Uruguay e José Mujica, dalla guerriglia alla presidenza

La sto­ria con­tem­po­ra­nea dell’Uruguay è segna­ta da even­ti che ne han­no pro­fon­da­men­te model­la­to l’identità poli­ti­ca e socia­le. Tra que­sti spic­ca l’esperienza del Movi­mien­to de Libe­ra­ción Nacio­nal, cono­sciu­to anche come Tupa­ma­ro Natio­nal Libe­ra­tion Front. Si trat­ta di un grup­po guer­ri­glie­ro emer­so negli anni ’60 in rispo­sta alla cre­scen­te disu­gua­glian­za e alla repres­sio­ne poli­ti­ca por­ta­ta avan­ti dal­le poten­ze stra­nie­re. In que­sto sce­na­rio José “Pepe” Muji­ca rap­pre­sen­ta una figu­ra sim­bo­li­ca: da mili­tan­te arma­to a lea­der demo­cra­ti­co, la sua para­bo­la per­so­na­le è dive­nu­ta emble­ma di ricon­ci­lia­zio­ne, tra­sfor­ma­zio­ne e auten­ti­ci­tà politica.

Durante gli anni ’60, l’Uruguay si trova ad affrontare una crescente inflazione, unita a disoccupazione e instabilità sociale. 

La fidu­cia nel­la poli­ti­ca tra­di­zio­na­le crol­la, lascian­do spa­zio a grup­pi auto­ge­sti­ti come i Tupa­ma­ros, gui­da­ti dal sin­da­ca­li­sta Raúl Sen­dic. Il movi­men­to, che pren­de il nome dal rivo­lu­zio­na­rio inca Túpac Ama­ru II, abban­do­na pre­sto l’azione sin­da­ca­le per abbrac­cia­re la lot­ta arma­ta urba­na, ispi­ran­do­si alla rivo­lu­zio­ne cuba­na. Le rapi­ne in ban­ca, i sabo­tag­gi, l’occupazione del­la cit­tà di Pan­do nel 1969 e il seque­stro per qua­si un anno dell’ambasciatore bri­tan­ni­co nel 1971 segna­no un pun­to di svol­ta nel­la sto­ria del grup­po, por­tan­do­lo al cen­tro di un con­flit­to poli­ti­co oppo­si­ta­men­te alle for­ze del gover­no e degli Sta­ti Uniti.

Dopo un coup mili­ta­re nel 1973 mira­to a ter­mi­na­re la guer­ri­glia dei Tupa­ma­ros, la mag­gio­ran­za degli ade­ren­ti al movi­men­to vie­ne arre­sta­ta – inclu­so José Muji­ca, all’epoca un gio­va­ne agri­col­to­re con sim­pa­tie mar­xi­ste – e con­si­de­ra­ta a tut­ti gli effet­ti «ostag­gio» del nuo­vo regi­me del pre­si­den­te Juan María Bor­da­ber­ry (1973–1985).

Solo con il ritorno della democrazia nel 1985 Mujica riesce a tornare libero.

A dif­fe­ren­za di mol­ti altri pri­gio­nie­ri, però, non si riti­ra dal­la vita pub­bli­ca, deci­den­do piut­to­sto d’impegnarsi poli­ti­ca­men­te e unen­do­si alla coa­li­zio­ne di sini­stra Fren­te Amplio, per poi fon­da­re nel 1989 il Movi­mien­to de Par­ti­ci­pa­ción Popu­lar (MPP) con cui vie­ne elet­to sena­to­re.

Nel 2010 Muji­ca entra in cari­ca come Pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca, suc­ce­den­do al suo com­pa­gno di par­ti­to Taba­ré Váz­quez. Il suo man­da­to (2010–2015) è sta­to segna­to da una lun­ga serie di rifor­me di por­ta­ta sto­ri­ca: le leg­gi per la lega­liz­za­zio­ne dell’aborto, il matri­mo­nio egua­li­ta­rio e la rego­la­men­ta­zio­ne del­la pro­du­zio­ne e ven­di­ta del­la mari­jua­na. Misu­re che han­no susci­ta­to atten­zio­ne in tut­to il mon­do per la loro auda­cia e visio­ne sociale.

