Libri senz’anima: intelligenza artificiale ed estetiche pigre

In un’epoca in cui ogni cosa vie­ne ridot­ta a con­te­nu­to e ogni con­te­nu­to si tra­sfor­ma in pro­dot­to, difen­de­re il valo­re del libro signi­fi­ca difen­de­re il cuo­re del­la stes­sa cultura.

È una visio­ne for­se fra­gi­le e idea­liz­za­ta, e ora sem­bra capa­ce di resi­ste­re per iner­zia più che per con­vin­zio­ne. Per mol­to tem­po, infat­ti, ha tro­va­to un rifles­so con­cre­to nel rispet­to di tut­ta la filie­ra edi­to­ria­le. Ades­so que­sto rispet­to si è tra­dot­to anche nel valo­re attri­bui­to alla dimen­sio­ne tan­gi­bi­le del libro.

Tut­ta­via, que­sta con­ce­zio­ne si incri­na ogni vol­ta che edi­to­ri e auto­ri deci­do­no di appli­ca­re del­le scor­cia­to­ie, dele­gan­do alla mac­chi­na non solo il sup­por­to, ma la sostan­za stes­sa del pro­ces­so crea­ti­vo.
In nome dell’efficienza, alcu­ne case edi­tri­ci, ini­zia­no a pro­muo­ve­re l’uso dell’intel­li­gen­za arti­fi­cia­le, come nota­to da Ile­nia Zodia­co, per gene­ra­re testi, coper­ti­ne, e per­fi­no sti­li nar­ra­ti­vi, con­tri­buen­do a una sper­so­na­liz­za­zio­ne cre­scen­te del libro. Per esem­pio, ChatGPT risul­ta accre­di­ta­to come auto­re o co-auto­re in cen­ti­na­ia di libri pub­bli­ca­ti e cari­ca­ti su Ama­zon.

Tra i casi più emble­ma­ti­ci dell’integrazione tra intel­li­gen­za arti­fi­cia­le e nar­ra­ti­va, spic­ca Tokyo Sym­pa­thy Tower, che è appro­da­to in Ita­lia per ope­ra dell’editore Ippo­cam­po. La scrit­tri­ce giap­po­ne­se Rie Qudan ha pre­sen­ta­to il libro in due distin­ti appun­ta­men­ti nel mag­gio 2025, al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no. Duran­te il panel dedi­ca­to al tema «Come scri­ve­re un roman­zo con l’IA», ha dichia­ra­to di aver uti­liz­za­to l’intelligenza arti­fi­cia­le per gene­ra­re alcu­ne por­zio­ni testua­li, spie­gan­do la sua scel­ta di affi­da­re a ChatGPT cir­ca il 5% dei dia­lo­ghi del­la nar­ra­zio­ne e sot­to­li­nean­do l’intenzionalità e la coe­ren­za tema­ti­ca del suo impiego.

In questo scenario, l’editoria smette di essere custode di senso per diventare una fabbrica di contenuti.

È pro­prio da que­sta frat­tu­ra che nasce anche l’idea – for­se un po’ roman­ti­ca, ma non per que­sto meno vali­da – che l’editoria non sia un set­to­re come gli altri. Cer­ta­men­te, l’editoria è anche un mer­ca­to, pub­bli­ca­re un libro resta un atto di respon­sa­bi­li­tà, ma il libro rima­ne anche un pro­dot­to commerciale.

Ma, effet­ti­va­men­te, c’è anco­ra una cer­ta reto­ri­ca, non del tut­to vuo­ta, che vuo­le il libro come arti­co­lo spe­cia­le: un bene non solo com­mer­cia­le, ma sim­bo­li­co. Uno stru­men­to di cre­sci­ta per­so­na­le e col­let­ti­va, un pon­te tra gene­ra­zio­ni e un pre­si­dio di libertà.

Può sem­bra­re inge­nuo, ma è una veri­tà che ogni let­to­re sen­te pro­fon­da­men­te. Per­ché i libri han­no un tem­po tut­to loro, ci chie­do­no atten­zio­ne, ci ten­go­no com­pa­gnia, ci costrin­go­no a ral­len­ta­re, ci met­to­no in discus­sio­ne e, soprat­tut­to, ci inse­gna­no a guar­da­re il mon­do con occhi più aperti.

