Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti
Metallo e carne – Mostro – recensione di Francesco Sossi

Abbiamo ascoltato il nuovo album di Mostro, senza nessun tipo di aspettativa troppo pretenziosa. Ci ha incuriosito il titolo, Metallo e carne, che, come dice il rapper, «è l’unione di questi due elementi: la parte tangibile, fisica, cruda e quella invisibile, mentale, misteriosa». Si potrebbe interpretare l’album anche come una continua lotta interna del rapper tra due realtà differenti, ma complementari: il metallo visto come l’insaziabilità e il progresso; la carne che è più a contatto con la realtà e la natura. Uscito il 2 gennaio, prodotto da Mixer T, molto noto nella scena rapper per la sua vicinanza ai rapper Gemitaiz e MadMan, pubblicato da Sony Music. Il rapper mette sé stesso in ogni singolo, in particolare Nodo in gola, Straordinari e Icaro, il cui testo chiaro e limpido li rendono più ascoltabili ed empatici. L’album nasce da «una sensazione di vuoto» provata dall’artista e che, prima o poi, noi tutti potremmo sperimentare. Per sconfiggere il vuoto, il metodo più efficiente è la ricerca introspettiva e l’album vuole essere un’esplosione di tutte le novità e le verità che l’artista ha scoperto nel suo viaggio. Tuttavia, il disco non fornisce una conclusione a questa avventura, ma, in qualche modo, esercita la sua funzione catartica. Non ha nessuna pretesa di trasmettere qualcosa di profondo e un po’ troppo spesso sembra che le tracce non abbiano alcun legame tra di loro. Icaro è il pezzo più personale di tutto l’album, il rapper si paragona al personaggio della mitologia greca che, con le ali fatte di cartapesta, si avvicinò troppo al sole, causando la sua inevitabile caduta nel mare e la morte. Il successo di ogni artista, una volta raggiunto l’apice, può essere paragonato al mito di Icaro: l’uomo che si spinge sempre oltre i propri limiti, per avarizia o per narcisismo, senza curarsi delle conseguenze finché non arriva la caduta e le reazioni degli altri. Ma magari, il rapper romano voleva dare un’interpretazione più romantica al personaggio mitologico, superando la sindrome di Icaro. Citando Khali Gibran, «so he died with broken wings but a fulfilled soul», probabilmente Mostro si sarà sentito allo stesso modo.
KG – Rasty Kilo e Guè – recensione di Giuseppe Ciliberti

Dopo Tropico del capricorno, Guè torna con un album che prosegue la via mediana dell’elegante spacconeria dei suoi lavori più maturi: affiancato da un Rasty Kilo che gli tiene testa senza fatica, i brani mantengono un tenore compiaciutamente zarro, non senza essere intarsiati con citazioni calibrate a film, libri e brani rap. Ennesimo manifesto dello street cinema? Sebbene l’impressione che si ha la maggior parte del tempo sia quella di ascoltare un lungo featuring tra i due artisti piuttosto che un joint album unitario, l’operazione è in realtà motivata dalla fondazione, insieme a Shablo e Jacopo Pesce, dell’etichetta Oyster Music. Come spiegato dallo stesso Guè allo Streetmindset Podcast, KG è solo il primo di una serie di dischi fuori dal mercato, un punto di partenza per un rap che punta a tornare a essere “indipendente” (anche se Rimango free adotta la pratica di tendenza del campionamento ai limiti del plagio di brani famosi). Sicuramente un buon punto di partenza, tra i suoi alti (Noyz Narcos e Busdeez in Dedicated è già culto) e i suoi incommensurabili bassi (la crasi malriuscita tra le prime due strofe e quella con Tony Boy Non sei con me).
Ranch – Salmo – recensione di Leonardo Donatiello

«Chi non vuole apparire alla fine scompare, ti sembra normale?» Una domanda molto semplice ma che riassume perfettamente tutto il concept del nuovo disco di Salmo Ranch. In un mondo fatto di numeri, visualizzazioni, soldi e apparenza, la ricerca del proprio locus amoenus al di fuori del mondo “reale” risulta quasi folle. Il ranch è proprio questo: nel concreto una fattoria fuori dalla città e lontana da tutti, ma simbolicamente quello spazio del proprio cervello in cui rintanarsi e riflettere a fondo, senza distrazioni. La carriera di Salmo, del resto, è sempre stata sotto i riflettori. Fino a questo momento infatti Maurizio non era ancora riuscito a togliersi di dosso l’enorme aspettativa sopra la sua testa, una catena molto difficile da spezzare. La composizione del disco però è stata diversa da tutte le altre, è avvenuta naturalmente, senza alcun progetto prestabilito, solo per assoluta necessità di esprimersi. Mauri effettivamente, forse per la prima volta nella sua vita, ha davvero fatto quello che voleva, senza nessun tipo di pressione. Tutto il disco è infatti un dialogo intimo con se stesso, con le proprie origini e il proprio subconscio. Non tutto però si riduce all’intimità, Ranch è anche un capo d’accusa contro la società del consumo, dove ogni cosa, e in questo caso l’arte, è semplicemente un prodotto da scartare, utilizzare e gettare nella spazzatura. Che sia un disco libero lo si capisce anche dalle numerose invettive verso la Chiesa e contro l’abuso tecnologico, ma anche dal suo solito gusto per il macabro, il nascosto e le logge, già comparse nella sua discografia. Ranch è dunque ogni sfaccettatura di Maurizio, un viaggio nel recinto della sua fattoria mentale, dove per uscirne bisogna ascoltare ogni singolo verso di ogni singola canzone.



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