Il mito del genocidio bianco in Sudafrica

Qua­ran­ta­no­ve.

Qua­ran­ta­no­ve sono i rifu­gia­ti del con­ti­nen­te afri­ca­no accol­ti dagli Sta­ti Uni­ti di Donald Trump; un’urgenza tale da ave­re la prio­ri­tà su tut­ti gli altri pro­get­ti di acco­glien­za. Per­so­ne, a det­ta del­lo Stu­dio Ova­le, in fuga da una ter­ri­bi­le per­se­cu­zio­ne raz­zia­le: un «apar­theid al con­tra­rio» che sfo­cia nel geno­ci­dio. Un vio­len­tis­si­mo «geno­ci­dio bian­co» dove i neri del Suda­fri­ca riem­pi­reb­be­ro gli sta­di a suon di kill the boer.

Per­si­no a Bru­xel­les que­sto «Apar­theid 2.0» tro­va una voce, e a dar­glie­la è l’Italia: «Sco­pria­mo che ci sono alcu­ne discri­mi­na­zio­ni che non sono degne di ave­re l’attenzione dell’Unione Euro­pea», dice l’europarlamentare Tova­glie­ri (Lega).

Il gover­no di Pre­to­ria, accu­sa­to di com­pli­ci­tà, smen­ti­sce tut­to, riba­den­do che gli afri­ka­ner accol­ti negli USA non han­no moti­vo di emi­gra­re all’estero.

La decostruzione di questo mito passa attraverso la ridiscussione critica di un altro, quello alla base del nazionalismo afrikaner stesso.

Il con­cet­to di tra­di­zio­ne inven­ta­ta è sta­to noto­ria­men­te stu­dia­to dagli sto­ri­ci bri­tan­ni­ci Hob­sba­wm e Ran­ger in un’opera del 1983 — la locu­zio­ne, a dire il vero, lì indi­vi­dua­va piut­to­sto una sor­ta di usi e costu­mi par­ti­co­lar­men­te inve­te­ra­ti e sim­bo­li­ci; tut­ta­via, come emer­ge dal con­tri­bu­to di Tre­vor-Roper sul caso scoz­ze­se o da quel­lo del­lo stes­so afri­ca­ni­sta Ran­ger, già allo­ra veni­va impie­ga­ta per desi­gna­re anche l’invenzione di inte­re cul­tu­re a sé stan­ti e i rela­ti­vi miti nazionali.

Più espli­ci­ta­men­te, quel­lo stes­so anno il socio­lo­go irlan­de­se Ander­son defi­nì il con­cet­to di nazio­ne «una comu­ni­tà poli­ti­ca imma­gi­na­ta», un’invenzione (ma non una falsità).

Ran­ger face­va il caso del colo­nia­li­smo bian­co (anche in Suda­fri­ca) e scri­ve­va che «Le tra­di­zio­ni inven­ta­te del­le socie­tà afri­ca­ne — inven­ta­te dagli euro­pei o dagli afri­ca­ni stes­si come rispo­sta — distor­ce­va­no il pas­sa­to ma diven­ne­ro esse stes­se realtà».

Ricon­te­stua­liz­zan­do un po’ le sue paro­le, si potreb­be col­lo­ca­re il mito nazio­na­li­sta afri­ka­ner a metà fra que­ste due fat­ti­spe­cie: un mito costrui­to da colo­ni bian­chi in Suda­fri­ca, ma disprez­za­ti dal­la madre­pa­tria (citan­do Ander­son) o pro­prio pri­vi di una sin­go­la patria; un nazio­na­li­smo rivol­to con­tro le popo­la­zio­ni autoc­to­ne ma anche con­tro l’imperialismo britannico.

