Nel centro di Milano, in zona San Babila, ogni mercoledì dei ragazzi si ritrovano in uno spazio dove la città corre veloce e pochi si soffermano. Per loro, però, quel frammento urbano ha un significato profondo: è un punto d’incontro che unisce, esprime e comunica.
Non è soltanto un angolo di città, ma una dimensione simbolica e sociale, in cui si intrecciano relazioni, performance e pratiche culturali che vanno oltre la musica, generando un forte senso di appartenenza. Il Muretto è un esempio concreto di comunità urbana, dove il freestyle (l’improvvisazione verbale in rima) diventa mezzo di espressione personale e partecipazione collettiva.
Fin dagli anni Novanta, questo luogo è stato riconosciuto come un punto cardine dell’hip hop italiano. Frequentato da giovani artisti, appassionati e passanti, ha ospitato performance di rapper che in seguito hanno raggiunto una certa notorietà a livello nazionale (Lazza, Emis Killa, ecc.). Da spazio informale, si è trasformato nel tempo in un riferimento culturale legato al linguaggio della strada e all’energia creativa del ritmo e della rima.
Dal punto di vista antropologico, il freestyle può essere interpretato non solo come espressione artistica, ma anche come pratica culturale dotata di significati “rituali” e relazionali.
Si tratta di una performance situata, regolata da codici impliciti, in cui l’azione creativa diventa occasione per affermare sé stessi e raccontare storie condivise.
Durante le “battle”, la capacità di improvvisare assume un ruolo centrale nel riconoscimento da parte del gruppo. In questo contesto, la parola non è solo contenuto, ma atto performativo capace di influenzare immediatamente le dinamiche sociali presenti. Le reazioni del pubblico (applausi, silenzi o commenti) contribuiscono a creare una dimensione collettiva temporanea, basata su regole condivise e rispetto reciproco.
In un’epoca in cui gli spazi pubblici sono sempre più regolamentati e privatizzati, il Muretto continua a essere un luogo spontaneo e accessibile, dove le persone si incontrano, si ascoltano e si riconoscono attraverso la musica e la parola.
Non si tratta solo di una tappa fondamentale nell’hip hop milanese, ma di un punto di incontro tra diversi vissuti e linguaggi. Lo dimostrano le testimonianze di rapper come Alì, Aj Fulmine e Zefuns, ma anche quella di Simone, che, pur non facendo parte del gruppo, ha avuto modo di assistere a queste serate, offrendo una prospettiva capace di intrecciare uno sguardo interno con uno esterno su questa realtà.
Partiamo da Simone Ballabio, uno studente del secondo anno di Storia presso la Statale di Milano che ha iniziato da poco a frequentare il Muretto.

Come immaginavi il Muretto? Avevi dei preconcetti?
Simone: “Avevo dei preconcetti legati al fatto che si tratta di una realtà di strada, spesso vista attraverso lo sguardo distorto del pregiudizio, soprattutto verso chi frequenta la vita notturna. Mi aspettavo un ambiente chiuso, forse anche un po’ ostile verso chi non ne fa parte. Invece sono stato felice di smentire queste aspettative: ho trovato una calorosa accoglienza”.
Ti sei sentito fuori luogo?
Simone: “All’inizio sì, inevitabilmente. Non era un contesto che sentivo mio, perlomeno nei primi momenti: linguaggi, abitudini e dinamiche mi erano estranei. Ma con il passare della serata qualcosa è cambiato. L’apertura delle persone, la loro naturalezza e il desiderio di condivisione hanno fatto cadere le mie barriere. Alla fine mi sono sentito accettato, e soprattutto ho percepito un clima in cui era possibile essere sé stessi, senza maschere. È stato un momento importante anche sul piano personale, perché mi ha aiutato ad affrontare e superare l’ansia e alcune paure personali”.
C’è un momento che ti è rimasto impresso?
