Gli incontri allo Studio Ovale, una prassi consolidata per qualsiasi amministrazione americana, sono stati, fino all’avvento di Trump del gennaio 2025, un evento estremamente formale e diplomatico: un’esposizione da parte dei due leader dei punti di forza delle relazioni tra i paesi, con qualche scarna domanda dai reporter e una successiva conferenza stampa apposita per i dettagli a seguito di negoziati privati.
Ma il tycoon rieletto per il suo secondo mandato ha svoltato la pratica delle comuni conferenze presso la Casa Bianca trasformandole in un vero e proprio programma televisivo.
E’ dall’inizio della stagione di incontri del Presidente Trump alla Casa Bianca che lo Studio Ovale è affollato e agguerrito. Collaboratori e sostenitori di Trump, schierati da un lato, il vicepresidente JD Vance, accomodato alla sinistra del presidente partecipa attivamente ai colloqui: così si presenta il battaglione americano. Si schierano di fronte ai leader stranieri, posizionati davanti alle telecamere e ai giornalisti, per la gran parte di un’ora per una conversazione convulsa e molto ampia (spesso non nella loro lingua), trasmessa in diretta televisiva.
Spesso forzati a discutere argomenti atti a maggiore riservatezza, appare più come una gara a chi riesce a rispondere prima alle incessanti domande dei giornalisti. Il tutto abbellito da attacchi diretti del presidente ai suoi ospiti, con cui li bombarda di accuse e informazioni scorrette.
La più recente delle vittime tratte in agguato dal Presidente degli Stati Uniti è stato il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa, in un colloquio del 21 maggio 2025.
Il Presidente sudafricano e la sua delegazione si sono recati a Washington con l’obiettivo di risistemare i rapporti con l’amministrazione Trump, con la quale sussisteva da tempo astio e diffidenza.
Al posto di un incontro diplomatico però, Ramaphosa si è trovato di fronte ad un bullo con l’accesso a internet e una stampante da cui ha ricavato accuse non fondate. Ramaphosa si era presentato alla Casa Bianca alla ricerca di un accordo sugli scambi e sulla possibilità di aumentare le attività commerciali in Sud Africa in modo da stimolare la crescita economica e trovare stabilità e lavoro tanto richiesto dai cittadini sudafricani.
La negoziazione è ancora più pressante considerato che il AGOA (African Growth and Opportunity Act), un accordo commerciale statunitense che offre ai paesi africani subsahariani benefici in termini di dazi doganali sulle esportazioni negli USA, potrebbe non essere rinnovato a causa delle politiche isolazioniste di Trump. Le discussioni su possibili accordi commerciali però sono state interrotte e eclissate dalle accuse del presidente Trump a Ramaphosa.
Trump ha cominciato parlando del “tremendo numero di persone” che gli Stati Uniti hanno accolto come rifugiati dal genocidio dei bianchi in Sud Africa. Ha proseguito mostrando un video durante il colloquio che, a detta del presidente statunitense, dovrebbe mostrare famiglie di agricoltori bianchi in fuga dalle loro terre dopo aver subito l’esproprio a seguito di una legge, promulgata da Ramaphosa verso la fine di gennaio, che dava facoltà al governo di espropriare terreni senza indennizzo per sanare le rimanenti disuguaglianze del colonialismo e dell’apartheid.
Da mesi l’amministrazione Trump prende di mira Ramaphosa e il suo paese accusandoli di discriminare i bianchi, anche sotto consiglio del trumpiano e sudafricano Elon Musk, durante il colloquio allo Studio Ovale però l’ostilità ha preso forma di una vera e propria accusa di genocidio dei bianchi in Sud Africa.
Le accuse di Trump sono state sostenute da video e foto incorretti: nel filmato, mostrato alla Casa Bianca, Trump identifica delle croci bianche, che erano state poste su una strada rurale durante una manifestazione per rappresentare i presunti agricoltori bianchi assassinati, come tombe delle vittime del genocidio e ha poi mostrato ritagli di giornale, a supporto delle sue accuse, uno dei quali contenente fotografie della Repubblica Democratica del Congo.
Ramaphosa ha risposto alle critiche di Trump: inizialmente con domande specifiche sulla provenienza e il luogo del materiale mostrato, di fronte alle quali il presidente Trump ammette di non saper rispondere. Continua chiarificando che il modello sudafricano consente il multipartitismo e ciò permette la libera espressione di idee, come quelle mostrate nel video, in cui si vede il partito di minoranza di Julius Malema, che non sono necessariamente il riflesso delle politiche del governo sudafricano.
In risposta alle accuse di genocidio Ramaphosa ha pazientemente spiegato che la criminalità esiste ed è un serio problema per il Sud Africa, ma che le vittime di questa non sono solo bianche, ma anzi principalmente sono parte della popolazione di colore del Sud Africa.
Ramaphosa, però, non è il primo ad essere caduto nelle imboscate di Trump, il primo ministro canadese Mark Carney, che ha preso l’incarico questo aprile, ha ricevuto un trattamento simile durante il suo incontro a Washington, il 6 Maggio 2025. Trump, dimenticandosi di essere presidente e tornando alle sue radici di imprenditore, infatti, aveva già sostenuto più volte di voler acquistare il Canada, rendendolo il 51esimo stato americano. Quando la posizione è riemersa nel colloquio alla Casa Bianca, con l’aggiunta di motivazioni estetiche (secondo Trump, infatti, il confine tra Canada e Stati Uniti è una linea artificiale ed andrebbe rimossa), Carney ha subito risposto che il Canada non è in vendita e non lo sarà mai. Trump, rispettando pienamente la condotta dei suoi ultimi incontri, ha interrotto il Primo Ministro canadese con la catch-frase “Never say never” (ovvero “mai dire mai”). Lo scontro è terminato con un sospirato “mai” del primo ministro canadese.