La sua sto­ria ini­zia infat­ti già con l’ostilità e il desi­de­rio di auto­no­mia degli ori­gi­na­ri colo­ni di lin­gua neder­lan­de­se (fra cui i Boe­ri) rispet­to al pote­re colo­nia­le cen­tra­le degli olan­de­si; con il pas­sag­gio al pote­re bri­tan­ni­co, è ver­so la Gran Bre­ta­gna che tale osti­li­tà si spostò.

Fra fine Ottocento e inizio Novecento (anche attraverso le Guerre Anglo-Boere), si costruì l’idea dell’opposizione fra i poveri bianchi afrikaner (che parlavano afrikaans, lingua di derivazione olandese) e i dominatori britannici, ma anche l’opposizione fra gli afrikaner e le popolazioni nere.

In alcu­ni momen­ti, come rac­con­ta lo sto­ri­co tede­sco Hage­mann, l’opposizione ai bri­tan­ni­ci sareb­be per­si­no sem­bra­ta più for­te di quel­la ai neri.

L’auto-rappresentazione degli afri­ka­ner come vit­ti­me dell’imperialismo bri­tan­ni­co è comun­que alme­no par­zial­men­te un mito: la Gran Bre­ta­gna ebbe sin da subi­to l’obiettivo di diri­me­re i con­tra­sti loca­li a favo­re del­la popo­la­zio­ne bian­ca e, dall’unificazione del Suda­fri­ca nel 1910, capi­tò che i par­ti­ti nazio­na­li­sti bian­chi afri­ka­ner e bri­tan­ni­ci gover­nas­se­ro insie­me o per­si­no si fondessero.

Del resto, fu pro­prio un nuo­vo nazio­na­li­smo afri­ka­ner (e cri­stia­no), nel 1948, a impor­re la segre­ga­zio­ne dei neri nota in afri­kaans come apar­theid; nel 1996, poco dopo la cadu­ta di quest’ultimo, lo stu­dio­so e atti­vi­sta suda­fri­ca­no O’Meara ha par­la­to di uno slit­ta­men­to nei miti fon­da­ti­vi afri­ka­ner dal­le Guer­re Anglo-Boe­re al poor whi­te pro­blem nel pri­mo Nove­cen­to. Nel­la reto­ri­ca nazio­na­li­sta, comun­que, anche que­sta tema­ti­ca appa­ren­te­men­te eco­no­mi­ca (lega­ta agli afri­ka­ner impo­ve­ri­ti dall’urbanizzazione e dall’industrializzazione) rima­se alla radi­ce di un’opposizione insie­me anti-bri­tan­ni­ca e anti-nera.

Nell’ana­li­si dell’economista e poli­ti­co S. Ter­re­blan­che, in sostan­za, esi­sto­no in real­tà del­le ana­lo­gie fra la pro­pa­gan­da afri­ka­ner e quel­la colo­nia­le bri­tan­ni­ca, così come il nazio­na­li­smo afri­ka­ner con­tie­ne diver­se divi­sio­ni inter­ne; la pro­pa­gan­da le ha però offu­sca­te, a van­tag­gio del­la defor­ma­zio­ne reto­ri­ca del­le ingiu­sti­zie subi­te ad ope­ra dei bri­tan­ni­ci. Que­sta «sin­dro­me del­la vit­ti­miz­za­zio­ne» si intrec­cia alla pro­pa­gan­da del poor whi­te pro­blem, nei ter­mi­ni di un’inferiorità per­ce­pi­ta tan­to nei con­fron­ti dei lavo­ra­to­ri neri tan­to ver­so il pote­re britannico.

Sono pro­prio «i miti del­la resi­sten­za e del­la vit­ti­miz­za­zio­ne» quel­li fon­da­ti­vi dei nazio­na­li­smi, dall’Europa occi­den­ta­le del 1945 a quel­la cen­tro-orien­ta­le del 1989, secon­do lo sto­ri­co Grop­po; nel­le paro­le del­lo sto­ri­co bri­tan­ni­co Woolf, il nation-buil­ding del­le real­tà sta­tua­li (spe­cie se gio­va­ni) si avva­le spes­so del «con­tra­sto rei­te­ra­to tra il vit­ti­mi­smo del “Noi” e la vio­len­za dell’“Altro”».

