In corso il processo a Roberto Zorzi per la strage di Piazza della Loggia

In corso il processo a Roberto Zorzi per la strage di Piazza della Loggia
In corso il processo a Roberto Zorzi per la strage di Piazza della Loggia

Al Tri­bu­na­le di Bre­scia si sta svol­gen­do il pro­ces­so a cari­co di Rober­to Zor­zi, ter­ro­ri­sta neo­fa­sci­sta lega­to ai grup­pi Anno Zero e Ordi­ne Nuo­vo e accu­sa­to di esse­re tra gli ese­cu­to­ri del­la stra­ge di Piaz­za del­la Log­gia, avve­nu­ta a Bre­scia il 28 mag­gio 1974. Quel gior­no una bom­ba, situa­ta den­tro un cesti­no dei rifiu­ti sot­to il por­ti­ca­to del­la piaz­za, esplo­se duran­te una mani­fe­sta­zio­ne sin­da­ca­le con­tro il ter­ro­ri­smo neo­fa­sci­sta. Otto per­so­ne mori­ro­no, altre 102 rima­se­ro ferite. 

Rober­to Zor­zi, vero­ne­se, è nato nel 1953 e vive nel Nor­do­ve­st degli Sta­ti Uni­ti, nel­lo sta­to di Washing­ton, dove gesti­sce un alle­va­men­to di cani dober­mann chia­ma­to “Del Lit­to­rio”. La pro­cu­ra di Bre­scia lo ave­va già inse­ri­to tra gli inda­ga­ti nel dicem­bre 2021e, nel­le ulti­me set­ti­ma­ne, l’accusa si è potu­ta avva­le­re del­la testi­mo­nian­za di Ombret­ta Gia­co­maz­zi, fidan­za­ta, all’epoca dei fat­ti, del neo­fa­sci­sta bre­scia­no Sil­vio Ferrari.

Ferrari era morto il 19 maggio, quando una bomba che portava con sé e che intendeva piazzare davanti alla sede bresciana della CISL esplose improvvisamente, episodio che spinse i sindacati a indire la manifestazione antifascista del 28 maggio.

Pochi gior­ni dopo, nel­la piz­ze­ria gesti­ta dal padre, la testi­mo­ne udì Zor­zi e altri neo­fa­sci­sti par­la­re di una «ven­det­ta» per la mor­te di Fer­ra­ri. All’epoca la don­na ave­va pen­sa­to che gli uomi­ni si rife­ris­se­ro a un attac­co pia­ni­fi­ca­to (ma poi non rea­liz­za­to) al Blue Note, un loca­le di Bre­scia, ma solo dopo il 28 mag­gio col­le­gò quei discor­si con la stra­ge di Piaz­za del­la Loggia.

La testimone ha parlato agli inquirenti anche dei suoi rapporti con l’allora capitano del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Brescia, Francesco Delfino, divenuto poi generale dell’Arma e scomparso nel 2014.

Del­fi­no è una figu­ra piut­to­sto con­tro­ver­sa: nel 2008 fu rin­via­to a giu­di­zio per con­cor­so in stra­ge e la Cas­sa­zio­ne lo assol­se in via defi­ni­ti­va nel 2014, ma negli anni è sta­to a più ripre­se accu­sa­to di depi­stag­gio del­le inda­gi­ni da gior­na­li­sti, fami­lia­ri del­le vit­ti­me e alcu­ni testimoni.

Tra que­sti c’è ora anche Ombret­ta Gia­co­maz­zi, che in aula ha det­to che l’ex fidan­za­to Sil­vio Fer­ra­ri lo rice­ve­va assie­me ai suoi uomi­ni nel pro­prio appar­ta­men­to a Bre­scia per scam­bia­re foto, docu­men­ti e dena­ro, e ave­va incon­tri nel­le caser­me dei Cara­bi­nie­ri di Vero­na assie­me a Del­fi­no stes­so e altri neo­fa­sci­sti. Que­ste le paro­le del­la teste su ciò che le dis­se l’allora capi­ta­no dopo la strage:

Del­fi­no mi dis­se: “Se tu non vuoi che io tra­sfor­mi il rea­to di reti­cen­za in con­cor­so in stra­ge devi cer­ca­re di coin­vol­ge­re il figlio del giu­di­ce Arcai che si chia­ma Andrea Arcai”. Lo cono­sce­vo di vista Andrea Arcai, ma lui non è mai sta­to coin­vol­to in nulla.

