Il giustizialismo e l’odio sui social

Prision Cells at Old Idaho Penitentiary in Boise, Idaho

Ogni qual vol­ta un fat­to di cro­na­ca, un delit­to o uno scan­da­lo fan­no noti­zia, sui media si sca­te­na la gogna con­tro i pre­sun­ti col­pe­vo­li. Nei talk­show opi­nio­ni­sti ed esper­ti com­men­ta­no l’accaduto divi­den­do­si in col­pe­vo­li­sti e inno­cen­ti­sti, e lo stes­so acca­de sui social, dove gli uten­ti chie­do­no a gran voce giu­sti­zia, non rispar­mian­do insul­timinac­ce nei con­fron­ti dei pro­ta­go­ni­sti del­la vicen­da. Que­sto feno­me­no, chia­ma­to giu­sti­zia­li­smo, ha radi­ci pro­fon­de e negli ulti­mi anni sta rag­giun­gen­do dimen­sio­ni pre­oc­cu­pan­ti, sfo­cian­do sem­pre più spes­so in veri e pro­pri lin­ciag­gi media­ti­ci, con con­se­guen­ze ter­ri­bi­li per i malcapitati.

Defi­ni­to nei prin­ci­pa­li dizio­na­ri come «la richie­sta di una giu­sti­zia rapi­da, seve­ra, e tal­vol­ta som­ma­ria, nei con­fron­ti di chi si è reso col­pe­vo­le di par­ti­co­la­ri rea­ti» il ter­mi­ne giu­sti­zia­li­smo si affer­ma in Ita­lia nei pri­mi anni ’90 con lo scan­da­lo di Tan­gen­to­po­li, quan­do il siste­ma cor­rut­ti­vo che tene­va in pie­di la Pri­ma repub­bli­ca fu demo­li­to dal pool di magi­stra­ti del­la pro­cu­ra di Mila­no. La sfi­du­cia nel siste­ma poli­ti­co, uni­ta alla glo­ri­fi­ca­zio­ne del­la figu­ra dei pub­bli­ci mini­ste­ri, pola­riz­zò l’opinione pub­bli­ca e fece scop­pia­re una for­tis­si­ma rab­bia socia­le. Sce­na emble­ma­ti­ca di quel­la sta­gio­ne fu, per l’ap­pun­to, il lan­cio di mone­ti­ne con­tro Bet­ti­no Cra­xi da par­te di una fol­la inferocita.

Da allo­ra il ter­mi­ne e il rela­ti­vo feno­me­no non han­no più abban­do­na­to la sce­na pub­bli­ca, com­pli­ce la pro­gres­si­va spet­ta­co­la­riz­za­zio­ne dei pro­ces­si. Pren­dia­mo, ad esem­pio, il delit­to di Gar­la­sco. Tor­na­to alla ribal­ta negli ulti­mi mesi con la ria­per­tu­ra del caso, ades­so come allo­ra il pub­bli­co si sca­glia, sen­za alcu­na com­pe­ten­za cri­mi­no­lo­gi­ca, con­tro uno o l’altro inda­ga­to, con­si­de­ran­do pro­ve le spe­cu­la­zio­ni di gior­na­li e pro­gram­mi tele­vi­si­vi. Quest’ultimi han­no, difat­ti, la loro par­te di col­pa: indif­fe­ren­ti allo stress a cui sot­to­pon­go­no inda­ga­ti e fami­glia­ri, lì inse­guo­no dovun­que nel ten­ta­ti­vo di otte­ne­re anche la più insul­sa dichiarazione.

Ciò incide profondamente nelle vite di coloro che vengono portati sotto la luce dei riflettori.