Ogni libro, anche il più sem­pli­ce, nel­la sua pro­get­ta­zio­ne è sem­pre sta­to il frut­to di una col­la­bo­ra­zio­ne che coin­vol­ge mol­te­pli­ci figu­re: auto­ri, edi­tor, cor­ret­to­ri, gra­fi­ci, illu­stra­to­ri, tipo­gra­fi, tra­dut­to­ri, ecc. Cia­scu­no di que­sti ruo­li, un tem­po visi­bi­li e valo­riz­za­ti, è un tas­sel­lo fon­da­men­ta­le di un’opera pen­sa­ta per dura­re nel tem­po, che oggi rischia di esse­re auto­ma­tiz­za­to. È una que­stio­ne di eti­ca, cer­to, ma pri­ma di tut­to di qua­li­tà. Un pro­dot­to cul­tu­ra­le dovreb­be riflet­te­re cura, coe­ren­za e bel­lez­za, per­ché una cate­na fat­ta di com­pe­ten­ze spe­ci­fi­che, spes­so non repli­ca­bi­li, dan­no digni­tà al pro­dot­to pro­prio per­ché lo ren­do­no unico.

Negli ultimi anni, però, la logica della produzione ha preso il sopravvento su quella della creazione.

Spes­so si assi­ste a un aumen­to del­la stan­dar­diz­za­zio­ne, con cata­lo­ghi otti­miz­za­ti. In que­sto con­te­sto, il con­te­nu­to si pie­ga al trend, la coper­ti­na segue l’algoritmo e l’identità edi­to­ria­le lascia spa­zio alla vira­li­tà. L’intelligenza arti­fi­cia­le non è la cau­sa, ma il cata­liz­za­to­re di un cam­bia­men­to già in cor­so. Il pun­to non è demo­niz­za­re la tec­no­lo­gia. Il pun­to è chie­der­si a cosa ser­ve, a chi ser­ve, chi ci gua­da­gna e soprat­tut­to chi vie­ne lascia­to fuo­ri. Per­ché ogni tec­no­lo­gia, se adot­ta­ta acri­ti­ca­men­te, fini­sce per rispec­chia­re le stes­se logi­che del siste­ma che la implementa. 

Se l’obiettivo diven­ta solo rispar­mia­re tem­po e costi, allo­ra la tec­no­lo­gia diven­ta stru­men­to di spo­lia­zio­ne, non di sup­por­to. Il pro­ble­ma non è l’AI in sé, ma il modo in cui vie­ne usa­ta: ser­ve a poten­zia­re il pen­sie­ro o a sosti­tuir­lo? Ad amplia­re le pos­si­bi­li­tà o a omo­lo­gar­le? Per­ché inte­ra­gi­re con l’AI, lasciar­si sor­pren­de­re da asso­cia­zio­ni impre­vi­ste, far­si por­re doman­de nuo­ve, usa­re l’AI come uno spec­chio cri­ti­co o come un inter­lo­cu­to­re non con­ven­zio­na­le, non è pro­pria­men­te sbagliato.

Le coper­ti­ne sono il pri­mo ter­re­no di spe­ri­men­ta­zio­ne. Oggi è pos­si­bi­le crear­le in pochi secon­di, con prompt gene­ri­ci e a costo zero. Tut­ta­via il risul­ta­to è spes­so sca­den­te e in libre­ria si può ave­re la sen­sa­zio­ne che alcu­ne coper­ti­ne sia­no gene­ra­te dall’intelligenza arti­fi­cia­le, anche se non sem­pre è pos­si­bi­le esser­ne cer­ti. Non sor­pren­do­no e non rac­con­ta­no. Sono noio­se, fred­de, imper­so­na­li, pla­sti­co­se, sti­li­sti­ca­men­te ripe­ti­ti­ve, con erro­ri visi­vi che tra­di­sco­no l’assenza di un’intuizione artistica.

Inol­tre, mol­te del­le AI gra­fi­che sono adde­stra­te su ope­re d’arte rea­li, spes­so sen­za il con­sen­so degli auto­ri ori­gi­na­li. Si trat­ta di una siste­ma­ti­ca sot­tra­zio­ne del meri­to e del con­tri­bu­to crea­ti­vo umano.

La scrittura rappresenta, invece, un campo più complesso. 

