Il Trumpismo, il nuovo volto della politica americana

Dall’inizio del suo pri­mo man­da­to come Pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti nel 2016, Donald J. Trump è diven­ta­to il prin­ci­pa­le argo­men­to di discus­sio­ne in tut­ti i media sta­tu­ni­ten­si e mon­dia­li. Le sue dichia­ra­zio­ni sono ripor­ta­te ogni gior­no dal­le pri­me pagi­ne dei gior­na­li più auto­re­vo­li, ma anche da miglia­ia di post, new­slet­ter, pod­ca­st e pro­gram­mi tele­vi­si­vi. Tut­ta­via, se il Pre­si­den­te tycoon è noto a tut­ti, in pochi sapreb­be­ro deli­nea­re il feno­me­no poli­ti­co da lui crea­to, il trum­pi­smo.

Così pochi che è dif­fi­ci­le defi­ni­re esat­ta­men­te in cosa con­si­sta que­sta ideo­lo­gia poli­ti­ca. Dopo­tut­to lo stes­so Trump è noto per i suoi con­ti­nui cam­bi di stra­te­gia, oltre che per la capa­ci­tà di nega­re quan­to da lui stes­so affer­ma­to. Dun­que, se il trum­pi­smo è defi­ni­to gene­ri­ca­men­te «la poli­ti­ca e lo sti­le di vita pro­pri del­l’im­pren­di­to­re Donald Trump», per capi­re meglio cosa sia è neces­sa­rio fare qual­che pas­so indie­tro e guar­da­re alle ori­gi­ni del fenomeno.

Trump era un per­so­nag­gio mol­to noto al pub­bli­co ame­ri­ca­no ben pri­ma del­le ele­zio­ni del 2016. Impren­di­to­re edi­le, pro­prie­ta­rio di casi­nò, patro­no di nume­ro­si con­cor­si di bel­lez­za e per­so­nag­gio tele­vi­si­vo, l’imprenditore non ha mai disde­gna­to le atten­zio­ni del pub­bli­co, né nasco­sto le sue ambi­zio­ni poli­ti­che. Già nel 1999, infat­ti, il tycoon ave­va espres­so la volon­tà di can­di­dar­si alla pre­si­den­za e ave­va for­ma­to un comi­ta­to per valu­ta­re le sue pos­si­bi­li­tà di successo.

Tut­ta­via, sola­men­te nel 2015 l’imprenditore e sho­w­man ha deci­so di scen­de­re in cam­po e cor­re­re alle pri­ma­rie repub­bli­ca­ne. Nes­su­no degli altri can­di­ta­ti lo ha pre­so sul serio: era rumo­ro­so, rude e dal­le abi­tu­di­ni moral­men­te discu­ti­bi­li. Tut­te carat­te­ri­sti­che che, secon­do i suoi avver­sa­ri, lo avreb­be­ro reso auto­ma­ti­ca­men­te fuo­ri dal­la lista dei favo­ri­ti. Inve­ce il chias­so­so par­ve­nu repub­bli­ca­no ha vin­to ogni con­fron­to tele­vi­si­vo e ha fat­to incet­ta di voti gra­zie al suo sti­le ruvi­do e diret­to, col­ti­va­to negli anni di espe­rien­za televisiva.

Ma non è solo lo stile a decretare la vittoria di Trump alle primarie, bensì una serie di fattori concorrenti che hanno fatto di lui l’uomo giusto al momento giusto.

In pri­mo luo­go, il par­ti­to repub­bli­ca­no nel 2015 era mol­to diver­so rispet­to a 40 anni pri­ma. Scan­da­li, lot­te per i dirit­ti civi­li e per i dirit­ti del­le don­ne han­no for­ma­to cre­pe pro­fon­de e mina­to la coe­sio­ne del par­ti­to, a cui da tem­po man­ca­va una figu­ra cari­sma­ti­ca in gra­do di uni­fi­ca­re le varie correnti.

In secon­do luo­go, il pro­ces­so di sele­zio­ne del can­di­da­to repub­bli­ca­no, così come quel­lo dell’omologo demo­cra­ti­co, si basa da ini­zio secolo

sui con­fron­ti tele­vi­si­vi. Poi­ché le poli­ti­che e i pro­gram­mi dei vari can­di­da­ti sono, di nor­ma, pres­so­chè iden­ti­ci, la reto­ri­ca e il cari­sma sono essen­zia­li per decre­ta­re il vin­ci­to­re, la cui vit­to­ria è san­ci­ta dai son­dag­gi che seguo­no ogni con­fron­to. Una dina­mi­ca mol­to favo­re­vo­le a Trump, abi­tua­to a dare spet­ta­co­lo e poco inte­res­sa­to alle sfu­ma­tu­re politiche.

