Radioso Maggio. L’entrata in guerra dell’Italia

Radioso Maggio. L'entrata in guerra dell'Italia

Nel­la pri­ma­ve­ra di 110 anni fa, pre­ci­sa­men­te il 24 mag­gio 1915, il Regno d’Italia dichia­ra­va guer­ra all’Impero austro-unga­ri­co, segnan­do così l’ingresso del Pae­se nel­la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, il con­flit­to che avreb­be cau­sa­to il nume­ro mag­gio­re di vit­ti­me – tra civi­li e mili­ta­ri – nel­la nostra storia.

Il con­flit­to ebbe ini­zio il 28 luglio 1914, quan­do l’Impero austro-unga­ri­co, gui­da­to da Fran­ce­sco Giu­sep­pe, dichia­rò guer­ra alla Ser­bia, col­pe­vo­le di aver respin­to par­te del­le richie­ste con­te­nu­te nell’ultimatum invia­to dopo l’assassinio dell’arciduca Fran­ce­sco Fer­di­nan­do a Sara­je­vo, il 28 giu­gno, per mano del nazio­na­li­sta ser­bo Gavri­lo Princip.

In un con­te­sto segna­to da allean­ze con­trap­po­ste e da una cre­scen­te cor­sa agli arma­men­ti negli ulti­mi anni del­la Bel­le Épo­que, quel­lo che pote­va sem­bra­re un con­flit­to cir­co­scrit­to si tra­sfor­mò rapi­da­men­te nel­la più vasta guer­ra mai cono­sciu­ta fino ad allo­ra. Il 1º ago­sto, l’Impero tede­sco, allea­to di Vien­na, dichia­rò guer­ra alla Rus­sia, che si sta­va mobi­li­tan­do in dife­sa del­la Ser­bia, mos­sa sia da ragio­ni pan-sla­vi­ste sia da inte­res­si stra­te­gi­ci nei Bal­ca­ni. Due gior­ni dopo, la Ger­ma­nia dichia­rò guer­ra alla Fran­cia, allea­ta del­la Rus­sia dal 1894, dan­do avvio al pia­no Schlief­fen (1905), che pre­ve­de­va un attac­co ful­mi­neo per scon­fig­ge­re i fran­ce­si in sei set­ti­ma­ne, pri­ma di rivol­ger­si con­tro le arma­te russe.

Per rea­liz­za­re il pia­no, le trup­pe tede­sche inva­se­ro i neu­tra­li Lus­sem­bur­go e Bel­gio, miran­do a sor­pren­de­re i fran­ce­si da nord e a pun­ta­re rapi­da­men­te su Pari­gi. L’invasione del Bel­gio pro­vo­cò infi­ne l’ingresso dell’Impero bri­tan­ni­co nel con­flit­to: fino a quel momen­to Lon­dra era rima­sta neu­tra­le, nono­stan­te la vici­nan­za a Fran­cia e Rus­sia, ma inter­ven­ne per difen­de­re la neu­tra­li­tà bel­ga, garan­ti­ta dal Trat­ta­to di Lon­dra del 1839. 

Nel giro di una settimana, le principali potenze europee si ritrovarono coinvolte nel conflitto.

Il Regno d’Italia, gui­da­to da Vit­to­rio Ema­nue­le III, pur essen­do for­mal­men­te allea­to dell’Impero tede­sco e di quel­lo austro-unga­ri­co, optò ini­zial­men­te per la neu­tra­li­tà — come fece­ro anche il Por­to­gal­lo, la Gre­cia, la Bul­ga­ria, il Regno di Roma­nia e l’Impero otto­ma­no. La posi­zio­ne ita­lia­na si fon­da­va sull’interpretazione dell’arti­co­lo IV del Pat­to del­la Tri­pli­ce allean­za del 1882, che pre­ve­de­va la pos­si­bi­li­tà di una “neu­tra­li­tà bene­vo­la” nel caso in cui il con­flit­to fos­se sta­to avvia­to da una del­le poten­ze fir­ma­ta­rie, poi­ché l’alleanza ave­va un carat­te­re pura­men­te difensivo. 

