Negli ultimi giorni, Los Angeles si è trasformata in un campo di battaglia. Le strade della metropoli californiana, cuore pulsante di culture migranti e simbolo del sogno americano, sono diventate teatro di scontri tra la popolazione locale e le forze federali, in particolare l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), la Guardia Nazionale della California e i Marines dispiegati dal governo Trump nel tentativo di dissuadere i manifestanti dal partecipare alle crescenti proteste. È uno scenario che richiama alla memoria le proteste di Black Lives Matter del 2020, ma con nuove coordinate: questa volta la causa del conflitto è l’immigrazione.
Gli scontri hanno avuto inizio il 6 giugno, quando agenti federali supportati da equipaggiamenti militari hanno fatto irruzione nel magazzino tessile Ambiance Apparel nel quartiere di Westlake, noto per la forte presenza di cittadini centroamericani. L’operazione, condotta con metodi altamente aggressivi, come retate e uso di granate e armi automatiche, ha portato all’arresto di decine di persone, alcune delle quali prive dei documenti necessari (VISA, permesso di soggiorno o carta d’identità) ma senza precedenti penali. Si ricorda che la mancanza della dovuta documentazione da parte di una persona immigrata negli Stati Uniti non è considerata un crimine ma un’offesa civile e, dunque, non prevede l’arresto immediato ma sanzioni in denaro ed, eventualmente, un successivo processo giudiziario.
In risposta, migliaia di persone sono scese in strada, bloccando la freeway 101, assediando edifici governativi e resistendo attivamente ai reparti antisommossa.
Il presidente Trump ha conseguentemente autorizzato il dispiegamento di oltre 4.000 membri della Guardia Nazionale e 700 Marines per presidiare la città.
I primi contingenti sono stati posizionati nei pressi del Metropolitan Detention Center e di altri snodi strategici, senza però coordinarsi con la polizia locale (LAPD), generando confusione operativa e tensioni interne tra forze dell’ordine. Diversi ufficiali sul posto, colpiti dal gas lacrimogeno diretto ai manifestanti, sono stati soccorsi dai numerosi collettivi no-profit che si sono attivati per fornire al pubblico occhiali protettivi e kit di pronto soccorso.
«Sono stati rabbiosi, aggressivi — cercavano un pretesto per colpire», ha raccontato alla rivista Them Jen Richards, attivista trans per i diritti LGBTQ+ colpita da proiettili di gomma durante una marcia pacifica. Un altro manifestante, in un’intervista a CBS News LA, ha dichiarato che il gas lacrimogeno «sapeva di fascismo».
Non hanno certo aiutato le dichiarazioni dello stesso Trump che, in conferenza stampa, ha definito i manifestanti «animali» e ha accusato le autorità locali d’essere «complici del caos». Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ha risposto con fermezza, dichiarando illegale l’intervento militare delle forze federali e avviando un’azione legale d’emergenza per bloccare le operazioni. «Militarizzare una città civile è una minaccia alla nostra democrazia» ha affermato.
Nel frattempo, il sindaco di Los Angeles Karen Bass ha imposto il coprifuoco tra le 22:00 e le 8:00 nel distretto downtown della città, citando possibili rischi per la sicurezza pubblica.
Questo conflitto s’inserisce nel più ampio contesto delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca nel 2024 con una piattaforma fortemente nazionalistica e anti-immigrazione.
In meno di un anno, il presidente tycoon ha emesso numerosi decreti, tra cui l’Executive Order 14159, intitolato emblematicamente «Per Proteggere il Popolo Americano dall’Invasione». Il provvedimento estende l’espulsione accelerata dal Paese senza possibilità d’udienza e rafforza il potere coercitivo dell’ICE, ora autorizzato a perquisire domicili senza la presenza degli inquilini.
Si tratta di una svolta senza precedenti: sebbene i presidenti americani abbiano sempre avuto un certo margine d’azione in materia d’immigrazione, l’uso sistematico della sezione 212(f) dell’Immigration and Nationality Act – che consente al presidente di bloccare l’ingresso di stranieri ritenuti dannosi per gli interessi nazionali – ha trasformato questa discrezionalità in uno strumento di potere assoluto. Una linea governativa che la Corte Suprema ha di fatto legittimato con l’approvazione nel 2018 del travel ban, che limita l’accesso a cittadini musulmani provenienti da Paesi d’interesse come Oman e Palestina.
Tale provvedimento colpisce 19 Paesi e introduce meccanismi di revoca della cittadinanza automatica per nascita (il famoso ius soli).
