruolo le arriva mentre si trova a studiare Musical all’accademia del Teatro Nazionale di Milano: un messaggio dall’aiuto regista, conosciuto sul set di uno spot pubblicitario girato nel 2021, che vuole metterla in contatto con la produzione per la ricerca urgente del ruolo di una delle protagoniste.
Due provini e una settimana dopo è in viaggio per Narni, in Umbria, dove si svolgeranno le riprese. Scopre di essere stata presa quando le viene mandato il biglietto aereo per recarsi sul set: ancora non esulta perché, come ci ha raccontato, un po’ non ci credeva e un po’ aveva paura: le sembrava una cosa più grande di lei.
Di che cosa parla il film “Un posto sicuro”?
Racconta la storia di cinque ragazzi che sono costretti a spalleggiarsi: per sopravvivere si trovano a fare i conti con i loro demoni interiori e con le loro fragilità, oltre che con gli ostacoli che si frappongono fra loro e la salvezza.
Qual è stata la tua preparazione prima di iniziare a girare?
Ho riletto e analizzato il copione con attenzione, soprattutto nei riguardi del mio personaggio. Studiavo nel pomeriggio, alla sera o nel weekend: ogni momento libero che riuscivo a ritagliarmi tra lo studio e le lezioni in Accademia.
Arrivata a Narni, ho conosciuto la produzione, tutte le maestranze e i protagonisti. Abbiamo iniziato a lavorare con il regista e con Cristina Moglia, che è stata acting coach per tutte le riprese ed interpreta anche un personaggio importante all’interno del film. Cristina ci ha permesso attraverso esercizi sia di gruppo che singoli di creare le relazioni tra personaggi, ad esempio tra me e Luce [Cardinale], che non ci conoscevamo e dovevamo interpretare due migliori amiche.
Come ti sei trovata con il regista e il resto del cast?
Luca [Tartaglia] sul set era molto presente, presenziava agli esercizi di coaching, ci aiutava a entrare nel personaggio e, soprattutto, a creare un’atmosfera bella di lavoro. Anche con il resto del cast mi sono trovata benissimo e ne sono molto grata poiché non è una cosa per nulla scontata! In questa esperienze l’ambiente fa tantissimo: già ero terrorizzata di mio, era infatti la mia prima esperienza ed ero l’unica attrice debuttante, ma mi hanno aiutata tutti e ho legato molto con tutti.
Da novella attrice cinematografica, quale è stata la tua prima impressione del processo di creazione di un film?
Nonostante avessi un’idea di quanto lavoro ci fosse dietro a un film, vederlo dal vivo è un’esperienza completamente diversa. In una delle scene girate i primi giorni all’interno della villa di Narni dovevo camminare sopra al binario della telecamera come se niente fosse e per me era stranissimo!
Quali sono state le differenze principali rispetto alle tue precedenti esperienze lavorative?
Il cambio del tipo di recitazione, che è differente rispetto ai movimenti molto pronunciati del teatro. La telecamera cattura ogni singolo dettaglio quindi non c’è bisogno di fare movimenti o espressioni tanto grandi. Stessa cosa per la voce: non serve “portare” la voce come in teatro: hai i microfoni sotto i costumi e un fonico che con un’asta cerca di prendere ogni suono, parola, fruscio e sospiro. Praticamente bisogna sussurrare. Recitando ho appoggiato una lattina come faccio normalmente e abbiamo dovuto rifare la scena perché mi è stato detto che l’avevo appoggiata troppo forte e che dovevo fare più piano.
Quali sono state alcune cose che non ti aspettavi?
Una cosa che mi ha colpito molto è l’organizzazione, ovvero l’ordine del giorno: bisogna stare attenti nei minimi dettagli al meteo e avere dei permessi per girare determinate scene in determinate location. Mi ha colpito tantissimo quando abbiamo girato una scena diurna mentre fuori era buio: hanno sistemato delle luci che passavano per le finestre della villa e dentro sembrava che ci fosse il sole, poi aprivi la porta ed era buio!
Quale è stata la più grande difficoltà in questa esperienza dal punto di vista pratico?
Doversi adattare a essere un personaggio in condizioni da sopravvissuto: in pratica doversi adattare ad essere sporchi sempre. Ogni giorno mi coprivano di cera sui capelli e fango sulle ginocchia, mi sporcavano tutti i vestiti, le unghie, anche dentro alle orecchie. Facevo la doccia in continuazione! Dopo un po’ ha smesso di importarmi, ma all’inizio mi dava una sensazione davvero strana.
