Migrazioni climatiche: un’emergenza trascurata

Anno dopo anno, la cri­si cli­ma­ti­ca pro­vo­ca sem­pre più disa­stri. Non si trat­ta solo di una sen­sa­zio­ne, i dati con­fer­ma­no un riscal­da­men­to sem­pre più rapi­do del pia­ne­ta, segno tan­gi­bi­le dell’accelerazione del­la cri­si cli­ma­ti­ca.

Secon­do l’Organizzazione Meteo­ro­lo­gi­ca Mon­dia­le (WMO), il 2024 è sta­to l’anno più cal­do mai regi­stra­to, e c’è un’elevata pro­ba­bi­li­tà che nei pros­si­mi cin­que anni la tem­pe­ra­tu­ra media glo­ba­le supe­ri il limi­te di 1,5°C rispet­to ai livel­li pre­in­du­stria­li, soglia fis­sa­ta dall’Accordo di Parigi.

Il futu­ro sem­bra riser­va­re sic­ci­tà ricor­ren­ti, pre­ci­pi­ta­zio­ni estre­me, scio­gli­men­to dei ghiac­ciai e innal­za­men­to del livel­lo dei mari, ma in mol­te aree del mon­do gli even­ti estre­mi sono già real­tà. Milio­ni di per­so­ne han­no visto le loro comu­ni­tà distrut­te, han­no per­so la casa e ogni mez­zo di sus­si­sten­za, e sono sta­te costret­te a spostarsi.

Nel 2024, circa 17,2 milioni di persone sono migrate a causa della crisi climatica.

Secon­do il rap­por­to Ground­swell del­la Ban­ca Mon­dia­le, entro il 2050 que­sto nume­ro potreb­be sali­re a 216 milio­ni se la cri­si non ver­rà con­tra­sta­ta da misu­re ade­gua­te. I flus­si migra­to­ri si con­cen­tra­no nel­le zone mag­gior­men­te sog­get­te al cam­bia­men­to climatico.

In Afri­ca sub­sa­ha­ria­na si regi­stra una gra­ve sic­ci­tà, in Medio Orien­te la scar­si­tà d’acqua ridu­ce le ter­re col­ti­va­bi­li, men­tre nel­le iso­le del Paci­fi­co e dei Carai­bi l’innalzamento dei mari fa scom­pa­ri­re por­zio­ni di ter­ri­to­rio. Le comu­ni­tà rura­li fon­da­te su agri­col­tu­ra e pesca si tro­va­no sem­pre più in dif­fi­col­tà per la man­can­za di risorse.

Il qua­dro è anco­ra più allar­man­te se si con­si­de­ra che le regio­ni più col­pi­te dagli even­ti cli­ma­ti­ci estre­mi sono quel­le in via di svi­lup­po. In più, quan­do gli even­ti cli­ma­ti­ci estre­mi si som­ma­no a con­flit­ti e ten­sio­ni socia­li già esi­sten­ti, il rischio di insta­bi­li­tà e vio­len­za cre­sce, poi­ché la scar­si­tà di risor­se può inten­si­fi­ca­re le tensioni.

Uno dei Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico è il Bangladesh.

Nel 2023, i cit­ta­di­ni ben­ga­le­si sono risul­ta­ti la quar­ta nazio­na­li­tà più rap­pre­sen­ta­ta tra le per­so­ne migran­ti sbar­ca­te in Ita­lia. Mol­ti di loro sono fug­gi­ti dopo aver per­so tut­to a cau­sa di disa­stri natu­ra­li, spin­ti dal­la pover­tà e dal­la man­can­za di soste­gno statale.

Nono­stan­te le dif­fi­col­tà, alle per­so­ne costret­te a fug­gi­re da disa­stri cli­ma­ti­ci non è rico­no­sciu­to lo sta­tus di rifu­gia­to per un vuo­to nor­ma­ti­vo nel dirit­to inter­na­zio­na­le. La defi­ni­zio­ne con­te­nu­ta nel­la Con­ven­zio­ne sui rifu­gia­ti di Gine­vra del 1951, infat­ti, fa rife­ri­men­to solo a chi fug­ge da per­se­cu­zio­ni lega­te a raz­za, reli­gio­ne, nazio­na­li­tà, appar­te­nen­za a un grup­po socia­le o opi­nio­ni politiche.

Nel 1998, la giu­ri­spru­den­za ita­lia­na ha intro­dot­to for­me di pro­te­zio­ne per le per­so­ne costret­te a migra­re a cau­sa di disa­stri ambien­ta­li e, nel tem­po, ha rico­no­sciu­to tut­ti gli sta­tus pre­vi­sti dall’ordinamento per que­sti casi.

Seb­be­ne il nostro ordi­na­men­to giu­ri­di­co nazio­na­le abbia fat­to dei pas­si in avan­ti, non si può igno­ra­re la neces­si­tà di un inter­ven­to da par­te del­la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le che garan­ti­sca a chi fug­ge dai disa­stri cli­ma­ti­ci una pro­te­zio­ne ade­gua­ta.

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Federica Corsaro
Lau­rea­ta in Media­zio­ne Lin­gui­sti­ca e ora stu­den­tes­sa di Comu­ni­ca­zio­ne. Mi inte­res­sa sem­pre ciò che suc­ce­de nel mon­do e cono­sce­re le diver­se cul­tu­re che lo abitano.

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