Oggi, le fondamenta per una teoria su un genocidio afrikaner provengono da due elementi: l’approvazione dell’Expropriation Act No. 13 of 2024 e la situazione tragica della disuguaglianza sociale nel Paese.

Dopo più di trent’anni dal­la fine dell’apartheid, la mino­ran­za afri­ka­ner con­ti­nua ad esse­re eco­no­mi­ca­men­te ege­mo­ni­ca nel pano­ra­ma suda­fri­ca­no. Anco­ra oggi la popo­la­zio­ne bian­ca – a mag­gio­ran­za afri­ka­ner – costi­tui­sce il 7,3% del­la popo­la­zio­ne del­la repub­bli­ca, ma si sti­ma pos­sie­da tra il 70 e l’80% del­le terre.

Natu­ral­men­te, que­sta ege­mo­nia non è altro che il relit­to dei seco­li del­la domi­na­zio­ne bian­ca e nel 2024, dopo sva­ria­ti ten­ta­ti­vi di com­pra­re le ter­re ere­di­ta­te dal colo­nia­li­smo, il gover­no di Rama­pho­sa si tro­va costret­to ad appro­va­re l’Expro­pria­tion act, che ha l’o­biet­ti­vo di espro­pria­re que­ste ter­re a favo­re del bene pub­bli­co, anche sen­za inden­niz­zo del pro­prie­ta­rio. È impor­tan­te però riba­di­re che ad oggi nes­su­na pro­prie­tà è sta­ta anco­ra effet­ti­va­men­te espropriata.

Da qui quin­di la sen­sa­zio­ne di una pic­co­la mino­ran­za eco­no­mi­ca­men­te domi­nan­te (di cui, tra l’altro, fa par­te il non-afri­ka­ner Elon Musk) di esse­re discri­mi­na­ta dal gover­no – nono­stan­te nel gover­no stes­so ci sia­no dei mini­stri bianchi.

Le disu­gua­glian­ze socioe­co­no­mi­che, la cor­ru­zio­ne dila­gan­te e la cri­mi­na­li­tà alle stel­le han­no reso l’attuale Afri­can Natio­nal Con­gress (ANC) il «par­ti­to dei tra­di­to­ri», che ha sfrut­ta­to l’eredità di Man­de­la per i suoi inte­res­si sen­za crea­re un’effettiva situa­zio­ne di benes­se­re col­let­ti­vo: da qui l’espressione Black Dia­mond, ter­mi­ne dispre­gia­ti­vo per indi­ca­re quel­la pic­co­la bor­ghe­sia nera nata dopo l’abolizione dell’apartheid, spes­so col­le­ga­ta al par­ti­to e alla corruzione.

E se questo Expropriation act, formalizzato ma nei fatti non applicato, fosse stato fatto per cercare di riabilitare l’immagine dell’ANC?

In Suda­fri­ca fra gen­na­io e mar­zo 2025 si sono rag­giun­ti 5727 omi­ci­di (in calo del 12,4% rispet­to al 2024); di cui “solo” 65 nel­le fat­to­rie. Tra que­sti 65 non sono spe­ci­fi­ca­te le distin­zio­ni tra omi­ci­dio di fat­to­ri afri­ka­ner e neri. In più non è chia­ro in per­cen­tua­le quan­ti sia­no effet­ti­va­men­te mos­si da ragio­ni raz­zia­li. La can­zo­ne Kill the boer — usa­ta da Trump come pro­va del geno­ci­dio — can­ta­ta da Male­ma, che comun­que è sta­to allon­ta­na­to dall’ANC nel 2012 e attual­men­te si tro­va all’opposizione, rap­pre­sen­ta effet­ti­va­men­te un lato del pro­ble­ma, ma non il pro­ble­ma nel­la sua inte­rez­za, che comun­que non rag­giun­ge mai stra­gi di massa.

