Fleabag. La sofferenza femminile

Fleabag. La sofferenza femminile

Par­tia­mo dal nome: Flea­bag. Il dizio­na­rio ingle­se Cam­brid­ge por­ta a due pos­si­bi­li tra­du­zio­ni: «una per­so­na tra­san­da­ta, spor­ca» o «un hotel sca­den­te, fati­scen­te». Ma ne esi­ste una ter­za. Flea­bag è anche il sopran­no­me del­la sce­neg­gia­tri­ce bri­tan­ni­ca Phoe­be Wal­ler Brid­ge, da cui pren­de il nome l’omonima serie tv, scrit­ta e inter­pre­ta­ta da lei e tra­smes­sa per la pri­ma vol­ta nel 2016 dal­la BBC in col­la­bo­ra­zio­ne con Ama­zon Pri­me Studios.

In un’in­ter­vi­sta rila­scia­ta al Los Ange­les Times, Wal­ler Brid­ge ha rac­con­ta­to che, una vol­ta ini­zia­ta la ste­su­ra del copio­ne, ebbe una ter­ri­bi­le rea­liz­za­zio­ne: E il tito­lo? Da Phoe­be, si tra­sfor­mò nel nomi­gno­lo con cui la chia­ma­va sua madre: Flea­bag.

Originariamente Fleabag era stato pensato come un monologo della durata di dieci minuti in cui la protagonista femminile, attraverso battute scomode e irriverenti, sessualizzava qualsiasi oggetto e persona; un monologo esilarante, forse, ma grottesco, soprattutto. 

«Cosa nascon­de una don­na del gene­re?» si è chie­sta Wal­ler Brid­ge, men­tre scri­ve­va. In quel momen­to nac­que la serie tv che con sole due sta­gio­ni vin­se 3 Emmy Awards e 2 Gol­den Globes.

«Sono una don­na avi­da, cini­ca, per­ver­sa, apa­ti­ca, moral­men­te cor­rot­ta che non può ave­re nean­che il corag­gio di defi­nir­si fem­mi­ni­sta», sono le paro­le che Flea­bag rivol­ge a suo padre, dopo esser­si pre­sen­ta­ta a casa sua sen­za nes­sun pre­av­vi­so, in una del­le pri­me pun­ta­te del­la serie. Que­sta è anche la sce­na che ha fat­to com­pren­de­re all’autrice di star costruen­do qual­co­sa di più di un irri­ve­ren­te mono­lo­go di qual­che minu­to. Ave­va ragio­ne Wal­ler Brid­ge: Flea­bag, di oscu­ri­tà, ne nascon­de­va tanta.

Un’oscurità e una sof­fe­ren­za che, soprat­tut­to nel­la pri­ma sta­gio­ne, l’autrice ci tie­ne a masche­ra­re, per­lo­più attra­ver­so nume­ro­se sce­ne di ses­so.

Va ricor­da­to che «Ho un ori­fi­zio smi­su­ra­ta­men­te allar­ga­to?» è la pri­ma fra­se che le si sen­te pro­nun­cia­re nel­la serie. 

La vedia­mo spo­gliar­si per erro­re di fron­te a un ban­ca­rio a cui avreb­be dovu­to chie­de­re un pre­sti­to, la vedia­mo anda­re a let­to e pre­sen­ta­re alla sua fami­glia un uomo inquie­tan­te cono­sciu­to sui mez­zi pub­bli­ci, la vedia­mo ruba­re, la vedia­mo tra­di­re e la vedia­mo ubria­ca (innu­me­re­vo­li vol­te). Tut­to que­sto fa per­ce­pi­re la pro­ta­go­ni­sta come una don­na alla deri­va, mene­fre­ghi­sta, pie­na di odio: insom­ma, una don­na che non sa por­ta­re avan­ti la sua vita. Ma Flea­bag si evol­ve e il pub­bli­co con lei. Si pas­sa da una bru­ta­le raf­fi­gu­ra­zio­ne di una pro­ta­go­ni­sta che sem­bra agi­re sen­za nes­su­na cogni­zio­ne di cau­sa a quel­lo che si rive­le­rà esse­re uno dei ritrat­ti fem­mi­ni­li più com­ples­si degli ulti­mi anni. Quel­lo che con­trad­di­stin­gue Flea­bag come per­so­nag­gio, infat­ti, non è l’essere una “cat­ti­va ragaz­za” e non l’es­se­re poli­ti­ca­men­te scor­ret­ta, ma la sua pro­fon­da e ine­so­ra­bi­le ricer­ca di un signi­fi­ca­to. Flea­bag non ha nul­la di spe­cia­le: gesti­sce una caf­fet­te­ria, com­pra­ta ini­zial­men­te con la sua miglio­re ami­ca. Non rispec­chia l’immagine ste­reo­ti­pa­ta del­la don­na in car­rie­ra, ma nean­che quel­la del­la ragaz­za inge­nua, alla peren­ne ricer­ca dell’amore. Flea­bag cer­ca sé stes­sa.

