BookAdvisor, consigli di lettura di giugno

BookAdvisor, consigli di lettura di giugno

Il 5 di ogni mese, 5 libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


La fac­cio bre­ve, Davi­de Di Loren­zo (ACCENTO) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Divi­so tra Buda­pe­st e Udi­ne, e una bre­ve paren­te­si bolo­gne­se per gli stu­di, Davi­de non sa che fare. Ha ven­ti­quat­tro anni, metà napo­le­ta­no e metà unghe­re­se, il suo sogno è diven­ta­re un regi­sta. Se il sog­gior­no a Ber­li­no non è sta­to por­ta­to­re di gran­di novi­tà o di svol­te posi­ti­ve, l’occasione di cam­bia­men­to arri­va quan­do vie­ne ammes­so a una scuo­la di cine­ma a Roma. Sto­rie fami­lia­ri toc­can­ti e coin­qui­li­ni deci­sa­men­te fuo­ri dal­le righe, la vita di Davi­de è un con­ti­nuo scen­de­re e sali­re, con pic­chi di posi­ti­vi­tà e pau­ra di lasciar­si anda­re. Ma for­se biso­gna solo segui­re il flus­so e lasciar­si tra­spor­ta­re, arri­vi quel che arri­vi. Chi l’avrebbe mai det­to che la vita roma­na sareb­be sta­ta resa entu­sia­sman­te dal­la costan­te pre­sen­za di un uovo sul­le sca­le di casa?

Per far­la bre­ve: che pau­ra il futu­ro. Con un lin­guag­gio iro­ni­co, ma ter­ri­bil­men­te sin­ce­ro, Davi­de Di Loren­zo rac­con­ta la bel­lez­za del­la cre­sci­ta e il timo­re in cui si tro­va­no la mag­gior par­te dei ragaz­zi divi­si tra i ven­ti e i trent’anni, che con­ser­va­no la leg­ge­rez­za e anche le malin­co­nie del­la gio­ven­tù, pro­iet­ta­ti ver­so una stra­da più adul­ta. Ma che bel­lo sco­prir­si e con­ti­nua­re a met­ter­si in gioco.


Il pen­sie­ro bian­co, Lilian Thu­ram, (Add edi­to­re) – recen­sio­ne di Jes­si­ca Rodenghi

“Come vi imma­gi­na­te Dio?”

“Un uomo bian­co con la barba.”

 Que­sto dia­lo­go tra Lilian Thu­ram e i suoi figli, rac­con­ta­to nel libro Il pen­sie­ro bian­co, sin­te­tiz­za con for­za il cuo­re del sag­gio: quan­to la costru­zio­ne cul­tu­ra­le del­la supre­ma­zia bian­ca inva­da gli ambi­ti del­le vite. Anche bam­bi­ni neri cre­sciu­ti in fami­glie con­sa­pe­vo­li fini­sco­no per inte­rio­riz­za­re l’idea di un Dio bian­co, rifles­so di seco­li di domi­nio colo­nia­le e reli­gio­so. Le rap­pre­sen­ta­zio­ni di Gesù e dei san­ti con la pel­le bian­chis­si­ma, le imma­gi­ni nei libri per bam­bi­ni, i film e i car­to­ni ani­ma­ti, tut­to por­ta a far appa­ri­re la bian­chez­za come nor­ma universale. 

Thu­ram scri­ve: “Non si nasce bian­chi, lo si diven­ta”, per spie­ga­re il pro­ces­so di sbian­ca­men­to cul­tu­ra­le che ini­zia fin dai pri­mi anni di vita. Ai bam­bi­ni bian­chi si mostra un mon­do fat­to su misu­ra per loro; nel­le fami­glie bian­che rara­men­te si par­la di raz­zi­smo e si cre­sce con l’idea che sia un pro­ble­ma supe­ra­to o distan­te. Nel­le fami­glie nere, inve­ce, il raz­zi­smo è una real­tà quo­ti­dia­na: si inse­gna a non atti­ra­re l’attenzione sba­glia­ta, a esse­re sem­pre impec­ca­bi­li per evi­ta­re equi­vo­ci poten­zial­men­te peri­co­lo­si. È un’educazione alla soprav­vi­ven­za che i bian­chi non devo­no imparare.

Il pen­sie­ro bian­co è un libro neces­sa­rio per chi vuo­le com­pren­de­re dav­ve­ro cosa signi­fi­chi vive­re in un mon­do strut­tu­ra­to su gerar­chie invi­si­bi­li ma pro­fon­da­men­te radi­ca­te nel­le socie­tà, bian­che e non. È uno stru­men­to per chi vuo­le cam­bia­re lo sguar­do, amplia­re la pro­pria pro­spet­ti­va o ritro­va­re nel­le paro­le dell’autore un’esperienza condivisa.


