Tajikistan: libertà religiosa in bilico

Tra le cate­ne mon­tuo­se dell’Asia Cen­tra­le c’è uno sta­to ex-sovie­ti­co, com­po­sto per più del 90% del­la popo­la­zio­ne da abi­tan­ti musul­ma­ni, il cui gover­no, al con­tra­rio del suo vici­no Afgha­ni­stan, sta facen­do di tut­to per disin­cen­ti­va­re la reli­gio­si­tà dei pro­pri cittadini.

Il Tajikistan secondo la Costituzione è un paese laico che separa la sfera religiosa da quella governativa e che concede ad ognuno il diritto di professare liberamente la propria fede.

Tut­ta­via dal 1997 ad oggi il Pre­si­den­te a vita Emo­ma­li Rah­mon ha adot­ta­to diver­se misu­re vol­te a limi­ta­re l’espressione reli­gio­sa dei tagi­ki. L’operazione più recen­te a tal pro­po­si­to risa­le al 2024 e, sep­pur il suo inten­to dichia­ra­to fos­se quel­lo di pro­muo­ve­re l’abbigliamento tra­di­zio­na­le a sca­pi­to di quel­lo stra­nie­ro, risul­tò nel­la mes­sa al ban­do dell’hijab, il velo che alcu­ne don­ne musul­ma­ne indos­sa­no sul capo. Tale divie­to ave­va già luo­go nel­le scuo­le, nel­le uni­ver­si­tà e nel­le isti­tu­zio­ni statali.


Pre­ce­den­te­men­te, nel 2016, le auto­ri­tà tagi­ke ave­va­no arre­sta­to miglia­ia di cit­ta­di­ni che por­ta­va­no bar­be lun­ghe, usan­za sim­bo­lo di devo­zio­ne alla fede isla­mi­ca, arri­van­do a rade­re qua­si 13000 uomi­ni in quel­la che fu giu­sti­fi­ca­ta come un’azione di anti-radi­ca­liz­za­zio­ne.
Dal 2011 attra­ver­so una leg­ge di “respon­sa­bi­li­tà geni­to­ria­le” il gover­no proi­bì ai mino­ren­ni di fre­quen­ta­re moschee, chie­se ed altri luo­ghi di cul­to, fat­ta ecce­zio­ne per colo­ro che stu­dia­no pres­so scuo­le religiose.

L’obiettivo espresso è sempre lo stesso: combattere ed estirpare ogni tipo di fondamentalismo
e di estremismo.

Nel 2007 ven­ne­ro mes­si al ban­do i Testi­mo­ni di Geo­va, poi con­si­de­ra­ti nel 2021 dal­la Cor­te Supre­ma un’organizzazione estre­mi­sta. Non risul­ta dif­fi­ci­le rite­ne­re tale lot­ta alla reli­gio­ne un con­ve­nien­te stru­men­to poli­ti­co, uti­le a far sì che le auto­ri­tà pos­sa­no gover­na­re con più faci­li­tà su una par­te di popo­la­zio­ne impau­ri­ta e poco coe­sa. Que­sto chia­ri­reb­be ulte­rior­men­te le ragio­ni die­tro all’interdizione nel 2015 di uno tra i prin­ci­pa­li par­ti­ti poli­ti­ci di oppo­si­zio­ne al gover­no tagi­ko, ovve­ro l’Isla­mic Revi­val Par­ty of Taji­ki­stan e l’arresto di alcu­ni dei suoi membri.

Nel 2023 Nazi­la Gha­nea, Rela­tri­ce Spe­cia­le di liber­tà reli­gio­sa pres­so le Nazio­ni Uni­te, in segui­to ad una visi­ta al Tagi­ki­stan sol­le­ci­tò le cari­che del pae­se a guar­da­re oltre alle pre­oc­cu­pa­zio­ni rela­ti­ve all’estremismo, affer­man­do che le reli­gio­ni pos­so­no ave­re un impat­to posi­ti­vo sul­la società.

Al momen­to l’esortazione pro­ve­nien­te dall’ONU non sem­bre­reb­be aver por­ta­to a dei cam­bia­men­ti strut­tu­ra­li in uno sta­to che sta cer­can­do di limi­ta­re la liber­tà reli­gio­sa da cir­ca ven­ti anni. Così le deci­sio­ni del­le auto­ri­tà, sia­no esse moti­va­te da que­stio­ni poli­ti­che o ideo­lo­gi­che, stan­no sem­pre di più pri­van­do i Tagi­ki del­la pos­si­bi­li­tà di espri­me­re come meglio riten­go­no il pro­prio cre­do religioso.

Samuele Braguti

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