L’avvicinamento tra Ita­lia e Austria-Unghe­ria risa­li­va a un’intesa nata per supe­ra­re l’isolamento inter­na­zio­na­le dell’Italia e con­tra­sta­re le cre­scen­ti ten­sio­ni con la Fran­cia, che nel 1881 ave­va occu­pa­to la Tuni­sia, allo­ra ogget­to del­le ambi­zio­ni colo­nia­li ita­lia­ne. Pur esi­sten­do da oltre trent’anni, tale allean­za era per­ce­pi­ta come inna­tu­ra­le da gran par­te del­la clas­se poli­ti­ca e dell’opinione pub­bli­ca, alla luce del­le tre guer­re d’indipendenza (1848–49, 1859 e 1866) com­bat­tu­te pro­prio con­tro l’Impero asbur­gi­co, con­si­de­ra­to il «nemi­co sto­ri­co». Il gover­no ita­lia­no optò quin­di per la neu­tra­li­tà, apren­do una fase di incer­tez­za e pro­fon­de divi­sio­ni all’interno del Paese.

Nel cor­so dell’autunno 1914, quan­do appar­ve chia­ro che la guer­ra non si sareb­be con­clu­sa rapi­da­men­te, il gover­no ita­lia­no — in par­ti­co­la­re attra­ver­so l’azione del mini­stro degli Este­ri Sid­ney Son­ni­no — ini­ziò a valu­ta­re l’ipotesi di entra­re in guer­ra in cam­bio di com­pen­si ter­ri­to­ria­li.

L’Italia temeva infatti di essere esclusa dalla futura ridefinizione degli equilibri europei.

Le poten­ze cen­tra­li con­si­de­ra­va­no van­tag­gio­sa la neu­tra­li­tà ita­lia­na, uti­le per evi­ta­re l’apertura di un nuo­vo fron­te e per man­te­ne­re un cana­le com­mer­cia­le nel Medi­ter­ra­neo. Tut­ta­via, l’Impero austro-unga­ri­co si mostrò rilut­tan­te a cede­re ter­ri­to­ri come il Tren­ti­no e Trie­ste, rite­nu­ti cru­cia­li per la pro­pria inte­gri­tà. Al con­tra­rio, le poten­ze dell’Intesa appa­ri­va­no più dispo­ste a sod­di­sfa­re le ambi­zio­ni irre­den­ti­ste ita­lia­ne, offren­do mag­gio­ri garan­zie in cam­bio del suo intervento.

Così, il 26 apri­le 1915, l’Italia fir­mò il Pat­to di Lon­dra, con cui si impe­gna­va a entra­re in guer­ra con­tro l’Impero austro-unga­ri­co entro un mese, in cam­bio del­la pro­mes­sa di ter­ri­to­ri con­si­de­ra­ti irre­den­ti, tra cui il Tren­ti­no, l’Alto Adi­ge, la Vene­zia Giu­lia e par­te del­la Dal­ma­zia. Il 24 mag­gio 1915, con la dichia­ra­zio­ne di guer­ra all’Austria-Ungheria, ter­mi­na­va uffi­cial­men­te la fase del­la neu­tra­li­tà e si apri­va per l’Italia un nuo­vo e dram­ma­ti­co capi­to­lo del­la sua sto­ria. L’Imperatore Fran­ce­sco Giu­sep­pe bol­lò la deci­sio­ne ita­lia­na come un «tra­di­men­to che non ha egua­li nel­la storia». 

Al di là del­la neces­si­tà di giu­sti­fi­ca­re la deci­sio­ne di entra­re in guer­ra agli ormai ex allea­ti, Salan­dra, Son­ni­no e il re dovet­te­ro rispon­de­re anche al Par­la­men­to e all’opinione pub­bli­ca, che era­no sta­ti tenu­ti all’oscuro del­le trat­ta­ti­ve. Se fino a quel momen­to il per­cor­so ver­so l’intervento si era svol­to qua­si esclu­si­va­men­te nel­le stan­ze del­la poli­ti­ca e del­la diplo­ma­zia, nel giro di poche set­ti­ma­ne il con­fron­to si tra­sfe­rì nel­le piaz­ze, dan­do vita a un acce­so dibat­ti­to nazio­na­le.

Ini­zial­men­te, la neu­tra­li­tà era soste­nu­ta dal­la mag­gio­ran­za del Par­la­men­to e dell’opinione pub­bli­ca. Tut­ta­via, nei mesi suc­ces­si­vi, il Pae­se fu attra­ver­sa­to da un acce­so dibat­ti­to, che vide con­trap­por­si due schie­ra­men­ti ben defi­ni­ti: i neu­tra­li­sti, favo­re­vo­li a man­te­ne­re l’Italia fuo­ri dal con­flit­to, e gli inter­ven­ti­sti, soste­ni­to­ri dell’ingresso in guerra.

