“It’s only rock n’ roll, but I like it” cantavano i Rolling Stones nel 1974, ed è probabilmente la frase più adatta per descrivere Diego Conti, cantautore laziale ospite di quest’intervista. Attraverso i suoi occhiali a specchio abbiamo scoperto un cuore grande, tanti segreti, storie particolari e un’immensa voglia di far conoscere la sua musica.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che scrivere e cantare era “la tua strada”?
Sì, perché ho iniziato a suonare con una mia prima band in giro per il Lazio: suonavamo cover rock anni ‘70 come Rolling Stones, Beatles, Eric Clapton; poi sono arrivato ad un punto dell’adolescenza in cui le prime cotte mi hanno fatto scrivere canzoni senza ipocrisia. In quel periodo ho scritto Ci Vorrebbe Un Blackout, pezzo che parla di un possibile blackout mondiale che rivela solo le cose importanti. Presentai il pezzo al Tour Music Fest, un concorso molto importante di musica emergente, arrivando a cantare al Piper Club di Roma. Dopo un particolare episodio dove ho incontrato i Litfiba in autogrill casualmente, ho conosciuto Davide Maggioni e la Rusty Records, e grazie a loro sono entrato a far parte di questo luna park chiamato musica.
A chi ti sei ispirato vocalmente e con la chitarra lungo il tuo percorso?
Avevo dieci anni e vidi un docufilm, The Song Remains The Same dei Led Zeppelin, e rimasi estasiato da questi esseri perfetti, così lontani da me. Possiamo quindi dire Led Zeppelin, Rolling Stones (che mio padre ama alla follia), Bob Dylan, Joe Cocker…
Quando scrivi, hai in mente un destinatario particolare oppure scrivi per te stesso prima che per gli altri?
All’inizio hai l’ossessione di dover rispondere al gusto altrui, e sei meno naturale. Io me ne frego di ciò che c’è intorno, scrivo in primis per me stesso, per fare la musica che piace a me, non per incontrare il gusto del pubblico… spero di trovare quello giusto.
Hai partecipato a Sanremo Giovani e X Factor: come hai vissuto queste esperienze? Sei riuscito a portare davvero te stesso in quei contesti?
Il me stesso di allora sì, il me stesso di oggi no perché ancora non lo ero. Quando ho fatto X Factor ero un ragazzo che stava scrivendo le prime canzoni ed era la prima occasione gigante. Per quanto riguarda Sanremo invece ero pienamente a fuoco: nel 2018 ho vissuto certe esperienze e scritto delle canzoni, come è successo per la canzone 3 Gradi, un chiaro esempio di nulla di programmato nella musica. Registrai quella canzone dopo una relazione clandestina senza pensare che venisse poi presa a Sanremo e venisse presentata da Pippo Baudo.
Ti capita mai di paura della musica, di quello che si smuove dentro?
Sento che la musica risveglia dentro di me qualche parte interiore che forse non conosco bene. Credo che ci sia un’ energia che mi guida da anni, che mi ha buttato in questo mondo: col tempo ho imparato a non temerla, ma gestirla. All’inizio poteva sembrare paura, ma con quell’energia oggi ci vado a braccetto.
Come è nato Fili D’Oro?
Partiamo dal titolo: il nome Fili D’Oro è nato dalla canzone omonima che è l’ultima arrivata in ordine cronologico delle canzoni che ho scritto. Ha un significato metaforico: innanzitutto mi piace molto l’oro — è il mio elemento — e poi per me ogni pezzo di questo disco è come se fosse un filo d’oro prezioso. È un disco che ho scritto con Andrew Loog Oldham, manager dei Rolling Stones. Ho limato i testi con professionisti come Cheope Mogol, e ho registrato il disco insieme ad Ivan Antonio Rossi e Matteo Cantaluppi, attivi nelle produzioni rock italiane.
Che rapporto si è creato con Andrew Loog Oldham?
Gioco del destino totalmente casuale: mio padre piombò dicendo che aveva conosciuto al bar del mio paese un canadese, che ogni settimana riceve Andrew Loog Oldham a casa sua. Ovviamente non ci ho creduto (ride, ndr). In quel periodo ero immerso in una depressione cosmica a causa della morte di mia madre e della pandemia, così iniziai ad andare a Bologna per registrare il nuovo disco con i Fonoprint Studios. Mio padre ripostava le mie canzoni e i miei viaggi musicali su Facebook, dove lui e il canadese erano diventati amici. A nostra totale insaputa, l’ormai oggi nostro amico Marc, fece vedere a Oldham i miei video; lui iniziò a mandarmi dei vinili autografati, e io ricambiai con una lettera di ringraziamenti. In quelle settimane andai più volte ospite da Red Ronnie al suo “Premiato Circo Volante del Barone Rosso”. Cantavo e parlavo di me con il mitico Red e aprimmo il regalo di Andrew in diretta. Oldham mi vide cantare su YouTube e disse a Marc di farsi inviare qualche demo, e se avesse notato del potenziale avrebbe deciso di lavorare con me. Lui ha fatto con me il lavoro — potremmo dire lezioni sul Song Writing estremo — che ha fatto all’epoca con Keith Richards e Mick Jagger, e l’ha voluto fare spontaneamente senza chiedere nulla in cambio, e quando io timidamente gli chiesi di depositare le canzoni insieme in SIAE, lui accettò con grande piacere. È stato il mio mentore, il mio angelo del rock mi piace dire, e lui è contento di questa mia affermazione. Anche nei miei pezzi futuri ci sarà il suo zampino!
