Sostiene Pereira… che non possiamo rimanere indifferenti

In occa­sio­ne dell’80° anni­ver­sa­rio del­la Lot­ta di Libe­ra­zio­ne, il Muni­ci­pio 3 di Mila­no ha pre­sen­ta­to «Sostie­ne Perei­ra – Una let­tu­ra sce­ni­ca» a cura di Omar Ned­ja­ri, con Ser­gio Lon­go e Mari­ka Pen­sa, pro­du­zio­ne del­la Com­pa­gnia Uni­ver­si­tà degli Stu­di Arcus Mila­no.

L’iniziativa, for­te­men­te volu­ta dall’assessore alla cul­tu­ra Filip­po Ros­si, ha visto anche la par­te­ci­pa­zio­ne dei pro­fes­so­ri Bru­no Pisched­da ed Eli­sa Ludo­vi­ca Gam­ba­ro, che han­no per­mes­so la pre­sen­ta­zio­ne del­lo spet­ta­co­lo diret­ta­men­te in aula duran­te una lezio­ne universitaria.

Il romanzo di Antonio Tabucchi, capolavoro della letteratura contemporanea, è stato proposto in una forma teatrale che ha saputo restituire al pubblico tutta la profondità della sua riflessione interiore. 

Ambien­ta­to nel­la Lisbo­na del 1938, sot­to il regi­me di Sala­zar, Sostie­ne Perei­ra rac­con­ta la len­ta ma ine­so­ra­bi­le tra­sfor­ma­zio­ne di un uomo – Perei­ra – da osser­va­to­re pas­si­vo a pro­ta­go­ni­sta del­la Sto­ria. Un cam­bia­men­to che diven­ta emble­ma del­la capa­ci­tà, e del­la neces­si­tà, di pren­de­re posi­zio­ne di fron­te all’ingiustizia.

Sul pal­co, Ser­gio Lon­go ha incar­na­to il ruo­lo di Perei­ra, men­tre Mari­ka Pen­sa quel­lo del­la nar­ra­tri­ce e di tut­ti i per­so­nag­gi che ani­ma­no la storia. 

Tabuc­chi costrui­sce un per­so­nag­gio e una sto­ria, ma si ren­de con­to che man­ca un ele­men­to essen­zia­le: il rit­mo che scan­di­sce l’intero rac­con­to. La solu­zio­ne nar­ra­ti­va scel­ta è l’espediente del “Sostie­ne Perei­ra” ripe­tu­to con caden­za rego­la­re lun­go tut­to il roman­zo, una sor­ta di bat­ti­to inte­rio­re che tie­ne insie­me pen­sie­ri, esi­ta­zio­ni, intui­zio­ni, man­te­nu­to anche nel cor­so del­lo spet­ta­co­lo e arric­chi­to dal­la musi­ca dal vivo che ha accom­pa­gna­to il rac­con­to «per­ché la scrit­tu­ra stes­sa, fat­ta di ritor­nel­li, allit­te­ra­zio­ni, flus­si di pen­sie­ro, è una bel­lis­si­ma sin­fo­nia di parole».

Il per­cor­so di Perei­ra ini­zia nel­la soli­tu­di­ne di un gior­na­li­sta disil­lu­so, inten­to a diri­ge­re la pagi­na cul­tu­ra­le del quo­ti­dia­no Lisboa e a riflet­te­re sul­la mor­te. Ma l’incontro con il gio­va­ne Mon­tei­ro Ros­si e con la fidan­za­ta Mar­ta, infon­de in lui un’inquietudine nuova. 

Il conflitto tra il desiderio di non immischiarsi e l’urgenza morale di non restare indifferente lo spinge verso il cambiamento.

Eppu­re, Tabuc­chi non vole­va sem­pli­ce­men­te rac­con­ta­re la coscien­za di Perei­ra. Per usci­re da que­sta trap­po­la nar­ra­ti­va, adot­ta l’escamotage del­la testi­mo­nian­za dia­lo­ga­ta: una voce che si rivol­ge a un inter­lo­cu­to­re assente.

Come ricor­da Bru­no Pisched­da, il libro reca un sot­to­ti­to­lo signi­fi­ca­ti­vo: «Una testi­mo­nian­za», che apre una que­stio­ne cru­cia­le: testi­mo­nian­za davan­ti a chi? A chi si rivol­ge Perei­ra con la sua voce tor­men­ta­ta? Non c’è una rispo­sta uni­vo­ca: que­sta stes­sa ambi­gui­tà rap­pre­sen­ta uno dei nodi più pro­ble­ma­ti­ci e affa­sci­nan­ti del romanzo.

Le doman­de lo tor­men­ta­no sem­pre di più: «E se i due ragaz­zi aves­se­ro ragio­ne? E se aves­si sba­glia­to a pen­sa­re che la let­te­ra­tu­ra fos­se la cosa più impor­tan­te del mondo?» 

È di questo che Pereira sente di doversi pentire: ha nostalgia delle cose che non ha fatto, di tutte le omissioni, di aver creduto che la letteratura potesse bastare senza confrontarsi con la realtà viva e feroce della Storia. 

Il roman­zo diven­ta così anche una mes­sa in cri­si del­la fun­zio­ne del­la let­te­ra­tu­ra stes­sa, che, se non si misu­ra con l’in­giu­sti­zia e l’op­pres­sio­ne, rischia di per­de­re il pro­prio sen­so più alto.

Come ha sot­to­li­nea­to il Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca Ser­gio Mat­ta­rel­la, «la real­tà che vivia­mo ci pre­sen­ta con­trad­di­zio­ni che pos­so­no esse­re supe­ra­te solo con l’im­pe­gno di cia­scu­no per il bene comu­ne». È que­sto il mes­sag­gio pro­fon­do che Sostie­ne Perei­ra con­se­gna al pub­bli­co: l’indifferenza è com­pli­ci­tà, e la cul­tu­ra, di fron­te alla dit­ta­tu­ra, non può rima­ne­re neutrale.

L’in­vi­to del­lo spet­ta­co­lo è silen­zio­so, ma poten­te: non resta­re spet­ta­to­ri, non sot­trar­si alla respon­sa­bi­li­tà civi­le. Come Perei­ra, cia­scu­no di noi può tro­var­si davan­ti a un bivio: sce­glie­re tra l’i­ner­zia o la testi­mo­nian­za, tra il silen­zio e la paro­la che, pur fra­gi­le, può cam­bia­re il cor­so del­la Storia.

Con­di­vi­di:
Chiara Cardella
Stu­den­tes­sa di Let­te­re, appas­sio­na­ta di let­tu­ra e scrit­tu­ra. Aman­te dei viag­gi e del­la sco­per­ta di cose sem­pre nuo­ve, sogno di tra­sfor­ma­re la mia curio­si­tà in una car­rie­ra gior­na­li­sti­ca. Cre­do che ogni sto­ria meri­ti di esse­re ascol­ta­ta e condivisa.

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