Inol­tre la don­na, ascol­ta­ta nuo­va­men­te dagli inqui­ren­ti mar­te­dì 15 apri­le, ha affer­ma­to che uno dei suoi dia­ri, dove appun­ta­va ciò che face­va assie­me a Fer­ra­ri e i nomi di colo­ro che incon­tra­va­no il fidan­za­to, le era sta­to seque­stra­to il gior­no del­la stra­ge per non esser­le più resti­tui­to. Que­sto det­ta­glio aval­le­reb­be ulte­rior­men­te la tesi del depi­stag­gio del­le inda­gi­ni a ope­ra del­le autorità.

Venerdì 11 aprile, durante la trasmissione televisiva Messi a fuoco dell’emittente bresciana Teletutto, ha parlato l’avvocato Sergio Arcai, figlio del magistrato Giovanni Arcai e fratello di Andrea, il ragazzo quindicenne che seppur innocente venne indagato nella prima inchiesta sulla strage.

Arcai ha det­to di pro­va­re disgu­sto per i fat­ti nar­ra­ti da Ombret­ta Gia­co­maz­zi, comun­que già noti a chi ha segui­to i pro­ces­si e aggiun­gen­do: «Sap­pia­mo da tem­po cosa c’era die­tro alle fal­se accu­se a mio fra­tel­lo e alle per­so­ne che sono sta­te sbat­tu­te in car­ce­re per mesi per­ché non dice­va­no ciò che altri vole­va­no dices­se­ro». Inol­tre, l’avvocato ha sot­to­li­nea­to che spes­so si ricor­da­no le vit­ti­me del­la stra­ge ma non gli inno­cen­ti coin­vol­ti nel­le pri­me inchie­ste, tacen­do così le pro­fon­de con­se­guen­ze psi­co­lo­gi­che che i pro­ces­si han­no avu­to sul­le loro fami­glie, tra cui la sua.

Il pro­ces­so Zor­zi è una nuo­va tap­pa del­la tor­tuo­sa stra­da che, il 3 apri­le, ha già por­ta­to alla con­dan­na a trent’anni di reclu­sio­ne a Mar­co Tof­fa­lo­ni, colui che, secon­do quan­to si affer­ma nel­la sen­ten­za di pri­mo gra­do, piaz­zò la bom­ba nel cesti­no il 28 mag­gio 1974: si trat­ta del pri­mo ver­det­to a indi­vi­dua­re un respon­sa­bi­le mate­ria­le per l’attentato, dopo qua­si cin­quan­tun anni.

Toffaloni, veronese affiliato a Ordine Nuovo, è nato nel 1957 e il giorno della strage aveva sedici anni, motivo per cui il processo a suo carico è stato affidato al Tribunale minorile di Brescia, che ha applicato la massima pena possibile.

Il ses­san­ta­set­ten­ne non si è mai pre­sen­ta­to in aula: è cit­ta­di­no sviz­ze­ro sin dagli anni Ottan­ta e vive a Lan­d­quart, nel Can­ton Gri­gio­ni, con il nome di Fran­co Maria Mul­ler. Le auto­ri­tà elve­ti­che non riten­go­no di dover­lo estra­da­re, essen­do il rea­to cadu­to in pre­scri­zio­ne: è pas­sa­to ossia trop­po tem­po dall’attentato. Tof­fa­lo­ni potreb­be esse­re con­dot­to in Ita­lia solo dopo una con­dan­na defi­ni­ti­va e la revo­ca del­la cit­ta­di­nan­za elve­ti­ca a cau­sa di atti di terrorismo.

