Arnaldo Pomodoro raccontato da Milano, storia e opere dell’artista.

Arnaldo Pomodoro raccontato da Milano, storia e opere dell’artista.
Arnaldo Pomodoro raccontato da Milano, storia e opere dell’artista.

Mila­no è una cit­tà che vive e si tra­sfor­ma attra­ver­so l’arte, e tra le tan­te voci che ne han­no model­la­to l’identità, quel­la di Arnal­do Pomo­do­ro è tra le più inci­si­ve e rico­no­sci­bi­li. Scul­to­re di fama inter­na­zio­na­le, Pomo­do­ro ha tra­sfor­ma­to il tes­su­to urbano e cul­tu­ra­le mila­ne­se in una sor­ta di rac­con­to scol­pi­to, intrec­cian­do mate­ria e signi­fi­ca­to, for­ma e memo­ria collettiva.

Nato nel 1926 a Mor­cia­no di Roma­gna, si tra­sfe­ri­sce a Mila­no nel 1954. È un momen­to cru­cia­le, in cui la cit­tà si sta affer­man­do come cen­tro pul­san­te di moder­ni­tà e spe­ri­men­ta­zio­ne. In que­sto con­te­sto viva­ce, Pomo­do­ro tro­va ter­re­no fer­ti­le per far emer­ge­re la pro­pria poe­ti­ca: un lin­guag­gio visi­vo che inda­ga le ten­sio­ni pro­fon­de tra ordi­ne e disor­di­ne, tra super­fi­cie levi­ga­ta e feri­ta, tra geo­me­tria e rot­tu­ra. Mila­no, con il suo spi­ri­to razio­na­le e crea­ti­vo insie­me, diven­ta il labo­ra­to­rio per­ma­nen­te del­la sua ricerca.

Uno dei primi contatti pubblici con la sua opera nella città è la celebre Sfera, collocata di fronte alla sede RAI in Corso Sempione.

A un pri­mo sguar­do può sem­bra­re un ogget­to per­fet­to, ma osser­van­do­la meglio, si apre e si lace­ra, rive­lan­do ingra­nag­gi inter­ni, frat­tu­re, miste­ri. È un’o­pe­ra che incar­na per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne pomo­do­ria­na tra per­fe­zio­ne e disgre­ga­zio­ne. Sim­bo­lo del­la moder­ni­tà come mac­chi­na com­ples­sa, spes­so insta­bi­le, la sfe­ra riflet­te la fra­gi­li­tà del­le strut­tu­re, socia­li, poli­ti­che, esi­sten­zia­li, che ci circondano.Tra le ope­re più ico­ni­che e rico­no­sci­bi­li a Mila­no spic­ca sen­za dub­bio il Gran­de Disco in Piaz­za Meda. Rea­liz­za­to tra il 1972 e il 1979, è una scul­tu­ra monu­men­ta­le in bron­zo dora­to, dal dia­me­tro impo­nen­te di oltre quat­tro metri. Il disco è un ogget­to che ruo­ta su se stes­so, come se stes­se rac­con­tan­do il pas­sag­gio del tem­po, il movi­men­to del­la sto­ria e la pre­ca­rie­tà del­le cer­tez­ze. Non è solo una scul­tu­ra: è un segno che ha tra­sfor­ma­to una piaz­za in luo­go di rifles­sio­ne e bellezza.

Ma il legame di Pomodoro con Milano non è solo monumentale, è anche profondamente culturale e pedagogico.

Ne è pro­va la Fon­da­zio­ne Arnal­do Pomo­do­ro, fon­da­ta nel 1995. Nata ini­zial­men­te negli spa­zi indu­stria­li di via Sola­ri, oggi ha sede in via Vige­va­no 9, nel cuo­re del­la zona dei Navi­gli. Que­sto luo­go non è solo un archi­vio del­la memo­ria arti­sti­ca, ma un cen­tro vivo di pro­du­zio­ne cul­tu­ra­le. Qui si orga­niz­za­no mostre tem­po­ra­nee, even­ti, atti­vi­tà edu­ca­ti­ve e labo­ra­to­ri, che coin­vol­go­no il pub­bli­co in una rifles­sio­ne atti­va sull’arte contemporanea.

Tra le instal­la­zio­ni per­ma­nen­ti più affa­sci­nan­ti del­la Fon­da­zio­ne spic­ca Ingres­so nel labi­rin­to, un’opera ambien­ta­le monu­men­ta­le e immer­si­va, svi­lup­pa­ta a par­ti­re da un pro­get­to pen­sa­to per la cit­tà di Gibel­li­na. Si trat­ta di un vero e pro­prio viag­gio sim­bo­li­co den­tro la men­te dell’artista: un per­cor­so fisi­co e men­ta­le, dove il visi­ta­to­re è chia­ma­to ad attra­ver­sa­re uno spa­zio che mesco­la sug­ge­stio­ni archeo­lo­gi­che, mito e arte contemporanea. 