Come nel caso del Canada, è stato più facile per paesi più potenti, e quindi con maggiore leva negoziale, potersi scontrare con Trump. Il primo ministro inglese Keir Starmer si è presentato il 27 febbraio alla Casa Bianca con un invito ufficiale da parte di re Carlo III, una scelta definita dallo stesso primo ministro senza precedenti. Nonostante il tono pressoché cordiale e scherzoso, Trump ha risposto alla gran parte delle domande dei reporter, interrompendo più volte Starmer e lasciandogli poco spazio di risposta. Non è mancato anche in questo incontro però, come anche il precedente con il presidente francese Emmanuel Macron, una correzione da parte dei leader europei sulle informazioni scorrette del presidente americano sui fondi che i paesi europei hanno fornito all’Ucraina.
Il colloquio più eclatante rimane però quello del 28 febbraio 2025, che ha visto il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyi subire un attacco senza precedenti sia dal Presidente che dal suo vice, Vance.
Zelenskyi, leader di un paese in guerra dall’invasione russa del 2022, recatosi alla Casa Bianca per discutere dell’accordo sui minerali strategici e un eventuale garanzia per la sicurezza, si è trovato attaccato e insultato dall’amministrazione americana.
L’incontro ha avuto luogo a seguito di una settimana in cui né il primo ministro inglese Starmer, né Macron, erano riusciti a strappare a Trump un impegno sulla sicurezza ucraina. L’obiettivo dell’incontro era di discutere l’istituzione di un fondo a cui Kiev contribuirebbe con il 50% dei proventi derivanti dalla “futura monetizzazione” di risorse minerarie della proprietà statale, una leva che il presidente ucraino avrebbe voluto usare per ottenere garanzie di sicurezza dalla superpotenza americana.
L’incontro ha però preso una piega turbolenta quando Zelenskyi ha dovuto spiegare le violazioni di Putin del cessate il fuoco e il mancato rispetto degli accordi di scambio sui prigionieri, in risposta ai commenti di JD Vance sulla diplomazia necessaria da tenere con il presidente russo.
Vance ha continuato a commentare erroneamente la situazione Ucraina e ha accusato Zelenskyi di mancanza di rispetto nei confronti del Presidente e di essersi presentato allo Studio Ovale attaccando l’amministrazione che sta “cercando di prevenire la distruzione del suo paese”.
Interviene allora Trump reprimendo Zelenskyi: dito alzato come segnale di avviso, rimprovera il presidente ucraino di essersi messo in questa situazione da solo e di star giocando d’azzardo con le vite di milioni di persone e con una possibile terza guerra mondiale. La sicurezza di Trump, ci spiega lo stesso presidente, si basa sul fatto che la Russia non infrangerà un possibile nuovo cessate il fuoco perché rispettano lui, Donald Trump personalmente, a differenza dei suoi predecessori.
Di fronte all’accusa di non avere carte in mano, Zelenskyi ribatte che non sta giocando a carte e cerca di riportare la conversazione verso un colloquio diplomatico. Trump sembra interpretare questo incontro non come un gioco di carte ma come il gioco del più forte: vince chi alza di più la voce.
JD Vance lo spalleggia sbeffeggiando Zelenskyi e incitando il presidente ucraino a ringraziare il presidente che stava cercando di salvare il suo paese, nonostante il presidente ucraino abbia espressamente ringraziato Trump più volte solo nei primi tre minuti dell’incontro.
Gesti e urla riempiono lo Studio Ovale, l’incontro è caldo nei toni e nei contenuti: Trump si pavoneggia per aver fermato “molte, moltissime guerre”, Zelenskyi viene zittito più volte e schernito per i suoi vestiti.
Il “match” si conclude con la velata minaccia di Trump: “Voi non vincerete, non ne avete la possibilità. La vostra chance è di uscirne bene grazie a noi.”
“Questa è ottima televisione!” È la frase con cui il presidente americano conclude l’incontro con Zelenskyi e riassume bene la sua condotta in questi incontri diplomatici. Il presidente repubblicano sembra essersi dimenticato di essere alla presidenza di una superpotenza e non più star del suo reality TV.
Non a caso, lo storico specializzato in presidenti americani, Robert Dallek, ha sottolineato le similitudini tra le apparizioni di Trump nel suo reality show “The Apprentice”, nel quale sedeva in poltrona dalle sembianze di un trono e sbraitava licenziamenti, agli incontri dello Studio Ovale.
Le condotte nei negoziati e la loro trasmissione in diretta creano situazioni complicate per gli esponenti stranieri che al ritorno a casa vengono sottoposti a critiche di essere stati troppo concilianti di fronte a Trump.
Inoltre, i futuri invitati alla Casa Bianca dovranno calcolare i rischi di una trappola diplomatica e l’eventuale possibilità di rivolgersi ad altre superpotenze.

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