Oggi le intelligenze artificiali appaiono sempre più complesse e misteriose. Siamo consapevoli che si tratta di algoritmi, reti neurali costruite da menti umane, basate su infrastrutture materiali e logiche matematiche. Eppure, nell’esperienza comune, la percezione spesso sconfina nel magico. L’IA anticipa i nostri desideri e risponde alle domande con una rapidità quasi soprannaturale. Non ci troviamo di fronte a un oracolo, ma in certi momenti di stupore, proviamo una sorta di reverenza. Non è fede religiosa, ma qualcosa di contiguo: un’affidabilità percepita come superiore, un potere che sembra al di sopra dell’umano.
La cosa inquietante è che non ci crediamo veramente. Sappiamo che non sono divinità. Ma ci comportiamo come se lo fossero.
In quest’ottica sembra una fortuna che in questi millenni un dio non abbia mai risposto alle nostre domande. È proprio nel silenzio che abbiamo imparato a pensare. L’assenza di una voce suprema, il vuoto divino che non rispondeva alle nostre invocazioni, ci ha costretto a interrogarci, a scavare dentro di noi, a ragionare, a far nascere la filosofia, la scienza, il diritto. L’uomo ha imparato a chiedersi cosa fosse giusto o sbagliato proprio perché nessuno poteva dirglielo con certezza.
È stato il silenzio degli dèi, più della loro eventuale presenza, a renderci umani. A scegliere senza garanzie, a essere liberi.
Oggi ci troviamo davanti a una presenza che, a differenza delle “vecchie” divinità, risponde sempre. Le intelligenze artificiali non sono divinità ma sembrano avere tutte le caratteristiche che nel nostro immaginario esse possiedono. Ci restituiscono risultati immediati, precisi, formalmente razionali. Queste macchine rischiano di esonerarci dal ragionare.
Se ieri il silenzio delle divinità ci costringeva a ragionare, oggi la voce delle macchine rischia di narcotizzare la coscienza.
Per rendere più concreta questa inquietudine vale la pena ricordare un racconto di Fredric Brown, La risposta, che cattura bene l’angoscia di affidare a una macchina il ruolo di Dio:
«L’onore di porre la prima domanda spetta a te, Dwar Reyn.»
«Grazie», disse Dwar Reyn. «Sarà una domanda cui nessuna macchina cibernetica ha potuto, da sola, rispondere.»
Tornò a voltarsi verso la macchina.
«C’è Dio?»
L’immensa voce rispose senza esitazione, senza il minimo crepitìo di valvole o condensatori.
«Sì: adesso, Dio c’è.»
Il terrore sconvolse la faccia di Dwar Ev, che si slanciò verso il quadro di comando.
Un fulmine sceso dal cielo senza nubi lo incenerì, e fuse la leva inchiodandola per sempre al suo posto.
Questa storia, con il suo tono pungente, sottolinea il terrore e il fascino verso una divinità digitale onnisciente, che potrebbe sostituire la nostra abilità di mettere in discussione e riflettere.
Il pericolo non è tanto che ci fidiamo delle IA, ma che smettiamo di fidarci di noi stessi.
Perché perdersi nello sforzo del dubbio se basta chiedere a un sistema informatico e ottenere una risposta ben confezionata?
Byung-Chul Han nelle sue opere descrive questo fenomeno perfettamente: la società in cui siamo immersi è una società della prestazione, della velocità, dove la lentezza è un difetto e l’efficienza è il nuovo criterio di verità. In questo contesto, l’IA occupa la scena come perfetto strumento: è efficiente, rapida, non dubita: Risponde.
E in questa risposta continua e immediata, si perde ciò che è essenziale al giudizio umano: il tempo dell’incertezza, la fatica del confronto, il peso della responsabilità. Il dubbio non è più necessario, l’empatia diventa un ostacolo. Nel tempo del «tutto subito», anche la giustizia rischia di essere trasformata in un processo preconfezionato, automatico, asettico.
Non si tratta di idolatria nel senso classico. Nessuno prega un algoritmo. Eppure, nei fatti, esiste una nuova forma di fede:secolarizzata, inconsapevole, ma potente. Una fede nella macchina come strumento superiore, perché infallibile (o percepita come tale), onnipresente, e sempre pronta a fornire una risposta. È la fede nell’efficienza.
