Politainment, quando lo spettacolo detta le regole

Politainment, quando lo spettacolo detta le regole

In una socie­tà in cui l’atten­tion span si fa sem­pre più bre­ve, com­pli­ce l’aumento e l’intensità degli sti­mo­li sen­so­ria­li a cui si è costan­te­men­te espo­sti, anche la poli­ti­ca è costret­ta a ade­guar­si a que­ste nuo­ve dina­mi­che. Per otte­ne­re atten­zio­ne da par­te dell’opinione pub­bli­ca, la poli­ti­ca è costret­ta a tra­sfor­mar­si in spet­ta­co­lo.

Otte­nen­do sem­pre più popo­la­ri­tà, la poli­ti­ca si adat­ta ai lin­guag­gi dell’intrattenimento, anche gra­zie alla dif­fu­sio­ne dei talk show e alla loro strut­tu­ra comu­ni­ca­ti­va. Negli anni 2000, David Schul­tz conia il ter­mi­ne poli­tain­ment, che descri­ve l’uso cre­scen­te dei media e del­le tec­ni­che di mar­ke­ting nel­la poli­ti­ca, in modo da otte­ne­re visi­bi­li­tàcon­sen­so.

Oggi più che mai, per fare poli­ti­ca, è neces­sa­rio saper rac­con­ta­re una sto­ria: il per­so­nag­gio con­ta più dell’idea e il suc­ces­so media­ti­co di un poli­ti­co si tra­du­ce in pote­re. Jorg-Uwe Nie­land, docen­te dell’Università di Mun­ster, ha defi­ni­to l’entertaining poli­tics come una bran­ca del poli­tain­ment incen­tra­ta sul lega­me tra poli­ti­ca e spet­ta­co­lo. In Ita­lia uno degli esem­pi più carat­te­ri­sti­ci è Bep­pe Gril­lo, che ha costrui­to il pro­prio movi­men­to poli­ti­co gra­zie alla noto­rie­tà gua­da­gna­ta con la car­rie­ra comi­ca. Paral­le­la­men­te, Nied­land defi­ni­sce anche il poli­ti­cal enter­tain­ment, ovve­ro l’uso del­la poli­ti­ca come con­te­nu­to per pro­dot­ti media­li come serie TV e film. Un caso emble­ma­ti­co è Hou­se of Cards, la serie che ha con­tri­bui­to a lan­cia­re Net­flix a livel­lo globale.

Il pioniere del politainment in Italia è stato Silvio Berlusconi.

Quan­do, nel 1994, entra in poli­ti­ca con For­za Ita­lia, può con­ta­re sull’enorme pote­re media­ti­co del suo impe­ro tele­vi­si­vo, Media­set. Il suo non è un sem­pli­ce pro­get­to poli­ti­co, ma una vera e pro­pria costru­zio­ne del cul­to del­la per­so­na­li­tà: per i suoi soste­ni­to­ri, Ber­lu­sco­ni è sta­to con­si­de­ra­to al pari di una figu­ra divi­na.

Nel 1976 Ber­lu­sco­ni acqui­sta l’emittente Tele­mi­la­no, emit­ten­te via cavo che tra­smet­te­va da Mila­no 2, da Gia­co­mo Pro­per­zy. Gra­zie al mec­ca­ni­smo del «piz­zo­ne», rie­sce a tra­smet­te­re lo stes­so pro­gram­ma in con­tem­po­ra­nea su più reti loca­li, di fat­to crean­do una rete nazio­na­le, nono­stan­te le pro­te­ste del­la Rai. Con l’acquisizione di Rete 4 e Ita­lia 1 nel 1982 e il soste­gno nor­ma­ti­vo dei Decre­ti Ber­lu­sco­ni volu­ti da Bet­ti­no Cra­xi, Ber­lu­sco­ni rie­sce a con­so­li­da­re il suo pote­re tele­vi­si­vo, con­ti­nuan­do a tra­smet­te­re a livel­lo nazio­na­le. La Leg­ge Mam­mì del 1990, infi­ne, legit­ti­ma defi­ni­ti­va­men­te la tra­smis­sio­ne nazio­na­le da par­te del­le emit­ten­ti private.

