La guerra civile che infiamma le terre del Sudan

La guerra civile che infiamma le terre del Sudan

Da due anni ormai, una guer­ra sta cau­san­do una cri­si uma­ni­ta­ria di vaste pro­por­zio­ni, che per distan­za geo­gra­fi­ca e cul­tu­ra­le, sta rima­nen­do fuo­ri dai riflet­to­ri del­le più impor­tan­ti stam­pe nazio­na­li e inter­na­zio­na­li: il Sudan. Dal­le noti­zie, che sia­mo riu­sci­ti a rica­va­re soprat­tut­to da fon­ti stra­nie­re, si par­la di geno­ci­dio di mas­sa, stu­pri e depor­ta­zio­ni. Un rap­por­to redat­to dal­la Nazio­ni Uni­te del 2023 ci par­la di 10mila e 15mila vit­ti­me, a ciò van­no aggiun­ti i 15mila sfol­la­ti su una popo­la­zio­ne di 50 milio­ni, in due anni di con­flit­to. Dall’inizio del con­flit­to fino ad oggi, 150mila per­so­ne han­no per­so la vita in que­sta guer­ra. Sen­za con­ta­re il fat­to che il Sudan non cono­sce un perio­do di sta­bi­li­tà poli­ti­ca, socia­le ed eco­no­mi­ca dal 2003 quan­do si è con­su­ma­to uno dei geno­ci­di più san­gui­no­si dal dopo­guer­ra: il geno­ci­dio in Dar­fur.

Gli ese­cu­to­ri di que­sto tre­men­do geno­ci­dio saran­no pro­prio i due pro­ta­go­ni­sti che oggi si con­ten­do­no il con­trol­lo del ter­ri­to­rio suda­ne­se: Abdel Fat­tah Abdur­rah­man Burhan, capo del­le For­ze Arma­te Suda­ne­si (SAF o Suda­ne­se Armed For­ces) e Moha­med Ham­dan Daga­lo capo del­le Rapid Sup­port For­ces (RSF), che allo­ra era­no note con il nome di Jan­ja­wid che signi­fi­ca let­te­ral­men­te “demo­ni a caval­lo”. Le RSF sareb­be­ro com­po­ste dai mili­ta­ri noti con il nome di Jan­ja­wid (let­te­ral­men­te, “demo­ni a caval­lo”) che, nel 2003, avreb­be­ro aiu­ta­to l’allora Pre­si­den­te del Sudan, Omar al-Bashir nel­la guer­ra in Darfur. 

Omar al-Bashir fu imputato per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale Internazionale. Ma dalla guerra, un legame importante si formò tra le Forze Armate Sudanesi e i Janjawid, che andarono a costituire il nucleo originario delle Rapid Support Forces (RSF).

Nel 2019 il Pre­si­den­te ven­ne desti­tui­to tra­mi­te un col­po di Sta­to orga­niz­za­to dai mili­ta­ri. Ini­ziò un perio­do di desta­bi­liz­za­zio­ne che si è con­clu­so con la pre­sa al pote­re da par­te di Burhan, dive­nu­to capo del Con­si­glio sovra­no (nuo­vo orga­no gover­na­ti­vo) com­po­sto da civi­li e mili­ta­ri, affi­dan­do la nomi­na di vice­pre­si­den­te a Daga­lo, noto a tut­ti come Hemed­ti. Hemed­ti si era posto il pro­ble­ma di fon­de­re le RSF con le SAF, in con­trap­po­si­zio­ne con l’idea di Burhan che pro­po­ne­va una loro len­ta dis­so­lu­zio­ne. Infat­ti, le RSF era­no sta­te pen­sa­te come for­ze di soste­gno alle for­ze arma­te suda­ne­si per sta­bi­liz­za­re dal pun­to di vista socia­le e poli­ti­co la nazio­ne. Il 15 apri­le 2023 ini­zia­no le ostilità. 

Le RSF cir­con­da­ro­no l’aeroporto di Mero­we e attua­ro­no una serie di ope­ra­zio­ni che por­ta­ro­no i sol­da­ti di Daga­lo vici­no alla capi­ta­le Kar­thoum, soste­nen­do che si trat­tas­se di nor­ma­li pro­ce­du­re di ricol­lo­ca­men­to di uomi­ni e mez­zi. Tut­ta­via, le SAF denun­cia­ro­no le azio­ni del­le RSF affer­man­do che era­no avve­nu­te sen­za che ne venis­se­ro infor­ma­ti. Lo stes­so gior­no, le due fazio­ni ini­zia­no gli scontri. 

Nei pri­mi mesi dall’inizio del con­flit­to, gli scon­tri si sono con­cen­tra­ti nel­la capi­ta­le di Kar­thoum. Nei suc­ces­si­vi due anni, la linea di demar­ca­zio­ne di con­trol­lo da par­te del­le due mag­gio­ri eser­ci­ti in Sudan non è sta­ta net­ta. In due anni, le RSF sono riu­sci­te a con­qui­sta­re e ad occu­pa­re le più impor­tan­ti cit­tà pre­sen­ti nel­la par­te sud-orien­ta­le del Sudan, quin­di nel­la regio­ne del Dar­fur, come Nya­la, Zalin­gei ed El-Genei­na. Le for­ze arma­te suda­ne­si han­no inve­ce man­te­nu­to il con­trol­lo del­la capi­ta­le Kar­thoum e di alcu­ne zone stra­te­gi­che del pae­se come Port Sudan (il qua­le è sta­to recen­te­men­te ogget­to di un attac­co missilistico). 