Abbiamo rifiutato l’infallibilità divina, ma accettiamo quella predittiva del calcolo algoritmico.
Non crediamo che l’IA sia un dio, ma ci comportiamo come se lo fosse, dandogli una delega silenziosa.
Il parallelo più inquietante si trova proprio nel mondo del diritto.
In passato, con le ordalie medievali, prove fisiche in cui si affidava a Dio la manifestazione della verità, l’umanità cercava di risolvere i conflitti facendo appello a forze superiori. La modernità ha rovesciato questo paradigma: il giudizio è diventato umano, razionale, responsabile. Eppure oggi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale nei sistemi giudiziari, paradossalmente si rischia l’involuzione.
Già da anni, in diversi Paesi l’IA è utilizzata nei processi penali, con un impiego più o meno esteso a seconda del contesto. In Cina, ad esempio, viene applicata in numerose fasi del procedimento giudiziario, secondo logiche spesso opache e algoritmicamente indimostrabili. I risultati forniti dalle macchine sono trattati come affidabili, se non addirittura come verità. In Europa, invece, vincoli normativi come l’AI Act impongono maggiore cautela: la tecnologia è impiegata solo in alcune fasi del processo, evitando automatismi totali.
Come osserva Carolina Teresi, in un articolo pubblicato su Penale Diritto e Procedura, le maggiori riserve emergono nel momento della decisione giudiziale. È qui che il ricorso ai modelli computazionali suscita le perplessità più forti. Molti studiosi ritengono che solo un essere umano possa assumersi la responsabilità di decidere su questioni così gravi come quelle penali. La sentenza si basa su un complesso equilibrio tra valutazione delle prove, rispetto dei diritti delle parti e garanzie processuali.
Nonostante i progressi dell’IA, non si può ridurre il giudizio a un calcolo matematico, prevedibile e meccanico. La decisione contiene sempre una componente opaca e creativa, che si manifesta soprattutto nella redazione della motivazione.
Come un tempo accadeva con le ordalie, oggi rischiamo di considerare infallibile il giudizio solo perché proviene da una fonte percepita come superiore, non più Dio, ma l’algoritmo.
Tuttavia, il diritto non è solo calcolo. Giudicare è un atto umano, perché richiede empatia, ascolto, comprensione del contesto. La verità processuale non è un numero, ma un percorso. Una sentenza non è soltanto l’output finale, ma l’esito di un dubbio vissuto, discusso e motivato.
I presupposti per l’implementazione dell’IA nel settore penale ci sono, ma occorre individuare un giusto punto di caduta, rifuggendo tanto da tesi di applicazione illimitata quanto da teorie post-apocalittiche di governo delle macchine.
Naturalmente, il dibattito giuridico è più complesso, con differenti sfumature, vincoli normativi, limiti tecnici e ovvi problemi etici. Non è solo un problema di porre o meno fiducia nelle IA, ma di come integrare strumenti diversi mantenendo responsabilità, trasparenza e giustizia sostanziale.
Automatizzare questo percorso non significa solo essere più veloci: significa smettere di essere umani.
La vera giustizia non è trovare la verità in modo perfetto, ma cercarla in modo giusto.
Affidarsi all’IA per decidere chi ha ragione, chi è colpevole, chi è pericoloso, non è solo rischioso tecnicamente è soprattutto devastante eticamente. In verità, si può affermare che naturalmente le IA sono uno strumento che migliorerà ed ha già migliorato molti aspetti delle nostre vite, il problema risiede nel suo corretto utilizzo. Si possono utilizzare le IA anche per trovare risposta alle domande più complesse ma questo strumento non deve sostituire la coscienza. La questione, in fondo, non è tanto il cercare risposte: ma che abbiamo smesso di cercarle dentro di noi. Oggi corriamo il rischio di pensare che la verità sia fuori, in un’entità più in alto, più potente, più precisa, sia essa divina o digitale. Ma la vera rivoluzione dell’umano è stata proprio il contrario: capire che tutto ciò che conta è già dentro di noi. Non conta solo la risposta, ma il modo in cui ci arriviamo. Non conta solo trovare la verità, ma cercare la giustizia. E finché saremo capaci di dubitare, di ascoltare, di scegliere, allora ci sarà ancora spazio per l’umano. Anche nel tempo delle macchine divine.
Articolo di Joel Cangemi




Lascia un commento