Negli anni ’80 Ber­lu­sco­ni domi­na­va la tele­vi­sio­ne: nel 1986 il cava­lie­re diven­ta pre­si­den­te dell’AC Milan e nel 1994 fa il suo ingres­so in poli­ti­ca. Il con­flit­to di inte­res­si tra impren­di­to­re e poli­ti­co è, però, evi­den­te. Stu­di con­dot­ti da eco­no­mi­sti han­no mostra­to come l’esposizione ai cana­li Media­set abbia inci­so sui risul­ta­ti elet­to­ra­li, tali stu­di evi­den­zia­ro­no un mag­gio­re con­sen­so a For­za Ita­lia nel­le zone dove que­ste reti era­no arri­va­te per pri­me. I con­te­nu­ti tra­smes­si, infat­ti, sem­bra­va­no vei­co­la­re valo­ri affi­ni pro­prio a quel­li del par­ti­to di Berlusconi.

L’espansione del politainment, nel frattempo, influenza anche i media tradizionali.

Infat­ti, tra il 1992 e il 2001, lo spa­zio dedi­ca­to alla poli­ti­ca sul Cor­rie­re del­la Sera è aumen­ta­to dall’8% al 17%, men­tre su Il Gior­na­le tri­pli­ca. In tele­vi­sio­ne, inve­ce, si è pas­sa­ti a una pre­sen­za con­ti­nua di con­te­nu­ti poli­ti­ci, a fron­te di una deci­na di ore set­ti­ma­na­li di pro­gram­mi poli­ti­ci all’inizio degli anni ‘90.

In uno stu­dio con­dot­to da Splen­do­re e Legnan­te (2014), si è osser­va­to l’aumento del tem­po dedi­ca­to alla poli­ti­ca nei sei prin­ci­pa­li tele­gior­na­li ita­lia­ni (Tg1, Tg2, Tg3, Tg4, Tg5, Stu­dio Aper­to) tra il 2001 e il 2013. La ten­den­za gene­ra­le è di una net­ta cre­sci­ta del tem­po dedi­ca­to alla poli­ti­ca. Guar­dan­do i dati com­ples­si­vi per i sei tele­gior­na­li, la media dei minu­ti dedi­ca­ti alla poli­ti­ca duran­te il perio­do pre-elet­to­ra­le è pas­sa­ta da cir­ca 37 minu­ti nel 2001 a 60 minu­ti nel 2013. Que­sta ten­den­za non può che evi­den­zia­re la sem­pre più for­te media­tiz­za­zio­ne del­la politica.

Dopo Ber­lu­sco­ni, il testi­mo­ne del­la poli­ti­ca-spet­ta­co­lo è pas­sa­to a Bep­pe Gril­lo, sim­bo­lo viven­te del­la fusio­ne tra media e poli­ti­ca. Il poli­tain­ment, infat­ti, impo­ne ai poli­ti­ci di impa­ra­re le dina­mi­che media­ti­che: par­te­ci­pa­re a talk show, pro­gram­mi di intrat­te­ni­men­to, dibat­ti­ti in diret­ta. Il feno­me­no, però, può anche muo­ver­si in sen­so inver­so, tra­sfor­man­do per­so­nag­gi media­ti­ci in lea­der poli­ti­ci. Gril­lo, con la sua sati­ra socia­le, ha sapu­to con­ver­ti­re il con­sen­so del pub­bli­co comi­co in con­sen­so poli­ti­co. Il suo suc­ces­so è uno dei mas­si­mi esem­pi di quan­to il poli­tain­ment pos­sa inci­de­re sul­la realtà.