Mia sco­no­sciu­ta, Mar­co Albi­no Fer­ra­ri (Pon­te alle Gra­zie) – recen­sio­ne di Nina Fresia

Mar­co Albi­no Fer­ra­ri, con Mia sco­no­sciu­ta, ci con­du­ce in un viag­gio inti­mo e pro­fon­do alla sco­per­ta di sua madre, una don­na ribel­le, anti­con­for­mi­sta e com­ples­sa, la cui vita si intrec­cia con la mon­ta­gna e la sto­ria del Nove­cen­to ita­lia­no. Il libro, che oscil­la tra memoir e roman­zo, rac­con­ta con deli­ca­tez­za e luci­di­tà la rela­zio­ne tra madre e figlio, fat­ta di amo­re, incom­pren­sio­ni e un lega­me che sfi­da i ruo­li tra­di­zio­na­li. Cre­sciu­ta nel­la bor­ghe­sia mila­ne­se ma sem­pre in fuga dal­le con­ven­zio­ni socia­li, la madre di Fer­ra­ri tro­va nei ghiac­ciai di Cour­mayeur e nel­la natu­ra sel­vag­gia un rifu­gio e una for­ma di liber­tà. Il figlio rac­con­ta la sua ado­le­scen­za negli anni del­la Resi­sten­za, del gran­de e incom­piu­to amo­re del­la sua vita e del­la sua pas­sio­ne visce­ra­le per la musi­ca. Ma dipin­ge anche una mater­ni­tà, pur for­te­men­te volu­ta, dif­fi­ci­le e intensa.

La figu­ra del­la madre rima­ne in par­te miste­rio­sa, anche per lo stes­so auto­re, che solo dopo la sua mor­te rie­sce a ricom­por­re fram­men­ti di memo­ria e veri­tà. La mon­ta­gna diven­ta così un sim­bo­lo poten­te, luo­go fisi­co e meta­fo­ri­co dove si custo­di­sco­no ricor­di, emo­zio­ni e la sto­ria di un amo­re uni­co nel suo gene­re. Fer­ra­ri è capa­ce di tra­smet­te­re la fra­gi­li­tà e la for­za di una don­na che ha scel­to di vive­re fuo­ri dagli sche­mi, e di un figlio che ten­ta di com­pren­der­la fino in fon­do, rico­no­scen­do la com­ples­si­tà del loro rapporto.

Tema fon­da­men­ta­le del libro è il lut­to: la madre di Fer­ra­ri ha rifiu­ta­to per tut­ta la vita i ritua­li socia­li e reli­gio­si, così come lo stes­so auto­re ha fat­to, viven­do un rap­por­to con la mor­te che sfug­ge alle con­ven­zio­ni. Tut­ta­via, è pro­prio attra­ver­so un ritua­le che Fer­ra­ri rie­sce final­men­te a com­pren­de­re e a sen­ti­re pie­na­men­te il lega­me con sua madre. Que­sto gesto sim­bo­li­co diven­ta un momen­to di pas­sag­gio, un modo per accet­ta­re la per­di­ta e tra­sfor­mar­la in una nuo­va for­ma di pre­sen­za, un ritua­le lai­co che per­met­te di ela­bo­ra­re il lut­to e di rina­sce­re in una nuo­va consapevolezza.


Come sfa­ma­re un dit­ta­to­re, Witold Sza­blo­w­ski (Kel­ler Edi­to­re) – recen­sio­ne di Nina Fresia

Da Sad­dam Hus­sein a Pol Pot, da Fidel Castro a Enver Hox­ha: in Come sfa­ma­re un dit­ta­to­re, Witold Sza­blo­w­ski ci por­ta in un viag­gio ine­di­to e affa­sci­nan­te den­tro le cuci­ne dei tiran­ni più spie­ta­ti del Nove­cen­to. Ma non si trat­ta solo di piat­ti e ricet­te: è la sto­ria di come il cibo può diven­ta­re uno stru­men­to di pote­re, pau­ra e sopravvivenza.