«La con­dan­na di Tof­fa­lo­ni – ha det­to a Mes­si a fuo­co Man­lio Mila­ni, fon­da­to­re dell’Associazione Fami­lia­ri Cadu­ti stra­ge di Piaz­za Log­gia – è la con­fer­ma che tut­ti, poche ore dopo la stra­ge, sape­va­no. Pro­vo pro­fon­da ama­rez­za per­ché ci sono volu­ti cinquant’anni e un lavo­ro enor­me del­la magi­stra­tu­ra per dei risul­ta­ti che si pote­va­no ave­re subi­to e per­ché, se quel­le veri­tà non fos­se­ro sta­te coper­te, non ci sareb­be sta­ta la stra­ge dell’Italicus [atten­ta­to di matri­ce neo­fa­sci­sta avve­nu­to il 4 ago­sto 1974 in pro­vin­cia di Bolo­gna, quan­do l’esplosione di una bom­ba su un tre­no diret­to a Mona­co di Bavie­ra ucci­se dodi­ci per­so­ne, ndr]».

Anche l’iter giudiziario per individuare gli ideatori della strage è stato piuttosto complesso.

Nel 2008 sei uomi­ni ven­ne­ro rin­via­ti a giu­di­zio e furo­no assol­ti nel 2012; poi, nel 2014, vi fu la sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne che con­fer­mò l’assoluzione del gene­ra­le Del­fi­no e di altri tre impu­ta­ti e che annul­lò, inve­ce, quel­le di Car­lo Maria Mag­gi e Mau­ri­zio Tra­mon­te, con­dan­na­ti all’ergastolo dal Tri­bu­na­le di Mila­no l’anno suc­ces­si­vo, sen­ten­za con­fer­ma­ta in Cas­sa­zio­ne il 20 giu­gno 2017.

Mag­gi, dece­du­to nel 2018, era medi­co e capo di Ordi­ne Nuo­vo in Vene­to ed è con­si­de­ra­to il man­dan­te dell’attacco.

Tra­mon­te fu ordi­no­vi­sta e infor­ma­to­re del Sisde, il ser­vi­zio segre­to civi­le ita­lia­no, con il nome di “Fon­te Tri­to­ne”: pro­cla­ma­to­si sem­pre inno­cen­te, le inda­gi­ni dimo­stra­ro­no il suo ruo­lo nel­l’or­ga­niz­za­re l’at­ten­ta­to e ciò è appu­ra­to anche dal­la testi­mo­nian­za del 15 apri­le di Ombret­ta Gia­co­maz­zi, che ha rico­no­sciu­to il ter­ro­ri­sta pado­va­no come fre­quen­ta­to­re del­le riu­nio­ni nell’appartamento di Sil­vio Fer­ra­ri. La Cor­te di appel­lo di Bre­scia, nel 2022, gli ha nega­to la richie­sta di revi­sio­ne del pro­ces­so e, ad oggi, Tra­mon­te resta l’unica per­so­na in car­ce­re per l’attentato del 28 mag­gio 1974.

L’impunità dei respon­sa­bi­li del­la stra­ge di piaz­za del­la Log­gia è dura­ta mol­to, ma ora, con il lavo­ro del­la magi­stra­tu­ra e le paro­le di testi­mo­ni costret­ti a tace­re per decen­ni, sem­bra che la pol­ve­re che ha lun­ga­men­te sof­fo­ca­to la veri­tà ini­zi a esse­re spaz­za­ta via.

Articolo pubblicato il 9 maggio, in occasione del Giorno della memoria delle vittime del terrorismo. A Brescia, un percorso di oltre 430 formelle, ciascuna intitolata a una vittima del terrorismo e della violenza politica, inizia da Piazza della Loggia fino a raggiungere il castello della città.

Per approfondire: https://www.sempreperlaverita.it/memoriale‑2/

Arti­co­lo di Pie­tro Taglietti

Con­di­vi­di:
Pietro Taglietti
Sono di Bre­scia e stu­dio Scien­ze uma­ni­sti­che per la comu­ni­ca­zio­ne. Mi pia­ce scri­ve­re, leg­ge­re, impa­ra­re nuo­ve lin­gue, cuci­na­re. Mi inte­res­so prin­ci­pal­men­te di sport, cul­tu­ra e arte e la cosa che pre­fe­ri­sco è esse­re indi­pen­den­te. Per tut­to il resto chie­de­te a mia madre.

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