I neu­tra­li­sti, ini­zial­men­te lar­ga­men­te pre­va­len­ti, com­pren­de­va­no nume­ro­se for­ze poli­ti­che e isti­tu­zio­na­li. Tra i più con­vin­ti vi era l’ex pre­si­den­te del Con­si­glio Gio­van­ni Gio­lit­ti, figu­ra cen­tra­le del libe­ra­li­smo ita­lia­no, che rite­ne­va il Pae­se impre­pa­ra­to, sia mili­tar­men­te che eco­no­mi­ca­men­te, ad affron­ta­re una guer­ra. A suo giu­di­zio, l’Italia avreb­be potu­to otte­ne­re com­pen­sa­zio­ni ter­ri­to­ria­li attra­ver­so la diplo­ma­zia, sen­za espor­si al rischio di un conflitto.

La sua era una linea improntata alla prudenza e alla razionalità: sosteneva che l’Italia dovesse restare una “saggia spettatrice”.

Anche il Par­ti­to Socia­li­sta Ita­lia­no si schie­rò con deci­sio­ne con­tro la guer­ra, fede­le ai prin­ci­pi inter­na­zio­na­li­sti e paci­fi­sti del movi­men­to ope­ra­io. Que­sta posi­zio­ne, tut­ta­via, entrò in cri­si quan­do diver­si par­ti­ti socia­li­sti euro­pei appog­gia­ro­no l’intervento dei pro­pri gover­ni, decre­tan­do di fat­to il crol­lo del­la Secon­da Inter­na­zio­na­le. Lo slo­gan del PSI, «né ade­ri­re, né sabo­ta­re», espri­me­va la volon­tà di man­te­ne­re una neu­tra­li­tà asso­lu­ta. Ma il dis­sen­so inter­no creb­be, e tra i pri­mi a rom­pe­re con la linea uffi­cia­le vi fu Beni­to Mus­so­li­ni, allo­ra diret­to­re dell’Avan­ti!, che abbrac­ciò l’interventismo e fu espul­so dal partito.

Anche i cat­to­li­ci, pur in assen­za di una posi­zio­ne com­pat­ta, ten­de­va­no a sim­pa­tiz­za­re per la neu­tra­li­tà. La Chie­sa, sot­to la gui­da di papa Bene­det­to XV, guar­da­va al con­flit­to come a una scia­gu­ra per i popo­li euro­pei e una minac­cia per l’ordine mora­le. Nel­la sua pri­ma enci­cli­ca, Ad Bea­tis­si­mi Apo­sto­lo­rum (1° novem­bre 1914), il pon­te­fi­ce esor­ta­va i gover­nan­ti a por­re fine alla guerra.

L’interventismo, inizialmente minoritario, trovò però crescente sostegno in ambienti politici, culturali e sociali diversi, uniti dalla convinzione che l’Italia dovesse partecipare al conflitto per ragioni politiche, ideali o strategiche.

I nazio­na­li­sti vede­va­no nel­la guer­ra l’occasione per com­ple­ta­re l’uni­fi­ca­zio­ne nazio­na­le, con l’annessione di Tren­ti­no, Alto Adi­ge, Istria e Dal­ma­zia. Tra i prin­ci­pa­li pro­mo­to­ri vi fu Gabrie­le D’Annunzio, che infiam­ma­va le fol­le con discor­si in nome del­la “gran­dez­za d’Italia” e dell’ideale di una “quar­ta guer­ra d’indipendenza” con­tro l’Impero austro-ungarico.

Accan­to ai nazio­na­li­sti si col­lo­ca­va­no gli inter­ven­ti­sti di sini­stra, in par­ti­co­la­re alcu­ni sin­da­ca­li­sti rivo­lu­zio­na­ri e socia­li­sti rifor­mi­sti, che vede­va­no nel­la guer­ra una cri­si capa­ce di rove­scia­re i vec­chi asset­ti e apri­re la stra­da a pro­fon­de tra­sfor­ma­zio­ni demo­cra­ti­che e socia­li. Mus­so­li­ni, ormai fuo­riu­sci­to dal PSI, fon­dò Il Popo­lo d’Italia, che diven­ne uno dei prin­ci­pa­li orga­ni del­la pro­pa­gan­da inter­ven­ti­sta. Vi era­no infi­ne anche inter­ven­ti­sti demo­cra­ti­ci e libe­ra­li, come Gae­ta­no Sal­ve­mi­ni, Iva­noe Bono­mi, Leo­ni­da Bis­so­la­ti e Lui­gi Einau­di, con­vin­ti che l’Italia doves­se schie­rar­si con le demo­cra­zie euro­pee, come Fran­cia e Regno Uni­to, in nome del­la liber­tà e del progresso.

