Mentre in Italia si discute ancora su come ottenere un giorno di smart working, nel resto d’Europa il futuro del lavoro è già in fase di realizzazione: più tempo libero, maggiore produttività e una qualità della vita migliore. L’ultima a fare un passo deciso in questa direzione è la Spagna.
Il governo spagnolo, guidato da Pedro Sánchez, ha annunciato una riforma storica: a partire dal 1° gennaio 2026, la settimana lavorativa passerà da 40 a 37,5 ore, senza alcuna riduzione dello stipendio.
Fortemente voluta dalla ministra del Lavoro Yolanda Díaz, la misura è stata approvata dal Consiglio dei ministri e sarà introdotta gradualmente, con una fase di transizione prevista entro la fine del 2025.
L’obiettivo è chiaro e ambizioso: combattere il burnout, migliorare l’equilibrio tra vita privata e lavoro e rilanciare la produttività. Il sostegno popolare è molto ampio: secondo un sondaggio, condotto da Hays, il 68,1% degli spagnoli è favorevole alla riforma. Le aziende favorevoli alla riduzione d’orario invece ammontano al 47%.
Non mancano, però, le critiche delle associazioni datoriali, che temono maggiori costi e una perdita di competitività. Díaz, sostenuta da gran parte dell’opinione pubblica, prosegue con decisione: «Non si tratta di lavorare meno, ma di lavorare meglio». La riforma prevede anche un rafforzamento dei controlli sull’orario lavorativo da parte dell’ispettorato del lavoro e introduce il tanto atteso diritto alla disconnessione: «Nessun lavoratore dovrà rispondere a e‑mail o chiamate al di fuori dell’orario di lavoro settimanale. La connessione permanente causa danni alla salute e stress», ha puntualizzato la ministra.
La Spagna non è nuova a politiche innovative per tutelare i lavoratori: nel 2023 ha introdotto, ad esempio, il congedo mestruale per le donne con dismenorrea primaria, permettendo fino a tre giorni di assenza retribuita al 100%, su certificazione medica specialistica valida un anno.
Anche altri Paesi stanno sperimentando nuovi modelli.
L’Islanda è stata una pioniera: tra il 2015 e il 2019 ha testato una riduzione dell’orario settimanale a 35–36 ore, con risultati positivi su produttività e benessere dei lavoratori. Oggi, l’86% della forza lavoro islandese gode di una settimana di quattro giorni o ha il diritto di negoziarla.
Anche Belgio, Danimarca, Germania, Regno Unito, Svezia, Finlandia, Portogallo e Paesi Bassi stanno esplorando forme di settimana corta, seppur con modalità diverse. In Belgio, le 40 ore settimanali possono essere distribuite su quattro giorni, previo accordo con l’azienda. In Danimarca, la media settimanale è di 33 ore, e il governo scoraggia l’uso degli straordinari.
La Germania ha recentemente avviato un progetto pilota: per sei mesi, 45 aziende offriranno ai dipendenti un giorno libero in più a settimana, mantenendo invariata la retribuzione. L’obiettivo è duplice: migliorare la produttività e affrontare la carenza di manodopera.
Le sperimentazioni internazionali sembrano portare tutte alla stessa conclusione: ridurre l’orario di lavoro migliora la salute psicofisica dei lavoratori senza intaccare la produttività. Uno studio dopo l’altro conferma che una settimana lavorativa più breve riduce lo stress, migliora la qualità del sonno, diminuisce le assenze per malattia e favorisce un equilibrio più sano tra vita personale e professionale.
C’è anche un importante risvolto sociale: una maggiore flessibilità oraria può aiutare a ridurre il divario di genere, favorendo una distribuzione più equa dei carichi familiari e delle responsabilità domestiche.
I vantaggi del lavoro da remoto sono evidenti: si risparmia tempo (fino a 60 minuti al giorno), si riducono i costi di trasporto (circa 900 euro annui) e si contribuisce a una minore emissione di CO₂ (fino a 480 kg in meno all’anno per lavoratore).
Dal punto di vista aziendale, lo smart working consente un notevole risparmio economico: meno uffici da mantenere, minori spese per energia e infrastrutture. Secondo alcune stime, ogni dipendente da remoto può generare un risparmio fino a 2.500 euro all’anno. Inoltre, ripensare gli spazi e offrire flessibilità aiuta a trattenere i talenti e a rendere l’azienda più attrattiva.
Tuttavia, è presente anche uno svantaggio che riguarda proprio i lavoratori: due giorni di lavoro domestico implicano un’emissione annua di 300 kg di CO₂, contro i 350 del pendolarismo. Altroconsumo ha calcolato un aumento tra i 298 e i 323 euro per l’elettricità e fino a 476 euro per il gas rispetto a chi lavora in ufficio.
Anche la sicurezza informatica costituisce un problema: lavorare da remoto comporta rischi legati alla protezione dei dati aziendali e alla generale sicurezza informatica (per esempio collegandosi a reti wifi pubbliche o non sicure, oppure maneggiando dati sensibili in luoghi non appartati. In azienda è sempre presente una figura professionale che si occupa degli strumenti di lavoro (o, più semplicemente, dei computer), lavorando da remoto invece ciò è totalmente a carico del dipendente, che potrebbe non avere la stessa dimestichezza. Per ovviare a questo problema è necessario fare formazione fra i dipendenti per aumentarne l’efficienza lavorativa.
Nel nostro Paese, per ora, non esiste una legge nazionale né un piano di sperimentazione su larga scala.
Tuttavia, alcune grandi aziende stanno aprendo la strada. Intesa Sanpaolo ha offerto la settimana di quattro giorni a 28mila dipendenti di filiale, e circa il 70% ha aderito. Lamborghini ha siglato un accordo per alternare settimane da quattro e cinque giorni, mentre EssilorLuxottica ha introdotto la possibilità di lavorare quattro giorni a settimana per 20 settimane l’anno.
Anche lo smart working fatica a decollare in Italia. Secondo Eurostat, nel 2023 solo il 4,4% dei lavoratori italiani ha lavorato da remoto per almeno metà del tempo settimanale, contro una media europea del 9%. Durante la pandemia, la percentuale era arrivata al 12,3%, ma la fine delle semplificazioni ha rallentato il processo. Oggi lo smart working è possibile solo su accordo aziendale, e non rappresenta più un diritto
Lo smart working, oggi, resta prerogativa delle grandi aziende (1,84 milioni di lavoratori coinvolti), mentre le piccole e medie imprese, che costituiscono la maggioranza in Italia, tendono ad adottarlo solo in situazioni straordinarie.
Il mondo del lavoro sta cambiando, anche se a velocità diverse. Le esperienze internazionali dimostrano che lavorare meno non significa produrre di meno, anzi: vuol dire lavorare in modo più intelligente, ma anche vivere meglio (e più a lungo).
Resta da capire se l’Italia sceglierà di restare a guardare (ignorando per l’ennesima volta uno dei fattori che spingono tanti giovani e professionisti a lasciare il Paese) o se vorrà finalmente diventare protagonista di questa rivoluzione.

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