Inol­tre, ad esse­re cam­bia­to non è solo il par­ti­to, ma la base poli­ti­ca. Dagli anni ‘90 le fab­bri­che han­no ini­zia­to a chiu­de­re e le pro­du­zio­ni si sono spo­sta­te pro­gres­si­va­men­te in Cina o in altre nazio­ni in cui il costo del lavo­ro è mino­re. Il sogno ame­ri­ca­no, fon­te del­le spe­ran­ze di milio­ni di lavo­ra­to­ri e pic­co­li impren­di­to­ri, si è pro­gres­si­va­men­te tra­mu­ta­to in un mirag­gio, cau­san­do un for­te risen­ti­men­to nel­la clas­se media nei con­fron­ti del­la poli­ti­ca, rite­nu­ta respon­sa­bi­le di que­sto impoverimento.

Infi­ne, par­te di que­sta clas­se media impo­ve­ri­ta ha visto sgre­to­lar­si le pro­prie cer­tez­ze iden­ti­ta­rie. L’avanzata dei movi­men­ti LGBTQ+, dei dirit­ti del­le don­ne e degli afroa­me­ri­ca­ni ha pro­vo­ca­to rab­biasmar­ri­men­to tra i con­ser­va­to­ri, già disil­lu­si e ran­co­ro­si ver­so i pro­pri rap­pre­sen­ta­ti e alla ricer­ca di una figu­ra por­ta­tri­ce di valo­ri tradizionali.

L’insoddisfazione del­la clas­se media, l’inadeguatezza dell’establishment repub­bli­ca­na e lo smar­ri­men­to del­la base con­ser­va­tri­ce han­no, quin­di, crea­to le fon­da­men­ta per l’ascesa poli­ti­ca di Trump. Un’ascesa che, però, ha gio­va­to anche di appog­gi ini­zial­men­te inaspettati.

A garantire delle solide fondamenta al movimento trumpista hanno infatti contribuito due gruppi diversi ma con interessi comuni: i cristiani evangelici e i suprematisti bianchi.

Le Chie­se cri­stia­no evan­ge­li­che sta­tu­ni­ten­si sono tra i mag­gio­ri soste­ni­to­ri del par­ti­to repub­bli­ca­no sin dal­la pre­si­den­za di Ronald Rea­gan. Negli ulti­mi 40anni han­no mobi­li­ta­to un’ingente quan­ti­tà di voti a soste­gno dei can­di­da­ti favo­re­vo­li alle istan­ze più con­ser­va­tri­ci: dal­la nega­zio­ne del dirit­to all’aborto alla limi­ta­zio­ne dei dirit­ti civi­li, dal­la lot­ta con­tro il movi­men­to LGBTQ+ alla stret­ta con­tro l’immigrazione.

Carat­te­riz­za­to da un’assenza tota­le di gerar­chia eccle­sia­sti­ca, l’evangelicalismo si con­cen­tra sul­la let­tu­ra del­la Bib­bia, i cui pre­cet­ti insin­da­ca­bi­li sono let­ti alla luce di un for­tis­si­mo con­ser­va­to­ri­smo. Difat­ti i fat­to­ri coe­si­vi degli evan­ge­li­ci sem­bra­no esse­re più le istan­ze poli­ti­che che quel­le reli­gio­se, al pun­to che le Chie­se evan­ge­li­che han­no da subi­to soste­nu­to Trump e gli han­no per­do­na­to il fat­to di esse­re plu­ri­di­vor­zia­to e il suo coin­vol­gi­men­to in scan­da­li sessuali.

I supre­ma­ti­sti bian­chi del Ku Klux Klan e di altre sigle mino­ri, al con­tra­rio, non han­no da subi­to spo­sa­to la cau­sa trum­pi­sta. Ini­zial­men­te il tycoon era accu­sa­to di esse­re segre­ta­men­te ebreo e di favo­ri­re per que­sto la lob­by ebrai­ca piut­to­sto che per­se­gui­re gli inte­res­si dell’America bian­ca. La svol­ta ci sareb­be sta­ta con la pro­mes­sa di poli­ti­che par­ti­co­lar­men­te dure con­tro l’immigrazione e la pre­sun­ta onda­ta di cri­mi­ni per­pe­tra­ti dagli afroa­me­ri­ca­ni, in gra­do di con­vin­ce­re anche i più reti­cen­ti che Trump sostie­ne le istan­ze supre­ma­ti­ste.

Ancor più singolare è l’appoggio a Trump da parte del gruppo complottista QAnon.

Nata nel 2017 su 4chan, piat­ta­for­ma nota per l’anonimato e per la varie­tà dei con­te­nu­ti, la com­mu­ni­ty di com­plot­ti­sti si è fin da subi­to espres­sa a favo­re del pre­si­den­te repub­bli­ca­no. Q, fan­to­ma­ti­co lea­der del grup­po, ha infat­ti affer­ma­to che Trump sta­reb­be con­du­cen­do una guer­ra segre­ta con­tro una lob­by di pedo­fi­li e sata­ni­sti all’interno del gover­no, guer­ra che si dovreb­be con­clu­de­re con la vit­to­ria del pre­si­den­te e l’incarcerazionel’esecuzione dei suoi nemici.