Nei pri­mi mesi del 1915, la con­trap­po­si­zio­ne tra inter­ven­ti­sti e neu­tra­li­sti diven­ne il ter­re­no deci­si­vo su cui si gio­ca­va il desti­no dell’Italia. Non si trat­ta­va più di una sem­pli­ce diver­gen­za poli­ti­ca, ma di uno scon­tro pro­fon­do che attra­ver­sa­va l’intera socie­tà. Tra feb­bra­io e mag­gio, il cli­ma di cre­scen­te ten­sio­ne cul­mi­nò nel cosid­det­to “Radio­so Mag­gio”, un mese di mobi­li­ta­zio­ni e scon­tri sim­bo­li­ci che con­dus­se­ro il Pae­se ver­so l’ingresso nel conflitto.

Duran­te quel­la pri­ma­ve­ra, le piaz­ze del­le prin­ci­pa­li cit­tà ita­lia­ne si riem­pi­ro­no di mani­fe­stan­ti. Seb­be­ne gli inter­ven­ti­sti restas­se­ro mino­ri­ta­ri in Par­la­men­to, riu­sci­ro­no a mobi­li­ta­re stu­den­ti, intel­let­tua­li, bor­ghe­si e nazio­na­li­sti, ali­men­tan­do un’agitazione sem­pre più inten­sa. A Roma, Tori­no, Firen­ze e Mila­no si ten­ne­ro comi­zi, cor­tei e assal­ti con­tro le sedi dei gior­na­li neu­tra­li­sti e le abi­ta­zio­ni di espo­nen­ti con­tra­ri alla guerra.

Un momen­to par­ti­co­lar­men­te signi­fi­ca­ti­vo di que­sta mobi­li­ta­zio­ne fu il 5 mag­gio 1915, quan­do Gabrie­le D’Annunzio ten­ne un discor­so a Quar­to, duran­te l’inaugurazione di un monu­men­to alla spe­di­zio­ne dei Mil­le. Attra­ver­so richia­mi sto­ri­ci e bibli­ci, infer­vo­rò il pub­bli­co con accen­ti solen­ni e visio­na­ri. Il tema del “fuo­co sacro” diven­ne sim­bo­lo di rige­ne­ra­zio­ne, di ardo­re guer­re­sco e di eroi­smo, in una fusio­ne misti­ca tra vita e mor­te. Simi­le fu il tono del discor­so pro­nun­cia­to pochi gior­ni dopo, l’11 mag­gio, al Tea­tro Costan­zi di Roma, davan­ti a una fol­la nume­ro­sis­si­ma: D’Annunzio invo­cò un inter­ven­to imme­dia­to e attac­cò il gio­lit­ti­smo, defi­nen­do i neu­tra­li­sti “imbel­li” e “tra­di­to­ri”.

In paral­le­lo alle mobi­li­ta­zio­ni di piaz­za, la stam­pa diven­ne un’arma cru­cia­le nel­la bat­ta­glia poli­ti­ca. I prin­ci­pa­li gior­na­li si divi­se­ro tra soste­ni­to­ri del­la guer­ra e difen­so­ri del­la neu­tra­li­tà. Il Popo­lo d’Italia di Mus­so­li­ni – fon­da­to a fine 1914 con appog­gi eco­no­mi­ci anche este­ri – si fece pro­mo­to­re di una reto­ri­ca aggres­si­va, tesa a denun­cia­re i “tra­di­to­ri del­la patria” e a glo­ri­fi­ca­re la rige­ne­ra­zio­ne nazio­na­le attra­ver­so la guer­ra. La reto­ri­ca inter­ven­ti­sta costruì attor­no al mag­gio 1915 un’immagine qua­si sacra­le del­la guer­ra: essa veni­va rap­pre­sen­ta­ta come dove­re mora­le, neces­si­tà sto­ri­ca e pro­va di viri­li­tà collettiva.