A dif­fe­ren­za del­le coper­ti­ne, qui l’autore può sce­glie­re se e come usa­re l’intelligenza arti­fi­cia­le. Mol­ti scrit­to­ri pro­fes­sio­ni­sti, come nel caso già cita­to di Rie Qudan, impie­ga­no l’AI per gene­ra­re idee, supe­ra­re il bloc­co crea­ti­vo, modi­fi­ca­re pas­sag­gi. In que­sto caso, si par­la di inte­ra­zio­ne con­sa­pe­vo­le, non di sosti­tu­zio­ne. Cio­no­no­stan­te, Anche qui, è neces­sa­rio distin­gue­re tra uso cri­ti­co e dele­ga passiva.

Nes­su­na AI può sosti­tui­re la voce di un auto­re. L’intelligenza arti­fi­cia­le può sug­ge­ri­re, ispi­ra­re, per­si­no sor­pren­de­re, tut­ta­via non può ripro­dur­re l’alchimia fat­ta di espe­rien­za, sen­si­bi­li­tà, rit­mo e visio­ne. Soprat­tut­to nel­la nar­ra­ti­va let­te­ra­ria, dove con­ta più il lin­guag­gio del­la tra­ma. L’unico impie­go eti­ca­men­te difen­di­bi­le dell’AI nel­la scrit­tu­ra è quel­lo gui­da­to, rifles­si­vo, in cui la mac­chi­na è uno stru­men­to e non l’autore.

Il vero peri­co­lo non è la tec­no­lo­gia, ben­sì l’appiattimento cul­tu­ra­le che ne può deri­va­re. Se un libro diven­ta solo un pro­dot­to, se l’autore è ridot­to a un pro­dut­to­re, se il let­to­re è solo un con­su­ma­to­re, allo­ra la cul­tu­ra smet­te di esse­re rela­zio­ne, dia­lo­go, con­flit­to e diven­ta algo­rit­mo. E noi rischia­mo di smet­te­re di chie­der­ci come ven­go­no fat­ti i libri, limi­tan­do­ci a ciò che ci offrono.

I let­to­ri non sono spet­ta­to­ri pas­si­vi. È pos­si­bi­le pre­ten­de­re tra­spa­ren­za, pre­mia­re il lavo­ro uma­no, sce­glie­re libri che por­ta­no con sé una cura rea­le. Soste­ne­re que­sti per­cor­si signi­fi­ca difen­de­re non solo la qua­li­tà, ma anche la digni­tà del lavo­ro creativo.

La sfi­da, oggi, è garan­ti­re che la cul­tu­ra resti uno spa­zio uma­no, libe­ro, aper­to alla com­ples­si­tà. L’intelligenza arti­fi­cia­le può affian­ca­re, ma non può deci­de­re cosa ha valore.

Pubblicare un libro non è solo un atto tecnico: è una scelta etica e culturale.

Signi­fi­ca sta­bi­li­re cosa meri­ta di esse­re rac­con­ta­to e da chi. Dele­ga­re que­sta scel­ta a un model­lo sta­ti­sti­co signi­fi­ca abdi­ca­re alla respon­sa­bi­li­tà. La tec­no­lo­gia può esse­re allea­ta, ma l’ultima paro­la spet­ta all’essere umano.

Difen­de­re la cul­tu­ra oggi signi­fi­ca anche que­sto: chie­der­si non solo cosa leg­gia­mo, ma come e da chi vie­ne crea­to ciò che leg­gia­mo. È un invi­to alla con­sa­pe­vo­lez­za. E una chia­ma­ta alla responsabilità.

Resta­re indif­fe­ren­ti, inve­ce, signi­fi­ca lascia­re che sia­no altre piat­ta­for­me, algo­rit­mi o logi­che indu­stria­li a deci­de­re cosa vale la pena leg­ge­re. E noi, come let­to­ri e come scrit­to­ri, non dovrem­mo per­met­ter­lo.
Que­sto non signi­fi­ca accu­sa­re l’intero set­to­re edi­to­ria­le, ma inter­ro­gar­si su alcu­ni segna­li con­cre­ti: l’uso dichia­ra­to dell’AI per gene­ra­re coper­ti­ne seria­li, la pre­sen­za cre­scen­te di libri auto-pub­bli­ca­ti con testi gene­ra­ti, o casi come Tokyo Sym­pa­thy Tower, in cui l’autrice ha scel­to con­sa­pe­vol­men­te di inte­gra­re stru­men­ti auto­ma­ti­ci in modo limi­ta­to. Non si trat­ta di demo­niz­za­re, ben­sì di resta­re vigi­li.

Con­di­vi­di:
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.

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