Simone: “Sicuramente la chiacchierata con Alì. Mi ha raccontato la sua storia con sincerità, parlando delle difficoltà che affronta quotidianamente. È stato un momento toccante che ha abbattuto molto la distanza tra noi, che siamo così diversi. Attraverso le sue parole ho capito meglio cosa rappresenta davvero il Muretto: uno spazio in cui, tra gioie e dolori, ci si riconosce come simili”.

Hai imparato qualcosa da questa esperienza? Il Muretto ti ha lasciato qualche sensazione o insegnamento?
Simone: “Il Muretto mi ha lasciato un profondo senso di comunità, qualcosa che oggi è sempre più raro da trovare. Ridere insieme a degli sconosciuti, spesso incontrati per caso, è uno dei modi più semplici e autentici per sentirsi parte di qualcosa. La risata abbatte le barriere, scioglie le tensioni e crea complicità anche tra persone diversissime. È un linguaggio universale che dice: ‘Va tutto bene, sei al sicuro qui”.
Alì e Aj Fulmine, entrambi originari di Ostia, si sono trasferiti a Milano per inseguire il sogno di costruirsi un futuro nella musica. Il Muretto si è rivelato un punto di riferimento fondamentale: non solo ha offerto loro l’opportunità di entrare in contatto con la scena rap milanese, ma anche uno spazio dove esprimere e coltivare la loro passione, nonostante la lontananza da casa.
Come vi siete approcciati al freestyle?
AJ Fulmine: “Abbiamo iniziato a fare freestyle per gioco, ritrovandoci spesso con i nostri amici. Lo facevamo per ridere e divertirci, senza prenderlo troppo sul serio. All’inizio non eravamo particolarmente bravi, ma con il tempo abbiamo affinato la tecnica e questa passione è diventata qualcosa di più concreto. Oggi partecipiamo regolarmente ai contest del Muretto”.
Alì: “Stavo attraversando un periodo buio, e proprio da quel momento è nata la mia esigenza di fare musica. Ho iniziato scrivendo testi in prosa per sfogarmi, poi la scrittura ha incontrato la musica e si è trasformata in rime, in rap. Il freestyle mi aiuta a esorcizzare i pensieri negativi e a trasformare le mie esperienze in una forma d’arte”.
Quanto conta la competizione?
AJ Fulmine: “Io, personalmente, non andrei mai al Muretto se non fosse per una gara. La competizione è un ottimo modo per imparare a confrontarsi con il pubblico e capire cosa funziona davvero in una performance. Qui sono gli spettatori a decretare il vincitore, quindi devi entrare in sintonia con loro e conquistarli: la risposta di apprezzamento è immediata ed è facile capire se sei piaciuto oppure no”.
Come reagisce il pubblico a una performance mediocre o alla sconfitta di un partecipante ?
Alì: “Qui l’errore non viene denigrato. Sbagliare o non riuscire a dare il massimo può succedere. Quando si è agli inizi, è molto difficile offrire una performance davvero efficace: bisogna andare a tempo, fare gli incastri e trascinare il pubblico ed è normale non riuscire subito a gestire bene tutti questi elementi. Il Muretto ha come obiettivo quello di coinvolgere il maggior numero possibile di persone e di far crescere chi partecipa. Per questo si cerca sempre di incitare ed esortare tutti a dare il meglio di sé”.
Pensi che ci sia un certo “ideale” di mascolinità nel rap o qui al muretto?
Aj Fulmine: ”Sicuramente, il linguaggio del rap è crudo e fortemente intriso di maschilismo. Nel freestyle c’è poco spazio per la fragilità, ma fa parte del gioco e della cultura che stanno alla base di questo tipo di espressione. La violenza e il macismo ostentati nelle performance e nei testi esistono nella musica, ma non sono realmente radicati in noi freestyler. È il nostro modo di esorcizzare temi molto negativi e trasformarli in qualcosa di positivo. Non si tratta di sminuirli, ma di affrontarli. Perché è importante parlarne e noi usiamo un linguaggio diretto e senza mezzi termini”.
Cosa racconti di te stesso o del tuo mondo quando fai freestyle?
