Siamo in costante movimento, ruotando incessantemente attorno all’asse terrestre. Come facciamo a non meravigliarci?
È così che il 26 giugno Alessandro D’Avenia ha iniziato il suo discorso Stupefacenza: alla ricerca della gioia perduta, tenutosi al Castello Sforzesco, in occasione del Festival della Bellezza.
Viviamo in un tempo dove tutto è veloce, misurato, previsto. Siamo così convinti che la realtà sia solo ciò che vediamo e tocchiamo, da non riuscire più a sentirne la voce. Ma il mondo parla. Lo fa attraverso la bellezza, attraverso l’armonia dell’universo, attraverso piccoli dettagli come la fioritura di un gelsomino o quella di un giardino di magnolie. Eppure, siamo diventati sordi. Sordus, spiega D’Avenia, in latino significa proprio “incapace di ascoltare”. Siamo così convinti che la vita sia solo ciò che vediamo che non ci meravigliamo più nemmeno del fatto che stiamo su una Terra che gira da miliardi di anni, sorretta da una logica matematica. E se non sentiamo più, se nulla più ci stupisce, allora è la vita stessa a diventare muta.
Abbiamo perso il senso del tempo circolare: viviamo in maniera lineare, guidati da una nuova divinità, l’Ansia, quando dovremmo farci guidare dalla Mirabilia. Tutto nell’universo segue un ritmo ciclico: le stagioni, i pianeti, la vita stessa. Se tutto ha un ordine, se la natura fiorisce con ciclicità, non significa forse che anche la nostra vita ha un disegno? La bellezza è ciò che ci parla. E se ci parla, vuol dire che c’è qualcuno dietro, un ordine.
La stupefacenza – quella capacità di restare senza parole davanti alla bellezza – nasce dalla sostanza. Come gli alberi che affondano le radici prima di dare frutti, anche l’uomo ha bisogno di profondità. E se in natura c’è una stagionalità, allora anche per l’uomo è sempre tempo di dare frutto. Ci sono momenti di gelo, di silenzio, ma non sono vuoti: stanno solo preparando la fioritura.
Eppure oggi abbiamo trasformato l’estasi in una sostanza chimica, la vocazione in profitto, la scuola in un sistema di crediti e debiti.
Ma il fine della vita non è la sopravvivenza: è la gioia. Quella piena, luminosa, che nasce dallo stupore e ci spinge a restituire al mondo un riflesso della bellezza ricevuta.
Perché ci fermiamo a scattare una foto a un giardino di magnolie? Vogliamo che quella bellezza ci dica che non siamo il nulla, che siamo chiamati a fare altra bellezza. Vogliamo sentire che c’è un motivo per cui siamo vivi, che la nostra esistenza non è casuale.
Dostoevskij l’aveva capito: secondo lui, non potremmo inventare neanche un chiodo se non ci fosse la bellezza.
La scuola dovrebbe essere il luogo dell’ascolto. Ma oggi, denuncia D’Avenia, non ci interessa la presenza delle persone, solo la loro assenza: tutto è scritto sulla giustificazione. Non si chiama più per nome. Eppure, è proprio lì – nel sentirsi chiamati per nome – che un giovane può scoprire la propria unicità, la propria vocazione. Siamo insostituibili, dice D’Avenia. Lo siamo già nel grembo materno, dove si forma la nostra impronta digitale. Ma nessuno ci insegna che abbiamo una vocazione, che c’è qualcosa per cui vale la pena vivere.
Tutti noi siamo chiamati. A dire qualcosa di bello al mondo. A fare qualcosa che resti. Anche se nessuno la vede. Anche se nessuno applaude. Perché quella bellezza resta.
Il poeta Giacomo Leopardi, in una lettera a Pietro Giordani dell’aprile 1817, scriveva:
Mi sento così trasportar fuori di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene.
È quella che i Greci chiamavano ekstasis (stare pur uscendo da se stessi). Ma oggi, nota D’Avenia, se non c’è sostanza, si cerca un surrogato. La droga è il tentativo chimico di produrre felicità, perché non abbiamo memoria della felicità autentica. La meraviglia è ciò che ci apre alla gioia. Non quella superficiale e veloce, ma quella piena, che nasce dal vedere l’incommensurabile nel quotidiano.
Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto ai campi di concentramento, raccontava che, siccome le persone erano private del proprio nome, chi aveva un motivo per vivere – una persona, un progetto, un libro – sopravviveva più facilmente. Perché quello è il senso, la sostanza, “il pezzetto di mondo in cui ciascuno è insostituibile” come scriveva Frankl in L’uomo in cerca di senso.
Allora D’Avenia ci invita a chiederci: per cosa vale la pena vivere?
Non siamo soli. Neanche nel dolore più buio. Come Ulisse che, pur vivendo in un’isola perfetta accanto a una dea immortale, sceglie di partire. E piange, perché vuole tornare non a un luogo, ma a se stesso, a Itaca, che è il nome della sua vocazione umana. Così anche per noi c’è sempre una voce che ci chiama a tornare a ciò che siamo davvero, a casa, a Itaca.
Dobbiamo tornare a fare festa. Perché il modo in cui una comunità fa festa dice molto sulla sua salute. Se sappiamo ancora celebrare insieme, se possiamo ancora incantarci davanti a un gelsomino in fiore, allora non siamo perduti. Siamo ancora vivi. Non sappiamo bene dove andare, ma possiamo ancora ascoltare. Possiamo ancora stupirci e da lì ripartire.
D’Avenia chiude il discorso con una poesia, Preghiera del signor cogito viaggiatore, un auspicio per poter vivere la vita con Stupefacenza:
[…] Concedimi […] / soprattutto di essere umile / ovvero uno che desidera / tornare alla sorgente. / Ti ringrazio per aver creato il mondo/ bello e vario. / E se questa è la Tua seduzione / io sono sedotto per sempre / e senza remissione.

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