E proprio perché la ricerca del sé, come parte più profonda di sé stessi e della propria psiche, è una delle ricerche più complesse (secondo alcuni quasi inarrivabile), la vediamo inciampare, piangere, tormentarsi e tormentare chi le sta attorno. É una delle poche rappresentazioni televisive in cui non si vede una donna alla ricerca di qualcosa (o qualcuno) ma alla ricerca di un perché. 

Emble­ma­ti­co è il mono­lo­go che lei pro­nun­cia nel­la secon­da sta­gio­ne ad Andrew Scott, il pre­te di cui si innamorerà: 

«Voglio qual­cu­no che mi dica cosa man­gia­re, cosa ama­re, cosa odia­re, per cosa arrab­biar­mi, cosa ascol­ta­re (…) su cosa scher­za­re, su cosa non scher­za­re. Voglio che qual­cu­no mi dica in cosa cre­de­re, per chi vota­re, chi ama­re e come dir­glie­lo. Io voglio che qual­cu­no mi dica come devo vive­re la mia vita, padre, per­ché fino­ra pen­so di aver sba­glia­to tut­to (…) E anche se non cre­do alle tue stron­za­te, e so che scien­ti­fi­ca­men­te nien­te di ciò che farò, farà la dif­fe­ren­za, ho pau­ra lo stes­so. Per­ché ho pau­ra lo stesso?»

La poten­za del­la sce­neg­gia­tu­ra sta pro­prio nel­l’a­ver sapu­to descri­ve­re in modo cru­do e rea­li­sti­co la sof­fe­ren­za fem­mi­ni­le del non esse­re viste. Wal­ler Brid­ge — Flea­bag, dal­la pri­ma all’ultima pun­ta­ta, rom­pe la cosid­det­ta quar­ta pare­te, quel con­fi­ne imma­gi­na­rio che divi­de chi guar­da e chi reci­ta, per rivol­ger­si a noi, il pub­bli­co, andan­do a instau­ra­re un rap­por­to inti­mo e pri­va­to, qua­si a tu per tu: que­sto svol­ger­si del­la cine­pre­sa nel­la nostra dire­zio­ne rap­pre­sen­ta il suo io più pro­fon­do, che gli altri non pos­so­no o non voglio­no vede­re. La seguia­mo com­men­ta­re qual­sia­si cosa: dal tra­va­glia­to rap­por­to con la sorel­la e con il padre, all’indecisione sul­la mar­ca di assor­ben­ti da com­pra­re. Il momen­to di svol­ta nel­la tra­ma giun­ge pro­prio quan­do incon­tra Andrew Scott, il gio­va­ne pre­te, chia­ma­to a offi­cia­re le noz­ze di suo padre e del­la sua matri­gna, che si accor­ge del fasti­dio­so “tic” del­la pro­ta­go­ni­sta: «Con chi stai par­lan­do?» le chie­de lui quan­do Flea­bag si vol­ge ver­so il pub­bli­co per una del­le sue soli­te battute. 

La secon­da sta­gio­ne, però, non dà il via a una sto­ria d’amore come ci si pote­va imma­gi­na­re, piut­to­sto a una sto­ria sull’amore. Infat­ti, essen­do Flea­bag non alla ricer­ca di qual­cu­no, ma di sé stes­sa, l’autrice (e attri­ce) riser­va un fina­le anco­ra più dolo­ro­so, fat­to dal­lo scam­bio di due sole bat­tu­te, a una fer­ma­ta dell’autobus: un «ti amo» det­to da Flea­bag, segui­to da un «Pas­se­rà», det­to dal pre­te. È la bru­ta­le veri­tà di que­sto scam­bio a lascia­re insod­di­sfat­ti. Ma la serie non ha e non avrà mai una ter­za sta­gio­ne. In fon­do, è la giu­sta con­clu­sio­ne del­la para­bo­la di una don­na pie­na di sof­fe­ren­za, con tan­ti vuo­ti da col­ma­re che arri­va, con fati­ca, a tro­va­re la sere­ni­tà, per poi giun­ge­re, infi­ne, alla con­sa­pe­vo­lez­za di poter esse­re ama­ta. A Flea­bag basta que­sto; da sola, a quel­la fer­ma­ta del bus, accet­ta che la sua vita, var­rà sem­pre la pena di esse­re vis­su­ta e non per il signi­fi­ca­to da rag­giun­ge­re, ma per il per­cor­so che si com­pie.

Quin­di, se ti mai sen­ti­ta come Flea­bag, non pre­oc­cu­par­ti: passerà.

Con­di­vi­di:
Giulia Camuffo
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Inter­na­zio­na­li, appas­sio­na­ta di sto­ria, in rela­zio­ne al pre­sen­te. La scrit­tu­ra sem­pli­fi­ca ciò che sem­pli­ce non è.

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