Tuttavia, ciò che ha sempre attirato maggiormente l’attenzione dei media internazionali è lo stile personale del presidente.

Muji­ca ha vis­su­to per la mag­gior par­te del­la sua vita in una mode­sta fat­to­ria di Mon­te­vi­deo con la moglie, la sena­tri­ce Lucía Topo­lan­sky, andan­do a lavo­ro in un vec­chio Mag­gio­li­no Volk­swa­gen dell’87 e donan­do il 90% del suo sti­pen­dio a orga­niz­za­zio­ni bene­fi­che. La sua «sobrie­tà mora­le», come la defi­ni­va lui stes­so – «Non sono pove­ro, sono sobrio. Pove­ro è chi ha biso­gno di mol­to per vive­re» – gli è val­sa fino ad oggi l’ammirazione di mol­ti e il sopran­no­me di «pre­si­den­te più pove­ro del mondo».

Al ter­mi­ne del man­da­to ha con­ti­nua­to a eser­ci­ta­re il ruo­lo di sena­to­re fino alla mor­te, avve­nu­ta que­sto 13 mag­gio all’età di 89 anni, dopo una lun­ga bat­ta­glia con­tro un tumo­re eso­fa­geo.

Il pae­se con­ti­nua, comun­que, a con­fron­tar­si con le con­se­guen­ze del perio­do del­la dit­ta­tu­ra mili­ta­re, in par­ti­co­la­re per quan­to riguar­da la ricer­ca di veri­tà e giu­sti­zia per i desa­pa­re­ci­dos, le vit­ti­me del­le nume­ro­se spa­ri­zio­ni forzate.

Recentemente, attivisti per i diritti umani hanno denunciato la mancanza di collaborazione delle forze armate nel fornire informazioni.

Ele­na Zaf­fa­ro­ni, del­l’or­ga­niz­za­zio­ne Madres y Fami­lia­res de Dete­ni­dos Desa­pa­re­ci­dos, ha affer­ma­to che l’esercito con­ti­nua anco­ra oggi a osta­co­la­re le inda­gi­ni giu­di­zia­rie; tut­ta­via vi è spe­ran­za che l’attuale gover­no del pre­si­den­te Yaman­dú Orsi (inse­dia­to­si a mar­zo 2025) adot­ti un approc­cio più proat­ti­vo sul­la questione.

Negli ulti­mi anni si è regi­stra­to anche un aumen­to del­la cri­mi­na­li­tà, in par­ti­co­la­re lega­ta al traf­fi­co di dro­ga. Il por­to di Mon­te­vi­deo è diven­ta­to pun­to stra­te­gi­co per il tran­si­to di cocai­na ver­so Euro­pa e Sta­ti Uni­ti. In rispo­sta, il gover­no ha pro­po­sto un refe­ren­dum per auto­riz­za­re per­qui­si­zio­ni domi­ci­lia­ri not­tur­ne e ha inten­si­fi­ca­to gli sfor­zi per com­bat­te­re il traf­fi­co a livel­lo loca­le. Que­ste ini­zia­ti­ve han­no, però, gene­ra­to dibat­ti­ti sull’equilibrio tra sicu­rez­za, dirit­ti civi­li e la scel­ta di poli­ti­che puni­ti­ve piut­to­sto che proat­ti­ve nel­la lot­ta al disa­gio sociale.

Gra­zie in par­te all’operato di Muji­ca, l’Uruguay ha com­piu­to note­vo­li pro­gres­si nel supe­ra­re il pro­prio pas­sa­to auto­ri­ta­rio, con­so­li­dan­do una demo­cra­zia soli­da e rispet­ta­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le. Tut­ta­via, le sfi­de lega­te alla sicu­rez­za inter­na, al cri­mi­ne orga­niz­za­to e al man­ca­to rag­giun­gi­men­to del­la veri­tà giu­di­zia­ria per le vit­ti­me del­la dit­ta­tu­ra riman­go­no. Affron­ta­re que­sti pro­ble­mi richie­de un impe­gno con­ti­nuo da par­te del­le isti­tu­zio­ni e del­la socie­tà civi­le, per garan­ti­re sicu­rez­za a tut­ti i cit­ta­di­ni uruguayani.

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Elisa Basilico

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