E dal punto di vista emotivo?.
C’è stata una scena (non vado nei dettagli per non spoilerare) che mi ha terrorizzata perché non mi aspettavo di doverla girare in quel momento: hanno modificato la sera prima l’ordine del giorno. Era una scena che già della sceneggiatura trovavo difficilissima. In realtà si è rivelata la scena più gratificante da filmare. Anche grazie al cast e al regista che si sono molto complimentati del risultato. E’ stato un momento bellissimo.
Quale fra le tante esperienze formative che hai intrapreso ti ha cambiato di più?
L’esperienza che mi ha cambiata di più è l’Accademia al Teatro Nazionale. L’accademia è un percorso che io avrei sempre voluto intraprendere, ma dopo le superiori ma mi sono iscritta all’università.
Ero al primo anno di università quando ho deciso dal nulla di iscrivermi dal nulla all’Accademia di Musical ed è stata la prima volta in cui ho seguito davvero il mio istinto. Trovarmi di colpo in una nuova realtà all’inizio mi spaventava, soprattutto, dovendo terminare in contemporanea l’università. È stato molto complicato sdoppiarsi e rimanere concentrata, essendo sballottata da una parte all’altra per riuscire a frequentare tutto e avere il tempo per prepararsi adeguatamente per entrambe le cose, ma sono stata ripagata da moltissime soddisfazioni.
Dopo questa esperienza cercherai di avviarti verso altre esperienze di tipo cinematografico?
Assolutamente! Io ho sempre amato l’arte a 360 gradi, ho iniziato con il musical, ma mi è sempre piaciuto anche il cinema. Non avevo mai pensato che avrei potuto fare anche io l’attrice perché mi sono sempre sentita “una comune mortale” e nella mia testa solo i VIP, queste persone prescelte, possono fare questo lavoro. Per cui io li ammiravo da spettatrice. Quando mi è arrivata questa occasione, ho capito che avrei voluto tenere aperta anche la porta del cinema, oltre a quella del musical e del teatro che conosco da più tempo.
Qual è per te la difficoltà più grande nell’aver scelto di lavorare in un’industria del genere?
L’incertezza e la precarietà. Nel cinema, nel musical, e nel mondo dello spettacolo in generale, ci sono tante persone che hanno lo stesso sogno e che lottano per ottenere un ruolo o un lavoro. È difficile andare verso l’ignoto, continuare a studiare, formarsi, fare provini, senza sapere se ci sarà il momento in cui avremo tutti l’occasione di brillare.
Nella tua esperienza quali sono le difficoltà giornaliere più grandi dell’intraprendere un percorso del genere?
Sicuramente l’attesa: non sempre è periodo di provini, sia nel cinema che nel teatro. Anche dopo aver inviato le audizioni ci sono produzioni che non ti fanno sapere più nulla o ti fanno sapere dopo tanto tempo. È una cosa molto incostante ed è difficile trovare una stabilità all’interno di questa instabilità.
Quale è stata la lezione più importante che hai imparato da questa esperienza?
Buttarmi. Era la mia prima esperienza. Il mio provino è stato molto rapido e anche la mia partenza, ho avuto poco tempo di metabolizzare il tutto e non mi sentivo all’altezza. Ho imparato davvero a buttarmi e a credere di più nelle mie capacità.
Che rapporto hai con l’insicurezza e il dubitare delle tue capacità?
Essendo giovane e agli inizi in tutto il senso di inadeguatezza è all’ordine del giorno. Una lezione che ho imparato dall’uscita di Un posto sicuro è che l’unica cosa che da attrice posso controllare è la mia interpretazione. Un film, uno spettacolo o anche un genere può non piacere, ma se io ho fatto il mio lavoro con tutto l’impegno che potevo mettere e questo per me è abbastanza. È difficile da mettere in pratica ma spesso la cosa più importante è quello che noi pensiamo del nostro lavoro e, se noi siamo soddisfatti di quello che abbiamo fatto, abbiamo già vinto.
Cosa pensano le persone intorno a te della scelta di perseguire questo tipo di carriera?
Sono sempre stata sostenuta dalla mia famiglia ma nessuno di loro è un artista e tutto questo spaventa un po’ perché non conoscono questo mondo e non sanno come aiutarmi. Sono però molto fortunata: ho una famiglia e degli amici che mi sostengono e anche nei “momenti no” le risposte sono molto positive. Sicuramente sono loro che mi aiutano nei momenti di sconforto.

Lascia un commento