La televisione, però, non è più al centro dell’universo informativo.

A sosti­tuir­la man mano sono sta­ti i social media. Fino al 2020, Face­book è sta­to il prin­ci­pa­le stru­men­to di comu­ni­ca­zio­ne poli­ti­ca, ma oggi il dibat­ti­to si è spo­sta­to ver­so nuo­ve piat­ta­for­me, ren­den­do indi­spen­sa­bi­le la pre­sen­za onli­ne. Sen­za una cam­pa­gna digi­ta­le effi­ca­ce, otte­ne­re con­sen­so è qua­si impos­si­bi­le. I par­ti­ti di suc­ces­so, tut­ta­via, si sono adat­ta­ti rapi­da­men­te a que­sto scenario.

I social media han­no cam­bia­to pro­fon­da­men­te le moda­li­tà di rela­zio­ne tra i par­ti­ti poli­ti­ci e i loro elet­to­ri. Le piat­ta­for­me social crea­no un con­te­sto in cui l’interazione tra par­ti­to e cit­ta­di­no è imme­dia­tadiret­ta, e non c’è neces­si­tà di affi­dar­si a inter­vi­ste, dibat­ti­ti o con­fe­ren­ze stam­pa per far cono­sce­re le pro­prie pro­po­ste. I social media han­no per­mes­so ai poli­ti­ci di costrui­re un’identità digi­ta­le che sia più uma­na, vici­na e di fidu­cia, strin­gen­do un lega­me sem­pre più for­te con il pro­prio pubblico.

Mat­teo Sal­vi­ni, ad esem­pio, ha sapu­to usa­re Insta­gram come un influen­cer, inte­ra­gen­do spes­so con i suoi segua­ci e crean­do una base soli­da di soste­ni­to­ri. Diver­si poli­ti­ci, però, domi­na­no piat­ta­for­me diver­se. Mat­teo Ren­zi ha una soli­dis­si­ma piat­ta­for­ma su Twit­ter, men­tre Sal­vi­ni è mol­to popo­la­re su Face­book e Insta­gram. Que­sto è il caso dei par­ti­ti poli­ti­ci per­so­na­li­sti­ci, come Lega, Fra­tel­li d’Italia e For­za Ita­lia. La distri­bu­zio­ne dei fol­lo­wer per i par­ti­ti come Movi­men­to 5 Stel­le e Par­ti­to Demo­cra­ti­co è inve­ce più omo­ge­nea tra i loro esponenti.

Da ciò emerge la necessità e l’urgenza di utilizzare le piattaforme social media per fare propaganda politica.

La visi­bi­li­tà che con­fe­ri­sco­no è ine­sti­ma­bi­le, e l’interazione con i pro­pri segua­ci ne aumen­ta la fide­liz­za­zio­ne. Tut­ti que­sti ele­men­ti sono essen­zia­li alla riu­sci­ta e al suc­ces­so del­le cam­pa­gne poli­ti­che. Diver­si lea­der uti­liz­za­no diver­se stra­te­gie. I lea­der a pub­bli­ca­re più con­te­nu­ti sui social media sono Mat­teo Sal­vi­ni e Gior­gia Melo­ni, a capo di par­ti­ti dall’impostazione per­so­na­li­sti­ca. Gli altri lea­der, inve­ce, pub­bli­ca­no meno con­te­nu­ti sul­le loro pagi­ne per­so­na­li, otte­nen­do meno interazioni.

In ogni caso rima­ne inne­ga­bi­le l’impatto dei social media sui risul­ta­ti elet­to­ra­li. Ne è un esem­pio l’elezione del pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti del 2016, duran­te la qua­le l’utilizzo costan­te e aggres­si­vo di Twit­ter da par­te di Trump per vei­co­la­re le pro­prie idee ne ha aumen­ta­to l’influenza.

