Da riascoltare per la prima volta: Theatre Of Pain, il palcoscenico del caos

21 giu­gno 1985 — Los Ange­les, California. 

In quell’anno (come nel resto degli anni ‘80), negli Sta­ti Uni­ti spo­po­la il glam metal, il sot­to­ge­ne­re del metal defi­ni­to tale per l’abbigliamento visto­so. Fra i tan­tis­si­mi grup­pi, di cui ricor­dia­mo Poi­son, Cin­de­rel­la, Skid Row, Def Lep­pard, si rico­no­sco­no quat­tro ragaz­zi, con­si­de­ra­ti i mag­gio­ri esponenti. 

Nik­ki Sixx, Tom­my Lee, Mick Mars Vin­ce Neil, com­po­nen­ti del grup­po Mötley Crüe, pre­ci­sa­men­te in quel­la data tor­na­no sul­la sce­na musi­ca­le con il loro ter­zo album Thea­tre Of Pain, dopo i suc­ces­si di Too Fast For Love (1981) e Shout At The Devil (1983).

Il pro­dot­to con­ta in tota­le die­ci tracce:

City Boy Blues - un testo cari­co di rifles­sio­ni, tut­te rivol­te ver­so il con­cet­to di sen­tir­si fuo­ri posto in una socie­tà fre­ne­ti­ca. Con sono­ri­tà blues, il bra­no anti­ci­pa quel­lo che, di nor­ma, non ci si aspet­ta in un album dei Mötley Crüe: atmo­sfe­re malin­co­ni­che.

Smo­kin’ In The Boys Room - non un bra­no auten­ti­co, ben­sì una cover: il testo ori­gi­na­le è dei Bro­wn­svil­le Sta­tion (1973). I Mötley Crüe lo rein­ter­pre­ta­no in chia­ve glam metal, sim­bo­leg­gian­do la clas­si­ca ribel­lio­ne ado­le­scen­zia­le.

Lou­der Than Hell - il pez­zo più esplo­si­vo dell’album è di fat­to uno «scar­to»: dove­va infat­ti appa­ri­re nel­la trac­kli­st di Shout At The Devil sot­to il nome di Hot­ter Than Hell, ma le sono­ri­tà era­no trop­po «leg­ge­re» rispet­to ai pez­zi cru­di già pre­sen­ti. Il testo è mol­to sem­pli­ce ma effi­ca­ce, stu­dia­to per inca­strar­si in testa e urlar­lo ai concerti.

Keep Your Eye On The Money - il bra­no met­te in evi­den­za il lato oscu­ro di fama e suc­ces­so, che spes­so si tra­du­co­no in avi­di­tà ambi­zio­ni tos­si­che. Invi­dia, odio, ten­ta­ti­vi di sabo­tag­gio e man­can­za di fidu­cia: tut­ti ele­men­ti che costi­tui­sco­no un pano­ra­ma che, visto da fuo­ri, sem­bra per­fet­to e luc­ci­can­te, ma, come si suol dire, non è tut­to oro ciò che luccica.

Home Sweet Home - La power bal­lad sim­bo­lo degli anni 80, con un testo sem­pli­ce ma d’effetto: vie­ne rac­con­ta­ta l’esperienza, sod­di­sfa­cen­te ma stan­can­te, dei tour, e l’immediato biso­gno di tor­na­re a casa. La can­zo­ne si apre con una melo­dia al pia­no­for­te (altra carat­te­ri­sti­ca inso­li­ta per la band) suo­na­ta dal bat­te­ri­sta Tom­my Lee, che anti­ci­pa le atmo­sfe­re del­la can­zo­ne. Mick Mars gio­ca con un asso­lo mera­vi­glio­sa­men­te malin­co­ni­co, susci­tan­do emo­zio­ni pro­fon­de. Il video­clip è sta­to tra­smes­so mol­tis­si­me vol­te su MTV, tan­to che l’emittente dovet­te limi­tar­ne le richieste.