C’è una canzone di Fili d’Oro che ti ha messo in crisi nel bene o nel male?
Sì, ed è I Baci A Scuola: frequentavo una ragazza più grande e ricordo che una sera, mandando un audio a questa persona, presi la chitarra e così per gioco iniziai ad intonare quelle che diventarono le prime parole della canzone, e la feci piangere. Lì scrissi la demo, e fu la prima canzone che fece innamorare Odlham della mia musica. Lui è sempre stato molto rispettoso: non mi ha mai detto “fai così”, lui mi diceva “più aria, più Stones, giro più largo, però fammi vedere sempre il mare”, si esprimeva a metafore. Quando la portai in Fonoprint a Bologna, mi fecero notare che era un pezzo con grande potenziale, ma bisognava “sbattere di più la testa sul testo”: ho lavorato quindi con Mogol, imparando tantissimo; con Ivan Rossi abbiamo realizzato l’arrangiamento decisamente British, un po’ alla Liam Gallagher, e poi finalmente è uscita.
Nuovo album all’orizzonte?
Possiamo dire che presto lavorerò a un nuovo disco, a delle nuove canzoni, però tempistiche e dettagli ancora non ne ho. Se vuoi sapere se sono pronto e se accadrà, puoi averne la certezza e sarà molto più di ciò che ti aspetti.
C’è una canzone che oggi non rifaresti più o che riscriveresti da capo?
In realtà nessuna: ogni canzone racconta il me di quel momento. È chiaro che se ascolto il primo pezzo della mia vita (L’impegno), o se sento alcuni pezzi del disco dove c’era 3 Gradi di Sanremo, la mia penna è talmente cambiata che magari si percepisce che lì ero un ragazzino alla ricerca di sé, un po’ acerbo… Guardandomi indietro però, voglio vedere le mie prime canzoni, di quando stavo scoprendo questo mondo, e le voglio conservare così, perché mi piace vedere il percorso che ho fatto nella scrittura dei pezzi.
Cosa ne pensi del panorama musicale italiano contemporaneo?
Penso che sia un momento in cui nuove generazioni hanno creato qualcosa di nuovo che prima non c’era — piaccia o meno. Il mondo Indie ci ha fatto riscoprire le canzoni scritte e cantate in maniera vera ancora una volta, cosa che mancava molto negli ultimi anni. Non mi piace chi dice che oggi la musica fa schifo perché non è vero: c’è tanta musica bella, anche quella suonata fa sempre un po’ più fatica ad uscire. È un po’ una caccia al tesoro, ma il tesoro c’è ancora. C’è un movimento rock che sta tornando, e quando parte il country dall’America e il rock dall’Inghilterra, in poco torna in Italia, ritorna la missione che i Måneskin hanno iniziato qualche tempo fa. Il rock non morirà mai, noi che lo ascoltiamo andremo avanti e li fregheremo tutti.
Nei tuoi video ti ritrovi spesso a dover rincuorare chi viene preso in giro per il tipo di musica che ascolta o perché indossa le magliette della band. Secondo te perché accade questo?
Quando uno disprezza le cose è perché non le conosce. Tanta gente, soprattutto giovani, non sanno chi sono i KISS, i Mötley Crüe, i Rolling Stones, quindi magari vedendo qualcosa di diverso, vanno contro o comunque pensano di essere loro la modernità. Queste persone hanno una mentalità che deriva probabilmente dell’educazione che hanno avuto, che è l’inizio di ogni discriminazione sociale: si parte da piccolezze come le magliette delle band e poi si finisce a disprezzare un ragazzo per il ceto sociale, per i gusti sessuali o per la nazionalità. Queste discriminazioni non dovrebbero esistere, ognuno è libero di fare ciò che vuole. Il rock è libertà, ecco perché mi piace.
Per concludere, lancia un messaggio “alla Diego Conti”.
Vestitevi come rockstar, vestitevi come vi pare, vivete al massimo senza alcuna paura, perché il rock è libertà, è coraggio. La vita è un miracolo che ci è capitato, quindi è necessario bere ogni singola goccia da questo calice per avere poi una sbronza infinita nell’universo.
Articolo di Giulia Cerbino

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