Alì: “Sono una persona molto estroversa, mi piace socializzare e al Muretto ho trovato un ambiente particolarmente favorevole e accogliente. Qui mi sento davvero a mio agio: è il mio elemento. Cerco di portare la mia ironia e la mia voglia di ridere, come se fossimo un grande gruppo di amici. Per molti, questa esperienza rappresenta un modo per uscire dalla propria comfort zone e affrontare l’imbarazzo che un’attività del genere può generare. Ma è anche un esercizio molto efficace per sciogliersi e acquisire maggiore fiducia in sé stessi”.
Zefuns è un freestyler di 22 anni, di origini algerine e abruzzesi. Ha iniziato a fare freestyle due anni fa e da allora ha partecipato a varie battle, distinguendosi tanto al Muretto quanto in altri contesti rilevanti della scena hip hop.

Come hai conosciuto il Muretto?
Zefuns: “Ho sempre ascoltato rap e guardato molti video di freestyle su YouTube e programmi come MTV Spit. È stato mio fratello, notando il mio interesse, a parlarmi del Muretto. Per curiosità ci sono andato come spettatore, ma poi mi hanno coinvolto sempre di più e, alla fine, ho iniziato anch’io a fare freestyle”.
Come si “forma” un freestyler?
Zefuns: “Sicuramente è importante avere una certa predisposizione e sicurezza, perché per offrire una performance convincente serve anche l’atteggiamento giusto. Per acquisire dimestichezza bisogna allenarsi molto, ascoltare tanta musica rap e approfondire il più possibile i propri riferimenti culturali, che sono spesso apprezzati dal pubblico.
Avere una buona cultura generale, soprattutto legata al mondo hip hop, ti permette di avere un serbatoio più ampio da cui attingere durante le battle. Questo arricchisce i contenuti e rende il freestyle più interessante e originale”.
È necessario rivolgersi a qualcuno per poter assistere alle battle o partecipare?
Zefuns: “La porta del Muretto è aperta a tutti: non serve chiedere il permesso a nessuno per assistere come spettatore o per partecipare alle battle. L’unica forma di “etichetta” è il rispetto reciproco, a partire dai tempi: non bisogna interrompere o rubare secondi all’avversario durante l’esibizione. Quando si è alle prime armi, può capitare di non farci caso, ma è un aspetto piuttosto importante.
Per il resto, è fondamentale mantenere un comportamento corretto: sono mal visti atteggiamenti aggressivi, litigi o risse legate al freestyle. Quello che si dice durante la performance resta sul beat: bisogna avere autoironia e non essere permalosi per inserirsi in questa realtà”.
Com’è “rinato” il Muretto dopo il Covid?
Zefuns: “Nel 2022, un gruppo di ragazzi ha deciso di riportare in vita le battle dopo lo stop imposto dalla pandemia. Rapper come Giuss Dawg, Drimer, Sconer e altri si sono impegnati per ristabilire quello che era, fin dall’inizio, lo spirito inclusivo dell’hip hop. Da lì, il gruppo è cresciuto sempre di più. Oggi, la vittoria di Cuta nel programma Nuova Scena di Netflix ha contribuito a dare ancora più visibilità al Muretto. D’altronde, qui si sono formati artisti oggi molto noti come Emis Killa, Lazza ed Ensi, che sentono tuttora un forte legame con questo posto e ogni tanto tornano a trovarci. Una volta qui non si faceva solo freestyle: si portavano anche i propri brani da condividere con gli altri. È vero, l’avvento di internet ha cambiato alcune dinamiche, soprattutto legate alla distribuzione della musica, ma lo spirito di solidarietà e la forza espressiva del Muretto sono rimasti gli stessi”.
Il freestyle si configura come una forma di auto-narrazione, ma emergono vissuti personali, appartenenze territoriali, tensioni sociali, ironia e critica.
Il muretto, dunque, unisce persone con visioni, sogni e aspirazioni artistiche affini, offrendo loro voce e ascolto. Una voce che spesso viene soffocata e un ascolto che la frenesia e il rumore della città tendono a negare, facendoci dimenticare che, tra case e grattacieli, è ancora possibile ritrovarsi per cantare e stare davvero insieme.
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