Le con­se­guen­ze, più che dal pun­to di vista pro­ces­sua­le, si mani­fe­sta­no a livel­lo socia­le. Spes­so colo­ro che sono coin­vol­ti sono costret­ti a bar­ri­car­si in casa per sfug­gi­re alle tele­ca­me­re e chiu­do­no i loro pro­fi­li social per­ché inon­da­ti di minac­ce e offe­se. A vol­te la pres­sio­ne psi­co­lo­gi­ca è tale da con­dur­re a esi­ti tra­gi­ci: nel 2024 una risto­ra­tri­ce di Sant’Angelo Lodi­gia­no si è tol­ta la vita dopo aver rice­vu­to miglia­ia di insul­ti da par­te di uten­ti onli­ne. La sua col­pa? Aver fal­si­fi­ca­to una recen­sio­ne per far­si pub­bli­ci­tà. Non meno dram­ma­ti­co il caso del Tik­to­ker 23enne Vin­cent Plic­chi, in arte «Inqui­si­tor Gho­st», sui­ci­da­to­si in diret­ta strea­ming dopo aver rice­vu­to fal­se accu­se di pedo­fi­lia da par­te di alcu­ni hater.

A vol­te la vio­len­za non rima­ne con­fi­na­ta sui social ma si tra­du­ce in vere e pro­prie aggres­sio­ni, come nel caso del­le ron­de orga­niz­za­te dal­la com­mu­ni­ty di Arti­co­lo 52, pagi­na Insta­gram tri­ste­men­te nota per il suo video mani­fe­sto in cui vie­ne aggre­di­to un gio­va­ne straniero. 

Par­te del giu­sti­zia­li­smo che si svi­lup­pa onli­ne, infat­ti, è lega­to a pagi­ne e siti onli­ne il cui sco­po sareb­be quel­lo di denun­cia­re lo sta­to di degra­do in cui ver­sa­no le cit­tà ita­lia­ne. Facen­do da cas­sa di riso­nan­za, que­sti luo­ghi digi­ta­li diven­ta­no l’ambiente idea­le per la pro­li­fe­ra­zio­ne di odio e insi­cu­rez­za, con­di­vi­den­do quo­ti­dia­na­men­te video di vio­len­ze e rapi­ne, il più del­le vol­te per­pe­tra­te da par­te di stranieri.

Il cli­ma così crea­to susci­ta un for­te sen­ti­men­to di rab­bia e fru­stra­zio­ne che, se anche non dege­ne­ra in una call to action vota­ta alla vio­len­za, por­ta gli uten­ti a sfo­gar­si bru­tal­men­te nel­le sezio­ni dei com­men­ti dei vari social net­work, agen­do sul sol­co di quel­lo che lo psi­co­lo­go Daniel Kah­ne­man chia­ma «Siste­ma 1», una moda­li­tà di pen­sie­ro che «ope­ra auto­ma­ti­ca­men­te, con poco o nes­su­no sfor­zo e nes­sun sen­so di con­trol­lo volontario».

Nessuno si deve sentire escluso da questa risposta psicologica automatica che ci porta a confermare i nostri bias.

Tut­ti noi, infat­ti, quan­do pren­dia­mo posi­zio­ne su un argo­men­to o su un fat­to di cro­na­ca non deci­dia­mo in pie­na auto­no­mia, ben­sì sia­mo gui­da­ti da fat­to­ri ester­ni più o meno pre­pon­de­ran­ti, stret­ta­men­te lega­ti ai mez­zi di comu­ni­ca­zio­ne o social net­work da cui stia­mo appren­den­do la noti­zia. Si trat­ta del feno­me­no del­le fil­ter bub­ble, tra­du­ci­bi­le come bol­la di fil­trag­gio. Ognu­no di noi sui social vive in uno spa­zio per­so­na­liz­za­to, una bol­la per l’appunto, in cui ci vie­ne mostra­to solo ciò che voglia­mo vede­re e que­sto gene­ra un mec­ca­ni­smo per cui ci imbat­tia­mo esclu­si­va­men­te in infor­ma­zio­ni coe­ren­ti con le nostre visio­ni. Inol­tre, gli algo­rit­mi dei prin­ci­pa­li social net­work ten­do­no a pre­sen­ta­re noti­zie e infor­ma­zio­ni che sca­te­na­no una for­te rea­zio­ne emo­ti­va negli uten­ti, allo sco­po di man­te­ner­li il più a lun­go pos­si­bi­le sul­la piattaforma.