Anche se duran­te la sua pri­ma pre­si­den­za non ha sup­por­ta­to aper­ta­men­te que­sta teo­ria, poco pri­ma del­la scon­fit­ta elet­to­ra­le del 2020 il tycoon ha ini­zia­to a mostrar­si sem­pre più aper­to nei con­fron­ti dei soste­ni­to­ri di Q. Nel cor­so di un’inter­vi­sta tele­vi­si­va, poco pri­ma del­le penul­ti­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, ha di fat­to evi­ta­to di con­dan­na­re le teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste di QAnon, arri­van­do per­si­no a com­pli­men­tar­si per l’impegno del­la com­mu­ni­ty con­tro la pedofilia.

Da ago­sto 2022 il soda­li­zio tra Trump e segua­ci di QAnon si è fat­to più evi­den­te. L’allora ex pre­si­den­te ha ripo­sta­to sul suo social Truth un mes­sag­gio di Q e di altri account indi­ret­ta­men­te lega­ti al grup­po com­plot­ti­sta e ha uti­liz­za­to una can­zo­ne di QAnon come colon­na sono­ra di un video vol­to a pro­muo­ve­re la sua rie­le­zio­ne. Il video, inol­tre, era inti­to­la­to «WWG1WGA», acro­ni­mo di «Whe­re we go one, we go all», slo­gan di QAnon tra­du­ci­bi­le con «Tut­ti per uno e uno per tutti».

Nel 2024 Donald Trump ha ricevuto l’endorsment della Manosphere e di gran parte delle Big Tech.

La Mano­sphe­re, feno­me­no anta­go­ni­sta del movi­men­to Woke e cata­liz­za­to­re del­la miso­gi­nia sul web, sem­bra aver con­tri­bui­to in modo deci­si­vo alla rie­le­zio­ne del 47esimo pre­si­den­te. Que­sto anche gra­zie alle nume­ro­se appa­ri­zio­ni di Trump in diver­si pod­ca­st schie­ra­ti più o meno aper­ta­men­te con­tro il movi­men­to LGBTQ+ e i dirit­ti del­le don­ne. Dal notis­si­mo pod­ca­st di Joe Rogan a quel­lo di Lex Frid­man, pas­san­do per Logan Paul, Trump ha scel­to di esse­re ospi­te di diver­si pod­ca­ster di destra in gra­do di fare da pon­te tra lui e i gio­va­ni ame­ri­ca­ni bian­chi, garan­ten­do­gli un enor­me baci­no di voti che l’imprenditore new­yor­ke­se non era riu­sci­to a rac­co­glie­re nel­la pre­ce­den­te tor­na­ta elettorale.

La mag­gior par­te del­le azien­de tec­no­lo­gi­che del­la Sili­con Val­ley sono inve­ce sali­te sul car­ro del vin­ci­to­re ad ele­zio­ni con­clu­se. Ad ecce­zio­ne di Peter Thiel, già da tem­po a favo­re del tycoon, di Elon Musk, soste­ni­to­re e finan­zia­to­re diven­ta­to recen­te­men­te avver­sa­rio, e pochi altri, i tec­no magna­ti sem­bra­no aver deci­so di schie­rar­si a favo­re di Trump più per con­ve­nien­za che per fede poli­ti­ca. In tal modo le gran­di azien­de tec­no­lo­gi­che pos­so­no evi­ta­re le ire del pre­si­den­te e al tem­po stes­so usu­frui­re di poli­ti­che più favo­re­vo­li rispet­to alle strin­gen­ti nor­ma­ti­ve dell’amministrazione Biden. Sen­za con­ta­re gli appal­ti milio­na­ri con il gover­no che garan­ti­sco­no alle big tech un pro­spe­ro futuro.

Que­sto insie­me ete­ro­ge­neo di soste­ni­to­ri è ciò che ha per­mes­so a Donald J. Trump di risol­le­var­si dopo la scon­fit­ta del 2020 e di tor­na­re a gover­na­re il pae­se con un lar­go con­sen­so e ampie dispo­ni­bi­li­tà eco­no­mi­che. La Base costi­tui­ta da una clas­se media impo­ve­ri­ta e nostal­gi­ca, riu­ni­ta nel movi­men­to MAGA («Make Ame­ri­ca Great Again»), le dona­zio­ni del­le Chie­se evan­ge­li­che e dei magna­ti tech, e l’influenza garan­ti­ta dai pod­ca­ster del­la Mano­sphe­re costi­tui­sco­no la spi­na dor­sa­le del trumpismo.