A essere colpiti, in particolare, sono studenti cinesi, rifugiati centroamericani e richiedenti asilo di origine musulmana.
Organizzazioni come l’American Immigration Council hanno definito queste misure «una minaccia alla Costituzione». Anche il mondo accademico è insorto: il caso Harvard vs. Trump, riguardante l’obbligo d’espulsione di studenti internazionali dal campus, è tuttora in corso ed è arrivato recentemente al banco della Corte Suprema.
Le tensioni in atto mostrano una frattura che va ben oltre il dualismo tra repubblicani e democratici. Si tratta di uno scontro tra due visioni antropologiche del futuro. Da un lato, quella che riconosce e accoglie la struttura profondamente cosmopolita degli Stati Uniti (in California oltre il 39% della popolazione è di origine latina, di cui una larga maggioranza messicana); dall’altro, una visione che tenta di riaffermare un’idea di identità americana omogenea, bianca e cristiana, minacciata dall’immigrazione vista non come risorsa ma come invasione aliena.
I dati economici, tuttavia, danno un quadro diverso.
Gli immigrati, sia regolari che irregolari, rappresentano una componente fondamentale del sistema produttivo statunitense. Contribuiscono al PIL, sostengono settori strategici come agricoltura, edilizia e innovazione tecnologica e sono alla base di un numero crescente di start-up e brevetti. Secondo uno studio della Paris School of Economics, le restrizioni imposte dalle amministrazioni conservatrici – tra cui quelle più recenti di Trump – potrebbero comportare un calo della crescita economica tra il 2,6% e il 6,2% nel lungo termine.
Eppure, nel discorso politico e mediatico dominante, prevale spesso una narrativa securitaria e stigmatizzante. I migranti vengono descritti astrattamente come minacce, simboli di un caos che si vuole associare al degrado urbano, alla criminalità e alle gang. Trump ha saputo capitalizzare questa paura, costruendo un comodo nemico con un volto preciso – quello di un narcotrafficante delinquente – funzionale a consolidare una base elettorale disillusa e spaventata. È una strategia che si fonda sul classico meccanismo del capro espiatorio: quando l’insicurezza economica e culturale cresce, si cerca un responsabile esterno su cui proiettare le proprie ansie.
Tuttavia, c’è un elemento che rompe questa spirale: l’incontro umano.
Secondo una ricerca della University of California, il coinvolgimento civico diretto – come la partecipazione a proteste, l’attivismo comunitario o l’impegno in reti solidali – è correlato a un aumento significativo del sostegno a politiche migratorie più inclusive, anche tra cittadini con orientamenti inizialmente conservatori. L’esperienza vissuta, lo scambio, il volto dell’altro hanno un potere trasformativo che nessun algoritmo può cancellare.
A livello teorico, questo scontro riflette due modelli inconciliabili. Da un lato il melting pot, ideologia dominante nel XX secolo che richiede l’assimilazione dei nuovi arrivati in un’identità nazionale unica, omogenea e spesso anglo-centrica. Dall’altro il multiculturalismo, che riconosce la possibilità di convivere mantenendo differenze culturali, linguistiche e religiose, e che vede la pluralità non come debolezza ma come ricchezza sistemica.
L’amministrazione Trump ha chiaramente sposato la prima visione, rispolverando una retorica che richiama il nativismo degli anni ’20 (un sentimento di forte nazionalismo e superiorità etnica, coincidente con l’ascesa del Ku Klux Klan) o la «legge dell’esclusione cinese» di fine Ottocento (ordinanza federale che vietava l’ingresso su territorio statunitense di lavoratori con nazionalità cinese).
Eppure gli Stati Uniti sono, e sono sempre stati, una nazione di migranti.
Ogni tentativo di costruire una purezza identitaria si scontra con la realtà storica, sociale e demografica della nazione. Ecco perché quanto sta accadendo a Los Angeles non è una crisi isolata, né passeggera: è il sintomo acuto di una malattia sistemica che affonda le radici nell’incapacità americana di fare i conti con la propria natura pluralistica.
Siamo davanti a una lotta esistenziale tra ordine e giustizia. La posta in gioco non è solo la sorte dei migranti arrestati, né l’esito di un singolo scontro urbano. È l’identità stessa dell’America del XXI secolo, in bilico tra chiusura e apertura, tra regressione autoritaria e democrazia partecipata.
La storia – e forse, più ancora, la strada – dirà se gli Stati Uniti sapranno ancora una volta reinventarsi come patria della libertà o se cederanno a quella che James Baldwin chiamava «la bugia del mito bianco». In questo bivio, Los Angeles non è periferia. È epicentro.
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