Que­sto por­ta ad ave­re una visio­ne distor­ta del­la real­tà, a con­fer­ma­re le con­vin­zio­ni e ad ali­men­ta­re le pau­re già pre­sen­ti nell’individuo, inten­si­fi­can­do ulte­rior­men­te la già for­te pola­riz­za­zio­ne dell’opinione pub­bli­ca. Così la ten­den­za giu­sti­zia­li­sta si amplia a dismi­su­ra, anche gra­zie all’e­co gene­ra­ta nel­la stes­sa fil­ter bub­ble, i cui abi­tan­ti fini­sco­no per dar­si man for­te nel per­pe­tra­re vio­len­za ver­ba­le ingiustificata.

Nonostante l’importanza del fenomeno, non è del tutto impossibile opporsi a questo tipo di dinamica.

La lin­gui­sta e sag­gi­sta Vera Ghe­no, in arti­co­lo pub­bli­ca­to sul­la rivi­sta Azio­ne Non­vio­len­ta, sug­ge­ri­sce un approc­cio dal bas­so, un meto­do di com­por­ta­men­to che ogni fre­quen­ta­to­re del web dovreb­be appli­ca­re nel suo pic­co­lo per non ali­men­ta­re il giu­sti­zia­li­smo impe­ran­te sul­le piattaforme.

Que­sto pren­de il nome di meto­do D.R.S., dove le tre ini­zia­li stan­no per dub­bio, rifles­sio­nesilen­zio, i tre pun­ti car­di­ne da impor­re a se stes­si pri­ma di comu­ni­ca­re onli­ne. In pri­mo luo­go, è neces­sa­rio dubi­ta­re di ciò che si leg­ge o vede sul web, anche se l’informazione ci appa­re vero­si­mi­le o cre­dia­mo di aver­la inter­pre­ta­ta cor­ret­ta­men­te. Non poten­do esse­re esper­ti in ogni cam­po dob­bia­mo pren­de­re atto di non sape­re e met­te­re in dub­bio quel­lo che pen­sia­mo di aver capito. 

In secon­do luo­go, ci si deve abi­tua­re a comu­ni­ca­re solo se si ha qual­co­sa da dire e non solo per riem­pi­re un vuo­to. Dopo­tut­to i nostri atti comu­ni­ca­ti­vi sono pur sem­pre pub­bli­ci anche se avven­go­no sul­le nostre pagi­ne pri­va­te e que­sta pub­bli­ci­tà ci espo­ne ed espo­ne gli altri alle nostre comunicazioni. 

Infi­ne, se non si cono­sce a suf­fi­cien­za l’argomento trat­ta­to è più sen­sa­to tace­re inve­ce di espri­me­re un’opinione che, oltre a non appor­ta­re nul­la di nuo­vo o di inte­res­san­te alla con­ver­sa­zio­ne, potreb­be risul­ta­re dan­no­sa per noi o per gli altri,

Que­ste sem­pli­ci rego­le di com­por­ta­men­to sono una linea da segui­re ma ciò che dovreb­be vin­ce­re su tut­to è il buon sen­so. Ciò che dob­bia­mo ricor­da­re è che, anche se ese­gui­te attra­ver­so uno scher­mo, le nostre paro­le e le nostre azio­ni han­no sem­pre del­le con­se­guen­ze e que­ste pos­so­no esse­re tan­to impor­tan­ti quan­to impre­ve­di­bi­li. Per­ché come un sas­so­li­no può sca­te­na­re una fra­na, una paro­la sba­glia­ta potreb­be scon­vol­ge­re la vita di qual­cu­no, a vol­te in modo irreparabile.

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Giacomo Pallotta

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