In ogni caso rima­ne inne­ga­bi­le l’impatto dei social media sui risul­ta­ti elet­to­ra­li. Ne è un esem­pio l’elezione del pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti del 2016, duran­te la qua­le l’utilizzo costan­te e aggres­si­vo di Twit­ter da par­te di Trump per vei­co­la­re le pro­prie idee ne ha aumen­ta­to l’influenza.

Inoltre, i social media sono terreno fertile per la diffusione di fake news.

Infat­ti, la velo­ci­tà di infor­ma­zio­ne ha reso sem­pre più faci­le la dif­fu­sio­ne di infor­ma­zio­ni fal­se, dif­fu­se con tito­li sen­sa­zio­na­li­sti­ci e con­te­nu­ti fuor­vian­ti, a cau­sa del­le qua­li l’opinione pub­bli­ca vie­ne influen­za­ta negativamente.

Negli ulti­mi anni, comun­que, l’applicazione da uti­liz­za­re per otte­ne­re una vera e for­te influen­za, soprat­tut­to tra i più gio­va­ni, è Tik­Tok. Infat­ti, qua­si tut­ti i poli­ti­ci han­no aper­to un pro­fi­lo sull’app cine­se, anche se non tut­ti han­no sapu­to com­pren­der­ne le logi­che comu­ni­ca­ti­ve, pro­fon­da­men­te dif­fe­ren­ti da quel­le pre­sen­ti sugli altri social net­work. Nei pri­mi video qua­si tut­ti i poli­ti­ci sono risul­ta­ti gof­fi e diso­rien­ta­ti, o, come direb­be la Gen Z, «crin­ge».

La pri­ma a sbar­ca­re su Tik­Tok è sta­ta Gior­gia Melo­ni che, però, non è riu­sci­ta a sfrut­ta­re a dove­re la piat­ta­for­ma, trat­tan­do­la come Face­book o Insta­gram e ripro­po­nen­do slo­gan e fra­si fat­te insi­pi­de e già sen­ti­te. Sil­vio Ber­lu­sco­ni, da esper­to dell’intrattenimento qual era, ha avu­to i suoi momen­ti di api­ce su Tik­Tok, uti­liz­zan­do­lo spes­so in manie­ra spi­ri­to­sairo­ni­ca. Il video dove ribat­tez­za il social in «Tik­Tok­Tak», infat­ti, ha supe­ra­to i 3 milio­ni di visua­liz­za­zio­ni e ha rag­giun­to qua­si un milio­ne di like. Giu­sep­pe Con­te, su Tik­Tok, ha adot­ta­to una buo­na stra­te­gia comu­ni­ca­ti­va, con­sa­pe­vo­le del­la dif­fe­ren­za dal­le altre piat­ta­for­me. Mat­teo Sal­vi­ni, inve­ce, sem­bra aver col­to al volo le dina­mi­che del social, pro­po­nen­do una comu­ni­ca­zio­ne spon­ta­nea e riconoscibile.

Ma Tik­Tok pre­sen­ta anche cri­ti­ci­tà più profonde.

Il suo algo­rit­mo è igno­to e que­sto sol­le­va dub­bi sul­la sua tra­spa­ren­za. Non è chia­ro cosa ven­ga mostra­to e a chi e que­sto pote­re algo­rit­mi­co sfug­ge a qual­sia­si con­trol­lo demo­cra­ti­co, rap­pre­sen­tan­do una poten­zia­le minac­cia per l’equità del dibat­ti­to politico.

La media­tiz­za­zio­ne del­la poli­ti­ca, per­ciò, ha tra­sfor­ma­to la demo­cra­zia in un siste­ma in cui i media sono il vero cen­tro del pote­re, influen­zan­do in modo deci­si­vo il suc­ces­so o il fal­li­men­to dei pro­ta­go­ni­sti poli­ti­ci, costret­ti ad adat­tar­si alle rego­le del­lo spettacolo.

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Emma Pierri

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