Gandhāra, il volto greco del Buddha

Nel cro­ce­via tra India, Per­sia e mon­do gre­co, tra il fiu­me Indo e le mon­ta­gne dell’Hindu Kush, sor­se un’arte raf­fi­na­ta e sor­pren­den­te. È l’arte del Gan­d­hā­ra, fio­ri­ta tra il I seco­lo a.C. e il V seco­lo d.C. in un’area oggi com­pre­sa tra il nord del Paki­stan e l’Afghanistan orien­ta­le. Un’arte che nasce da un incon­tro: quel­lo tra la spi­ri­tua­li­tà bud­d­hi­sta e l’eredità elle­ni­sti­ca por­ta­ta da Ales­san­dro Magno e con­ser­va­ta dai regni indo-gre­ci. Non si trat­ta di una sem­pli­ce fusio­ne di sti­li, ma di un lin­guag­gio inno­va­ti­vo, un’estetica capa­ce di uni­re la for­ma clas­si­ca alla fun­zio­ne reli­gio­sa, la bel­lez­za idea­le alla nar­ra­zio­ne sim­bo­li­ca. Il feno­me­no del Gan­d­hā­ra si svi­lup­pa in un con­te­sto multiculturale.

Dopo la con­qui­sta di Ales­san­dro, la regio­ne pas­sò sot­to il con­trol­lo di diver­se dina­stie: gre­che, sci­te e infi­ne kusha­ne. Furo­no pro­prio que­sti ulti­mi, i Kusha­na, a pro­muo­ve­re l’arte bud­d­hi­sta, favo­ren­do la costru­zio­ne di stū­pa (il monu­men­to bud­di­sta per eccel­len­za), mona­ste­ri e san­tua­ri scol­pi­ti. Il con­tri­bu­to più rivo­lu­zio­na­rio dell’arte gan­d­ha­ri­ca fu l’introduzione dell’immagine antro­po­mor­fa del Bud­d­ha. Fino ad allo­ra, il Bud­d­hi­smo ani­co­ni­co ave­va evi­ta­to la rap­pre­sen­ta­zio­ne diret­ta del Mae­stro, pre­fe­ren­do sim­bo­li come l’albero del­la bod­hi (l’illuminazione) o la ruo­ta del Dharma.

Nel Gandhāra, invece, il Buddha acquista volto, corpo e presenza.

Le sta­tue gan­d­ha­ri­che raf­fi­gu­ra­no un Bud­d­ha con trat­ti apol­li­nei, capel­li ondu­la­ti, vol­to sere­no, drap­peg­gi rea­li­sti­ci che ricor­da­no le vesti gre­che e roma­ne. I model­li sono chia­ra­men­te gre­co-roma­ni, ma il con­te­nu­to è pro­fon­da­men­te orien­ta­le. Le mani del Bud­d­ha, infat­ti, com­pio­no i mudrā, i gesti ritua­li. L’espressione del vol­to riflet­te la cal­ma inte­rio­re dell’illuminazione.

Le tec­ni­che scul­to­ree sono di buo­na qua­li­tà. Si lavo­ra soprat­tut­to lo sci­sto gri­gio, ma anche il cal­ca­re e lo stuc­co. I rilie­vi deco­ra­no basa­men­ti, nic­chie e por­ta­li, rac­con­tan­do epi­so­di del­la vita del Bud­d­ha e del­le sue rein­car­na­zio­ni pre­ce­den­ti, i Jāta­ka. Que­sti pan­nel­li sono spes­so strut­tu­ra­ti come veri e pro­pri cicli nar­ra­ti­vi. Accan­to al Bud­d­ha com­pa­io­no figu­re divi­ne, asce­ti, re e dona­to­ri, ma anche crea­tu­re mito­lo­gi­che (amo­ri­ni, cen­tau­ri e tri­to­ni), colon­ne corin­zie e cor­ni­ci con moti­vi flo­rea­li. Tut­to con­vi­ve. Tut­to dia­lo­ga. Non si trat­ta solo di deco­ra­zio­ne, ma di peda­go­gia visi­va: ogni ele­men­to è fun­zio­na­le alla tra­smis­sio­ne del mes­sag­gio buddhista.