Un fenomeno politico dal volto autoritario e reazionario ma tutt’altro che nostalgico.

Infat­ti, se lo slo­gan più ripe­tu­to dal Pre­si­den­te e dai suoi soste­ni­to­ri è «ren­dia­mo l’America di nuo­vo gran­de», ciò non vuol dire che i meto­di adot­ta­ti sia­no sem­pli­ci rivi­si­ta­zio­ni del pas­sa­to. Un pri­mo esem­pio è riscon­tra­bi­le nel mon­do tech da sem­pre favo­re­vo­le a Trump. Sia Elon Musk che Peter Thiel sono infat­ti fer­ven­ti soste­ni­to­ri di una cor­ren­te filo­so­fi­ca chia­ma­ta acce­le­ra­zio­ni­smo effi­ca­ce. Secon­do que­sta teo­ria ogni fre­no allo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co dovreb­be esse­re rimos­so al fine di crea­re un futu­ro postu­ma­no e post-bio­lo­gi­co. Un avve­ni­re disto­pi­co garan­ti­to dall’assenza di qual­sia­si rego­la­men­ta­zio­ne, in cui la solu­zio­ne ai pro­ble­mi crea­ti dal­le nuo­ve tec­no­lo­gie altro non è che mag­gio­re tecnologia.

Tale dere­go­la­men­ta­zio­ne dovreb­be coin­vol­ge­re ogni ambi­to del­la vita uma­na, com­pre­se le isti­tu­zio­ni demo­cra­ti­che. A ripro­va di que­sta ten­den­za, il docu­men­to deno­mi­na­to Pro­ject 2025, ela­bo­ra­to dal Think Tank di estre­ma destra del­la Heri­ta­ge Foun­da­tion, espo­ne in più di 900 pagi­ne un pia­no vol­to a una pro­fon­da tra­sfor­ma­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni ame­ri­ca­ne. Il docu­men­to pre­ve­de una radi­ca­le espan­sio­ne dei pote­ri pre­si­den­zia­li, tale da garan­ti­re al pre­si­den­te in cari­ca il tota­le con­trol­lo del­le agen­zie fede­ra­li come CIA e FBI, e pro­po­ne l’implementazione di test di leal­tà per i fun­zio­na­ri pubblici.

Il pia­no sug­ge­ri­sce, inol­tre, il riti­ro dal mer­ca­to del­la pil­lo­la abor­ti­va e la crea­zio­ne di task for­ce pro-vita allo sco­po di «pro­muo­ve­re la vita e la salu­te dei bam­bi­ni non anco­ra nati». Anco­ra più scon­vol­gen­te è la pro­po­sta di san­ci­re a livel­lo gover­na­ti­vo la defi­ni­zio­ne di fami­glia e di matri­mo­nio come sta­bi­li­to nel­la Bib­bia e di «affer­ma­re con orgo­glio che uomi­ni e don­ne sono real­tà biologiche».

Non è irrealistico pensare che una parte del piano sarà implementata dall’attuale amministrazione.

Difat­ti, nono­stan­te l’establishment trum­pia­no abbia pre­so le distan­ze dal docu­men­to e lo stes­so pre­si­den­te lo abbia defi­ni­to «orren­do», l’ente pro­mo­to­re del pia­no già nel 2015 ave­va pro­dot­to un docu­men­to simi­le, ampia­men­te attua­to dal pri­mo gover­no Trump. Diver­si pun­ti dell’attuale Pro­ject 2025 coin­ci­do­no con l’Agenda 47, il pro­gram­ma uffi­cia­le del pre­si­den­te, ed è faci­le nota­re come mol­ti rela­to­ri abbia­no fat­to par­te dell’amministrazione Trump e sia­no tutt’ora stret­ti col­la­bo­ra­to­ri del Tycoon.

Il trum­pi­smo sem­bra dun­que desti­na­to a scon­vol­ge­re anco­ra di più il vol­to degli Sta­ti Uni­ti e del mon­do. I recen­ti rastrel­la­men­ti di mas­sa di immi­gra­ti irre­go­la­ri e lo loro incar­ce­ra­zio­ne, la fine del mul­ti­la­te­ra­li­smo e la sem­pre mag­gior per­so­na­liz­za­zio­ne del­la poli­ti­ca potreb­be­ro esse­re solo l’inizio di un cam­bia­men­to sem­pre più radi­ca­le. Un cam­bia­men­to che sen­za un’azione con­cre­ta da par­te di sta­ti e sin­go­li cit­ta­di­ni potreb­be diven­ta­re irre­ver­si­bi­le. Un cam­bia­men­to del qua­le, one­sta­men­te, non se ne sen­ti­va biso­gno, con buo­na pace del sogno americano.

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Giacomo Pallotta

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