Tonight (We Need A Lover) - il pez­zo «inno» dell’album in sti­le glam dota­to di un rit­mo coin­vol­gen­te ed incal­zan­te, e riff pun­gen­ti. Il bra­no tra­sci­na con sé un’atmo­sfe­ra sen­sua­le e auda­ce, met­ten­do in evi­den­za la voglia di scap­pa­re ed esse­re libe­ro, oltre che di ama­re sen­za pen­sie­ri. Il signi­fi­ca­to più pro­fon­do, però, è il ten­ta­ti­vo di col­ma­re quel­la soli­tu­di­ne che arri­va sem­pre nei momen­ti peg­gio­ri, come nel­la clas­si­ca situa­zio­ne post con­cer­to. Qui l’amore non è esplo­ra­to come un sen­ti­men­to sta­bi­le e dura­tu­ro, ben­sì come un biso­gno istin­ti­vo.

Use It Or Lose It - il tito­lo di que­sta can­zo­ne si rifà a un det­to ame­ri­ca­no: «se non lo usi, lo per­di». La band pre­sen­ta que­sto bra­no come un mot­to aggres­si­vo e sfre­na­to, che invi­ta a fare più pos­si­bi­le, per­ché la vita è sem­pre trop­po bre­ve. Ascol­ta­re l’istinto, anda­re con­tro­cor­ren­te, distin­guer­si, con­cen­trar­si su ciò che si ama dav­ve­ro e non su ciò che sei obbli­ga­to a svol­ge­re sono gli ingre­dien­ti per­fet­ti per una vita vis­su­ta a pie­no. Vie­ne mes­so in evi­den­za il rim­pian­to come malat­tia peg­gio­re: guar­dar­si indie­tro da gran­di e osser­va­re tut­to ciò che si pote­va fare e non si è fat­to logo­ra l’anima.

Save Our Souls - il testo si con­cen­tra sul­la descri­zio­ne dell’alie­na­zio­ne urba­na, mostran­do un mon­do ver­so il col­las­so. Inol­tre, è pre­sen­te una cri­si esi­sten­zia­le che por­ta a riflet­te­re su cosa si sta viven­do per dav­ve­ro. Il sen­so di smar­ri­men­to è accen­tua­to, la ret­ta via è oscu­ra­ta e pare non esser­ci un modo per la reden­zio­ne. Il bra­no si avvi­ci­na alle sono­ri­tà hard rock distac­can­do­si tem­po­ra­nea­men­te dal soli­to glam.

Rai­se Your Hands To Rock - il bra­no più otti­mi­sta dell’album è un con­cen­tra­to di spe­ran­za e for­za, dove la musi­ca è vista come sal­vez­za. La scel­ta del tito­lo non è casua­le, vuo­le rap­pre­sen­ta­re il gesto uni­ver­sa­le che si com­pie quan­do ci si lascia tra­spor­ta­re dal­le note. Si può inter­pre­ta­re come un vero e pro­prio invi­to a non arren­der­si e a cre­de­re in sé stes­si, anche nei momen­ti più bui: tan­to, a sal­var­ci, c’è il rock.

Fight For Your Rights - come si inten­de dal tito­lo, la can­zo­ne è un invi­to a com­bat­te­re per i pro­pri dirit­ti, con­tra­stan­do un siste­ma oppri­men­te e la cen­su­ra. Una con­clu­sio­ne in pie­no sti­le Crüe che, dopo aver affron­ta­to tan­ti temi diver­si, chiu­do­no in bel­lez­za una del­le fasi più pro­spe­re del­la loro carriera.

Un album che rega­la bra­ni sen­za tem­po, che anco­ra oggi fan­no bat­te­re i cuo­ri e bal­la­re sen­za pensieri.

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Giulia Cerbino
Stu­den­tes­sa di comu­ni­ca­zio­ne di gior­no, gior­na­li­sta rock di notte.

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