Sza­blo­w­ski rac­con­ta con gran­de sen­si­bi­li­tà non solo cosa man­gia­va­no que­sti uomi­ni temu­ti (tra chi sce­glie­va gran­di ban­chet­ti e chi opta­va per pasti più spar­ta­ni), ma anche come vive­va­no le per­so­ne comu­ni sot­to i loro regi­mi. Un esem­pio emble­ma­ti­co è la “coto­let­ta di angu­ria” che i cuba­ni pre­pa­ra­va­no per fin­ger­si di man­gia­re car­ne sot­to il regi­me di Fidel Castro.

Tra que­sti aned­do­ti emer­ge anco­ra di più il con­tra­sto con lo sfar­zo dei dit­ta­to­ri. Come nel caso di Sad­dam Hus­sein: nel­le sue case veni­va­no pre­pa­ra­ti pasti fin­ti per con­fon­de­re chi vole­va cat­tu­rar­lo, ma il cibo desti­na­to a lui non pote­va esse­re con­di­vi­so con nes­su­no. Quan­do il dit­ta­to­re non era pre­sen­te, inte­re cene veni­va­no but­ta­te via.

Ma a vol­te un piat­to ben dosa­to ha addi­rit­tu­ra potu­to sal­va­re vite: Enver Hox­ha, dia­be­ti­co, pren­de­va deci­sio­ni più cle­men­ti nei gior­ni in cui il suo chef pre­pa­ra­va piat­ti che ricor­da­va­no nel gusto la dol­cez­za del­lo zucchero.

Come sfa­ma­re un dit­ta­to­re è mol­to più di un libro di cuci­na o di sto­ria. È un repor­ta­ge che toc­ca i diver­si con­ti­nen­ti e i loro dram­mi con una pro­spet­ti­va ori­gi­na­le che ci fa riflet­te­re su quan­to il cibo pos­sa esse­re lega­to al pote­re o alla sua tota­le mancanza. 


La dia­lo­gi­ci­tà nei testi scrit­ti. Trac­ce e segna­li dell’interazione tra auto­re e let­to­re, Emi­lia Cala­re­su (Paci­ni Edi­to­re) – recen­sio­ne di Matil­de Eli­sa Sala

Ogni testo è in sé dia­lo­gi­co, che sia scrit­to oppu­re par­la­to. Quan­do si cer­ca di comu­ni­ca­re lo si fa aven­do sem­pre in men­te un ipo­te­ti­co desti­na­ta­rio, che sia un let­to­re, che maga­ri tra cinquant’anni tro­ve­rà pro­prio quel tuo testo, o che sia qual­cu­no con cui si vuo­le por­ta­re avan­ti una con­ver­sa­zio­ne sin­cro­na. Maga­ri inve­ce quei desti­na­ta­ri si è pro­prio sé stes­si: a chi non è mai capi­ta­to di par­la­re ad alta voce per sé? 

Por­tan­do in super­fi­cie un aspet­to che non sem­pre vie­ne con­si­de­ra­to appie­no, Cala­re­su rifor­mu­la le nozio­ni di testo e discor­so, all’interno dei qua­li ope­ra­no sem­pre diver­si gra­di di dia­lo­gi­ci­tà, alcu­ni più espli­ci­ti e altri meno evi­den­ti. Al cen­tro del­la rifles­sio­ne di Cala­re­su emer­ge pro­prio l’individuo, da inten­de­re in chia­ve prag­ma­ti­ca, come un sog­get­to che si appro­pria di un lin­guag­gio e lo fa suo per poter dia­lo­ga­re con qual­cu­no. Fon­da­men­ta­le, per poter scri­ve­re cer­can­do di comu­ni­ca­re qual­co­sa, ma anche per com­pren­de­re appie­no un testo, è tener pre­sen­te i con­te­sti comu­ni­ca­ti­vi e socia­li in cui avvie­ne lo scam­bio dia­lo­gi­co. Que­stio­ni for­se già cono­sciu­te, ma che è sem­pre bene riba­di­re per garan­ti­re mag­gio­re chiarezza.

Matilde Elisa Sala
Stu­dio Let­te­re, men­tre aspet­to anco­ra la mia let­te­ra per Hog­warts. Osser­vo il mon­do con occhi curio­si e un piz­zi­co di iro­nia, per­den­do­mi spes­so tra le pagi­ne di un buon libro o le sce­ne di un film. Scri­vo, per­ché cre­do che le paro­le sia­no lo stru­men­to più poten­te che abbiamo.
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Studio Lettere, mentre aspetto ancora la mia lettera per Hogwarts. Osservo il mondo con occhi curiosi e un pizzico di ironia, perdendomi spesso tra le pagine di un buon libro o le scene di un film. Scrivo, perché credo che le parole siano lo strumento più potente che abbiamo.

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