A que­sta nar­ra­zio­ne si con­trap­po­ne­va­no le voci del­la stam­pa neu­tra­li­sta – come l’Avan­ti! socia­li­sta o il Lavo­ro di Bis­so­la­ti – che denun­cia­va­no la guer­ra come una deci­sio­ne cala­ta dall’alto, impo­sta dal­la monar­chia, dagli indu­stria­li e dai ver­ti­ci mili­ta­ri, a sca­pi­to dei lavo­ra­to­ri e del popolo.

Il “Radio­so Mag­gio” fu cele­bra­to come un momen­to di rina­sci­ta nazio­na­le, ma mol­ti sto­ri­ci han­no sot­to­li­nea­to le sue ambi­gui­tà. L’entusiasmo, seb­be­ne visi­bi­le, non rap­pre­sen­ta­va l’intero Pae­se, che resta­va pro­fon­da­men­te divi­so. L’Italia fu tra­sci­na­ta in guer­ra da una mino­ran­za ben orga­niz­za­ta e soste­nu­ta da effi­ca­ci stru­men­ti di pro­pa­gan­da, men­tre le voci neu­tra­li­ste veni­va­no sem­pre più mar­gi­na­liz­za­te. Il “Radio­so” fu, più che una rea­le foto­gra­fia del­la volon­tà nazio­na­le, un’operazione reto­ri­ca: un mese di gran­di atte­se che apri­va la por­ta a un con­flit­to lun­go e doloroso.

Oggi, a cen­to­die­ci anni di distan­za, le recen­ti mani­fe­sta­zio­ni a Roma (e in altre cit­tà ita­lia­ne) – il 15 mar­zo e il 5 apri­le 2025 – han­no ripor­ta­to al cen­tro del dibat­ti­to pub­bli­co il tema del­la guer­ra, una que­stio­ne che mol­ti rite­ne­va­no ormai appar­te­nen­te al pas­sa­to. In entram­be le occa­sio­ni, cit­ta­di­ni, stu­den­ti e movi­men­ti paci­fi­sti han­no espres­so pre­oc­cu­pa­zio­ne per l’escalation del con­flit­to inter­na­zio­na­le, il cre­scen­te riar­mo e il ritor­no di un lin­guag­gio poli­ti­co che con­si­de­ra il con­flit­to arma­to come una pos­si­bi­li­tà concreta.

Seb­be­ne non para­go­na­bi­li diret­ta­men­te, que­sti even­ti sol­le­va­no inter­ro­ga­ti­vi che rie­cheg­gia­no, con tut­te le dif­fe­ren­ze del caso, il cli­ma che attra­ver­sa­va l’Italia nel mag­gio del 1915. Anche allo­ra, seb­be­ne la guer­ra non aves­se anco­ra col­pi­to diret­ta­men­te la vita quo­ti­dia­na, domi­na­va già il dibat­ti­to pub­bli­co. Le ten­sio­ni tra chi vede­va nel con­flit­to un’opportunità di riscat­to nazio­na­le e chi ne teme­va gli esi­ti distrut­ti­vi e il regres­so civi­le era­no for­ti. Oggi, come allo­ra, l’opinione pub­bli­ca appa­re divi­sa, e la linea tra un patriot­ti­smo genui­no e una reto­ri­ca costrui­ta risul­ta dif­fi­ci­le da tracciare.

In que­sto con­te­sto, il ruo­lo dell’Unione Euro­pea assu­me un signi­fi­ca­to par­ti­co­la­re: spes­so invo­ca­ta come garan­te di pace e coo­pe­ra­zio­ne, si tro­va oggi a dover affron­ta­re sfi­de che met­to­no alla pro­va la sua coe­sio­ne inter­na e la capa­ci­tà di ela­bo­ra­re rispo­ste comuni. 

E. Bac­chin, 24 Mag­gio 1915, Bari-Roma, Later­za, 2019.

A. Répa­ci, Da Sara­je­vo al «mag­gio radio­so». L’Italia ver­so la pri­ma guer­ra mon­dia­le, Mila­no, Mur­sia, 1985.

A. Var­so­ri, Radio­so Mag­gio. Come l’Italia entrò in guer­ra, Bolo­gna, il Muli­no, 2015.

Con­di­vi­di:
Luca Gualazzi
Stu­den­te dell’ultimo anno di Scien­ze Sto­ri­che. Oltre che a sto­ria mi inte­res­so anche a film, attua­li­tà e sport.

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