Un altro luo­go sim­bo­li­co per com­pren­de­re la poe­ti­ca di Pomo­do­ro è il Museo del Nove­cen­to, accan­to al Duo­mo. Qui sono custo­di­te alcu­ne ope­re chia­ve, tra cui Colon­na del viag­gia­to­re (1959) e Sfe­ra n. 5 (1965). Nel­la pri­ma, una strut­tu­ra tote­mi­ca ver­ti­ca­le, l’artista inci­de e sol­ca la super­fi­cie, come se voles­se tra­sfor­mar­la in un ogget­to ritua­le venu­to da un’altra epo­ca. La secon­da anti­ci­pa mol­ti dei temi che esplo­de­ran­no nel­le gran­di sfe­re pub­bli­che: una sfe­ra appa­ren­te­men­te per­fet­ta, ma spez­za­ta, che lascia intra­ve­de­re un inter­no com­ples­so e vivo. Sono ope­re che par­la­no non solo di for­ma, ma di ten­sio­ne inte­rio­re, di stra­ti­fi­ca­zio­ne cul­tu­ra­le, di ricer­ca di senso.

Pomodoro ha anche avuto un rapporto privilegiato con il teatro, in particolare con il Piccolo Teatro di Milano e il regista Giorgio Strehler.

La loro col­la­bo­ra­zio­ne ha dato vita a splen­di­de sce­no­gra­fie per spet­ta­co­li come Ore­stea, dove la scul­tu­ra diven­ta spa­zio dram­ma­tur­gi­co. I pla­sti­ci, i boz­zet­ti e i docu­men­ti lega­ti a que­sti pro­get­ti sono oggi par­te inte­gran­te del patri­mo­nio custo­di­to dal­la Fon­da­zio­ne, testi­mo­nian­do un aspet­to meno noto ma estre­ma­men­te signi­fi­ca­ti­vo del­la sua carriera. 

Un pun­to di rife­ri­men­to sim­bo­li­co è l’Obe­li­sco per i Cara­bi­nie­ri in Piaz­za Diaz, a due pas­si dal Duo­mo. Qui l’artista ripren­de la for­ma clas­si­ca dell’obelisco per tra­sfor­mar­la in un segno con­tem­po­ra­neo: una colon­na sol­ca­ta da fen­di­tu­re e frat­tu­re, che si apre su una strut­tu­ra inter­na com­ples­sa, qua­si orga­ni­ca. È un’opera che par­la di tem­po, di memo­ria, ma anche di vul­ne­ra­bi­li­tà. Anche in que­sto caso, l’artista smon­ta le cer­tez­ze for­ma­li del­la tra­di­zio­ne per pro­por­re una nuo­va visio­ne, più inquie­ta e pro­fon­da, del­la realtà.

Nel corso della sua lunga carriera, Pomodoro ha anche avuto occasione di collaborare anche con la Triennale di Milano, partecipando a mostre e progetti che lo hanno messo in dialogo con altri protagonisti dell’arte e del design.

Pur essen­do prin­ci­pal­men­te scul­to­re, il suo approc­cio ha spes­so oltre­pas­sa­to i con­fi­ni del­la disci­pli­na, avvi­ci­nan­do­si al mon­do dell’architettura e del­la pro­get­ta­zio­ne. Que­sta atti­tu­di­ne spe­ri­men­ta­le, capa­ce di fon­de­re rigo­re for­ma­le e visio­ne sim­bo­li­ca, tro­va una natu­ra­le affi­ni­tà con lo spi­ri­to del­la Trien­na­le, isti­tu­zio­ne che da sem­pre pro­muo­ve il con­fron­to tra le arti. 

Segui­re le trac­ce di Arnal­do Pomo­do­ro a Mila­no signi­fi­ca per­cor­re­re una cit­tà fat­ta non solo di spa­zi e volu­mi, ma dise­gni, sim­bo­li e frat­tu­re che par­la­no al pre­sen­te. Le sue ope­re, dis­se­mi­na­te tra piaz­ze, isti­tu­zio­ni cul­tu­ra­li e spa­zi espo­si­ti­vi, non sono solo ogget­ti este­ti­ci: tra­sfor­ma­no il metal­lo in rac­con­to e la cit­tà in un pae­sag­gio dell’anima dell’uomo moder­no.
Pomo­do­ro ha fat­to di Mila­no non solo la sua casa, ma anche il cam­po di pro­va del­la sua visio­ne del mon­do. Mila­no, in cam­bio, lo ha accol­to come uno dei suoi inter­pre­ti più pro­fon­di, incor­po­ran­do la sua arte nel pro­prio DNA cul­tu­ra­le e urbano.

Arti­co­lo di Ame­lie Bourdon

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