Inol­tre, le SAF con­di­vi­do­no il con­trol­lo di alcu­ne zone del Dar­fur con i grup­pi arma­ti dar­fu­ria­ni fir­ma­ta­ri del trat­ta­to di pace di Juba del 2020, eser­ci­tan­do un con­trol­lo par­zia­le. Kar­thoum è, anco­ra oggi, con­te­sa dai due eser­ci­ti. Come evi­den­zia l’ISPI, dall’inizio del con­flit­to fino ad oggi, nes­su­no del­le due par­ti ha espres­so la volon­tà di nego­zia­re, per via del­la con­vin­zio­ne di entram­bi che una vit­to­ria mili­ta­re sia pos­si­bi­le, anche gra­zie alle allean­ze di cui godono.

Le RSF rice­ve­reb­be­ro, infat­ti, sup­por­to mili­ta­re ed eco­no­mi­co dagli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti che, secon­do il rap­por­to pub­bli­ca­to dall’ONU, use­reb­be­ro il ter­ri­to­rio cia­dia­no, lun­go il con­fi­ne con il Dar­fur per con­se­gna­re le armi. Per quan­to riguar­da le SAF, esse otter­reb­be­ro un par­zia­le soste­gno mili­ta­re da par­te del­le auto­ri­tà egi­zia­ne, le qua­li, al tem­po stes­so, non vor­reb­be­ro com­pro­met­te­re le rela­zio­ni ami­che­vo­li e i lega­mi eco­no­mi­ci con gli Emi­ra­ti Ara­bi. Per di più, tra mag­gio e giu­gno, una serie di incon­tri si sono svol­ti tra le auto­ri­tà di Port Sudan e il gover­no rus­so su una poten­zia­le aper­tu­ra di una base nava­le rus­sa sul­la costa suda­ne­se del Mar Rosso. 

Il 15 apri­le 2025, al secon­do anni­ver­sa­rio dall’inizio del con­flit­to, il capo del­le Rapid Sup­port For­ces, Hemed­ti ha pro­cla­ma­to un gover­no paral­le­lo nel­la par­te sud del Sudan. Il gover­no dovreb­be rap­pre­sen­ta­re il “vero vol­to del Sudan”, secon­do quan­to dichia­ra­to su X dal capo del­le RSF. Gli effet­ti di que­sta azio­ne pos­so­no esse­re un con­so­li­da­men­to del rischio di fram­men­ta­zio­ne del Pae­se, come è suc­ces­so in Libia. Aggiun­gen­do il fat­to che la pre­sen­za di due gover­ni riva­li nel Pae­se potreb­be osta­co­la­re il rag­giun­gi­men­to di un nego­zia­to di pace, aggra­van­do la situa­zio­ne socia­le ed eco­no­mi­ca dei cittadini. 

Negli ultimi anni, la guerra sta assumendo le forme di una vera e propria crisi umanitaria. 

I vari report redat­ti dall’Onu dico­no che, nel­la metà di giu­gno del 2024, su una popo­la­zio­ne di 45 milio­ni di per­so­ne, metà ha biso­gno di aiu­to uma­ni­ta­rio. 9 milio­ni di per­so­ne han­no lascia­to le loro case: 7 milio­ni sono sfol­la­ti, men­tre 2 milio­ni si sono rifu­gia­ti nei pae­si con­fi­nan­ti.  In que­sto sen­so, sia l’esercito sia le RSF sono accu­sa­ti di cri­mi­ni di guer­ra per aver deli­be­ra­ta­men­te pre­so di mira i civi­li e bloc­ca­to gli aiu­ti uma­ni­ta­ri. Il 10 apri­le, il Sudan ha adi­to la Cor­te Inter­na­zio­na­le di Giu­sti­zia (CIG) ai sen­si del­le nor­me sul­la Con­ven­zio­ne con­tro il geno­ci­dio con­tro gli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti per soste­ne­re i para­mi­li­ta­ri del­le RSF. 

Il 5 mag­gio, la CIG ha dichia­ra­to di non ave­re giu­ri­sdi­zio­ne sul caso e di non poter veri­fi­ca­re nel­le sedi lega­li la com­pli­ci­tà da par­te di Abu Dha­bi ver­so Kar­thoum. Le giu­sti­fi­ca­zio­ni riguar­da­va­no la non accet­ta­zio­ne del­lo Sta­tu­to del­la Cor­te come orga­no di dirit­to inter­na­zio­na­le e la man­can­ze pro­ce­du­ra­le o di con­sue­tu­di­ne affin­ché la Cor­te si potes­se pro­nun­cia­re su que­sto deter­mi­na­to caso.

Più recen­te­men­te, il Port Sudan è sta­to attac­ca­to dai dro­ni del­le Rapid Sup­port For­ces lascian­do la cit­tà sen­za elet­tri­ci­tà. Fino a pochi gior­ni fa, la cit­tà era con­si­de­ra­ta come una del­le più sicu­re. Inol­tre, il Post ha annun­cia­to che il Sudan avreb­be inter­rot­to i rap­por­ti diplo­ma­ti­ci con gli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti per il loro pre­sun­to soste­gno alla RSF di Hemedti. 

Con­di­vi­di:
Francesco Sossi
Stu­den­te di SIE, che ha visto trop­pi film. Inte­res­sa­to alla scrit­tu­ra e sognatore.

1 Trackback & Pingback

  1. Fratelli Musulmani: una minaccia da Amman a Vienna - Vulcano Statale

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.