Il 13 maggio 2025 è stato ufficializzato un accordo militare legato alla vendita di armamenti statunitensi all’Arabia Saudita firmato dagli esecutivi di Washington e Riad. L’accordo crea una partnership commerciale imponente tra i due Paesi, regolamentando una fitta rete di collaborazioni nel settore tecnologico e la vendita di armi statunitensi all’Arabia per un totale di ben 142 miliardi di dollari in cambio di investimenti arabi in USA per un totale di circa 600 miliardi di dollari.
La Casa Bianca ha specificato che con l’accordo – un’iniziativa del Presidente Trump – gli Stati Uniti mirano a rafforzare la propria sicurezza nazionale, stabilendo un patto fondamentale con uno dei principali attori del Medio Oriente che da tempo è al centro degli affari regionali mediorientali, in primis spingendo per mostrarsi come un Paese centrale nel dialogo sulla causa palestinese.
Oltre a vari punti relativi agli investimenti arabi negli USA, nel testo diffuso dal governo statunitense è stabilita la vendita di risorse belliche di altissimo livello – in ordine, citando il rapporto ufficiale della Casa Bianca, mezzi di “(1) avanzamento delle forte aeree e delle capacità spaziali, (2) difesa aerea e missilistica, (3) sicurezza marittima e costiera, (4) sicurezza delle frontiere e ammodernamento delle forze terrestri e (5) aggiornamento dei sistemi di informazione e comunicazione” – e la fornitura all’Arabia di servizi da svariate aziende dell’industria bellica e tecnologica statunitense; su questo secondo punto, sembrerebbe che alla firma fossero presenti i leaders di alcune delle maggiori aziende statunitensi dei settori della difesa, quali Boeing, Northrop Grumman e Raytheon Technologies Corporation (RTX), e della tecnologia, come Amazon, GE Vernova, Invidia e Oracle. L’accordo include supporto alla formazione di nuove unità di addestramento e al generale miglioramento dell’esercito saudita su un piano operativo, strategico e tattico.
Sul piano tecnico, il testo non specifica quali esatti modelli di armamenti statunitensi vengano dati all’Arabia Saudita come parte dell’accordo. Comunque, stando a indiscrezioni, nelle trattative le parti avrebbero discusso della vendita di aerei da trasporto C‑130, missili e radar, nonché di caccia Lockheed Martin F‑35 Lightning II. Ancora, secondo il Middle East Eye GE si occuperebbe dell’esportazione di turbine a gas e soluzioni energetiche e Boeing esporterebbe vari modelli di aerei 737–8.
L’accordo costituisce una tappa fondamentale nel percorso di dialogo che gli USA hanno avviato da svariati anni con l’Arabia Saudita.
Infatti, esso non sembra essere il frutto di trattative pensate per migliorare le economie dei due Paesi. Piuttosto, appare come il risultato di negoziati diplomatici volti a riavvicinare gli Stati dopo lo scoppio della Guerra a Gaza.
Tra i risultati più significativi ottenuti da Trump nel suo primo mandato si ricordano proprio gli Accordi di Abramo, con cui Washington normalizzò le relazioni diplomatiche tra Israele e vari Paesi della penisola araba; questi sarebbero stati destinati ad ampliarsi per includere anche l’Arabia Saudita, ma il processo fu interrotto dall’amministrazione Biden, che praticò una dottrina differente nella regione, e poi dalla Guerra di Gaza. Pur mantenendo per tutta la durata del conflitto una linea di netta solidarietà verso il popolo palestinese, l’Arabia Saudita ha continuato a dimostrare la volontà di rimettersi ai tavoli diplomatici e normalizzare i rapporti con Israele. Così, le azioni di Trump verso i sauditi sarebbero interpretabili come un tentativo di riapertura del dialogo diplomatico per reinstallare un clima di amicizia con uno dei maggiori Stati arabi. Oltre ai chiari benefici politici che si ottengono così agendo, la bontà dell’accordo per Washington si spiega anche con due fattori significativi: l’importanza dell’Arabia Saudita nel mondo del petrolio e nella gestione del suo prezzo e gli affari personali che le aziende della famiglia Trump avrebbero nella penisola, come riportato dal New York Times.
L’accordo ha una rilevanza significativa anche nelle relazioni tra USA, Arabia e Israele. Infatti Israele avrebbe reagito negativamente di fronte a un accordo tanto significativo tra Washington e Riad che non passa prima per la ripresa formale della normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e lo Stato ebraico, ma che vede ciò solo come una potenziale conseguenza futura dell’accordo stesso. Su questo, va anche osservato che Israele da tempo è uno dei maggiori esportatori di armamenti del mondo arabo e potrebbe aver percepito il trattato come un potenziale danno alla sua stessa economia. Inoltre, Israele non sarebbe stato avvisato preventivamente dell’inizio delle negoziazioni e anche ciò avrebbe contribuito al malcontento del governo Netanyahu rispetto al patto.
Di fatto, l’accordo si inserisce in un continuum di passaggi verso la normalizzazione delle relazioni tra Israele e l’Arabia Saudita sotto la mediazione statunitense che perdura da anni.
A prova di ciò, lo stesso Biden, la cui amministrazione fu caratterizzata da un approccio generalmente più indiretto verso l’Arabia Saudita, spinse verso la normalizzazione delle relazioni e propose l’istaurazione di una partnership difensiva tra gli USA e l’Arabia Saudita.
Pertanto, l’intero quadro è leggibile come un tentativo dei sauditi di accrescere ulteriormente la propria influenza nella regione passando per la conferma del proprio ruolo di difensore della causa palestinese, ma anche per una stretta di mano con gli statunitensi che sottolinea implicitamente le intenzioni di normalizzazione delle relazioni Israele-Arabia Saudita nel medio e lungo termine e che si concretizza tramite un accordo dall’alto potenziale per l’economia e la difesa saudita, col potenziale di rivitalizzare anche l’economia e l’industria difensiva statunitense. L’elemento di ambiguità legato al malcontento israeliano non va sopravvalutato in quanto, plausibilmente, l’accordo non costituirà un elemento di trasformazione della special relationship israelo-statunitense; semmai, esso costituisce il punto di inizio di un nuovo filone di legami con l’Arabia Saudita in continuità con l’operato diplomatico statunitense del passato recente e capace di rendere modificare la distribuzione del potere nel Medio Oriente, in vista di una ridefinizione del ruolo statunitense nella regione.

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