In Italia è possibile ammirare da vicino questa straordinaria sintesi tra Oriente e Occidente grazie alle collezioni di importanti musei.

Il Museo Archeo­lo­gi­co di Mila­no con­ser­va una del­le rac­col­te più signi­fi­ca­ti­ve, con una sta­tua di Bud­d­ha stan­te che espri­me con for­za la fusio­ne tra natu­ra­li­smo gre­co e spi­ri­tua­li­tà india­na, e un rilie­vo cur­vi­li­neo con il sogno di Māyā, uno degli epi­so­di più noti del­la nar­ra­ti­va bud­d­hi­sta. Ope­re gan­d­ha­ri­che e india­ne sono pre­sen­ti anche nel­le sezio­ni asia­ti­che del Museo del­le Civil­tà di Roma e del Museo d’Arte Orien­ta­le di Vene­zia, che custo­di­sce bron­zi, rilie­vi e ogget­ti voti­vi lega­ti al Bud­d­hi­smo. Il Museo d’Arte Orien­ta­le di Tori­no (MAO) ospi­ta una col­le­zio­ne per­ma­nen­te dedi­ca­ta all’asia meri­dio­na­le, con manu­fat­ti pro­ve­nien­ti dal Gan­d­hā­ra tra cui fram­men­ti di rilie­vi in sci­sto e raf­fi­gu­ra­zio­ni del Bud­d­ha e di bod­hi­satt­va. Il MAO è inol­tre atti­vo nel­la ricer­ca e nel­la divul­ga­zio­ne, pro­po­nen­do mostre e col­la­bo­ra­zio­ni che appro­fon­di­sco­no l’arte e la spi­ri­tua­li­tà asiatiche.

Queste collezioni si sono formate anche grazie all’importante ruolo svolto da spedizioni archeologiche italiane e da ricercatori impegnati in Asia meridionale e centrale fin dagli anni Sessanta del Novecento.

Fon­da­men­ta­le è sta­to l’impegno dell’Istituto Ita­lia­no per il Medio ed Estre­mo Orien­te (IsMEO, oggi par­te del Museo del­le Civil­tà), che ha pro­mos­so mis­sio­ni in Paki­stan e Afgha­ni­stan, con­tri­buen­do in modo deci­si­vo alla rico­stru­zio­ne del­le fasi arti­sti­che, reli­gio­se e ico­no­gra­fi­che del Bud­d­hi­smo gan­d­ha­ri­co. Que­ste ricer­che han­no por­ta­to a sco­per­te cru­cia­li, alla con­ser­va­zio­ne di ope­re oggi visi­bi­li in Ita­lia e alla crea­zio­ne di un vasto archi­vio foto­gra­fi­co e docu­men­ta­rio che con­ti­nua ad ali­men­ta­re stu­di e pubblicazioni.

I prin­ci­pa­li cen­tri arti­sti­ci del Gan­d­hā­ra furo­no Taxi­la, Pesha­war, Swat e Had­da. Qui fio­ri­ro­no scuo­le, ate­lier, offi­ci­ne reli­gio­se e arti­gia­ne. La pro­du­zio­ne fu impo­nen­te, desti­na­ta non solo alla regio­ne loca­le ma anche all’esportazione lun­go le rot­te del­la Via del­la Seta. L’influenza del Gan­d­hā­ra arri­vò fino alla Cina, all’Asia Cen­tra­le, e giun­se a toc­ca­re la Corea e il Giappone.

L’arte del Gan­d­hā­ra non è solo un feno­me­no arti­sti­co. È la testi­mo­nian­za viva di un dia­lo­go tra civil­tà. Un esem­pio di sin­cre­ti­smo riu­sci­to, capa­ce di gene­ra­re for­me nuo­ve da matri­ci anti­che. E anco­ra oggi, osser­van­do lo sguar­do assor­to di un Bud­d­ha gan­d­ha­ri­co, si per­ce­pi­sce quel fra­gi­le equi­li­brio tra uma­no e divi­no, tra sto­ria e mito.

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Amelie Bourdon

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