Va anche ricor­da­to che dall’ingresso di Trump nel­lo Stu­dio Ova­le, tra Washing­ton e Pre­to­ria non scor­re buon san­gue. Non è da esclu­de­re quin­di che dare cre­di­to a que­sta teo­ria del com­plot­to non sia solo una mos­sa ideo­lo­gi­ca, ma anche stru­men­ta­le: il Suda­fri­ca, ad esem­pio, è uno dei pae­si a sof­fri­re mag­gior­men­te la sospen­sio­ne del­lo USAID, a cau­sa del­la sua situa­zio­ne con l’HIV, e il «geno­ci­dio» potreb­be esse­re una scu­san­te per i rap­por­ti incri­na­ti tra le due repubbliche.

È comun­que com­ples­so com­pren­de­re il suc­ces­so e l’approvazione di que­sta teo­ria: se è vero che agli afri­ka­ner sono asso­cia­ti i qua­si cinquant’anni di apar­theid e anco­ra oggi esi­sto­no grup­pi estre­mi­sti, è anche vero che all’interno del­la stes­sa comu­ni­tà ci sono esem­pi di disap­pro­va­zio­ne del­la teo­ria del geno­ci­dio bian­co. Sia nel caso in cui stes­si­mo par­lan­do di una ten­den­za di pochi estre­mi­sti o di un pro­ble­ma più ampio, il fat­to che uno degli uomi­ni più poten­ti del mon­do dia cre­di­to a una teo­ria del com­plot­to per giu­sti­fi­ca­re solu­zio­ni diplo­ma­ti­che inter­na­zio­na­li è elo­quen­te su quan­to ideo­lo­gi­ca­men­te agi­sca l’amministrazione Trump.

Come scri­ve­va il filo­so­fo Ricoeur, «Gli abu­si del­la memo­ria […] han­no a che vede­re con i pro­ble­mi del­l’i­den­ti­tà dei popo­li […]», rife­ren­do­si «alla com­pe­ti­zio­ne con gli altri, alle minac­ce rea­li o imma­gi­na­rie per l’i­den­ti­tà, a par­ti­re dal momen­to in cui essa si con­fron­ta con l’al­te­ri­tà, con la differenza».

Fon­ti:

E. J. Hob­sba­wm e T. O. Ran­ger, The inven­tion of tra­di­tion, Cambridge/New York, CUP, 1983, pp. 1–2, 15–16, 28–31, 211–213

B. Ander­son, Comu­ni­tà imma­gi­na­te, Bari/Roma, Later­za, 2018, pp. 10–11, 201–202

A. Hage­mann, Bre­ve sto­ria del Suda­fri­ca, Bolo­gna, il Muli­no, 2020, pp. 29, 39, 69, 75–76

D. O’Meara, For­ty lost years, Athens, OUP, 1996, pp. 40–42, 93

S. Ter­re­blan­che, A histo­ry of ine­qua­li­ty in South Afri­ca, 1652–2002, Scottsville/Sandton, Natal Press / KMM, 2002, pp. 298–301

F. Focar­di e B. Grop­po, L’Europa e le sue memo­rie, Roma, Viel­la, 2013, pp. 13–15, 182–185, 216

S. J. Woolf, Pre­fa­zio­ne in S. Petrun­ga­ro, Riscri­ve­re la sto­ria, Aosta, Sty­los, 2006, pp. 10–11

P. Ricoeur,Ricordare, dimen­ti­ca­re, per­do­na­re, Bolo­gna, il Muli­no, 2004, p. 71

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Michele Cacciapuoti
Lau­rea­to in Let­te­re e Sto­ria. Quan­do non sto osser­van­do cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie o even­ti poli­ti­ci, scri­vo di cul­tu­ra pop, lin­guag­gio, film, serie ed even­ti politici.
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Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.

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