Sono ormai diversi anni che si sente parlare di FOMO, acronimo di Fear of Missing Out, un termine entrato nel linguaggio quotidiano per indicare l’ansia di restare esclusi o di perdersi qualcosa — un evento, un’occasione, un momento — che altri stanno vivendo.
In un altro articolo pubblicato su Vulcano nel 2023, si sottolineava come la FOMO sia diventata una sorta di parte integrante della vita sociale, soprattutto di millennials e gen Z, spesso continuamente connessi e in un confronto competitivo con le apparentemente perfette vite altrui.
Ma se è vero che i social hanno amplificato questa sensazione di ansia e paura, è altrettanto vero che non sono di certo stati essi ad averla inventata.
Cosa si cela, dunque, davvero, dietro la FOMO?
È solo un effetto collaterale del nostro tempo iperconnesso, oppure ci dice qualcosa di più profondo sul desiderio, sul riconoscimento, sulla mancanza?
Sebbene la FOMO possa apparire come un mero sintomo del nostro abuso dei social network, secondo la psicoanalisi è in realtà collegata alla natura del desiderio umano. Desiderio, infatti, non è semplicemente volere qualcosa, bensì essere mossi da una mancanza costitutiva e dunque da un vuoto che non può mai essere veramente e definitivamente colmato. Jacques Lacan in particolare, nel Seminario VI – Il desiderio e la sua interpretazione (1958–1959), afferma che «il desiderio è desiderio dell’Altro», tant’è che noi desideriamo ciò che l’Altro — inteso come sguardo, società, cultura — ci mostra come desiderabile. Ed è proprio qui che la FOMO può trovare delle radici: non tanto in un’effettiva privazione materiale di qualche cosa che vogliamo, ma nell’idea che qualcun altro stia vivendo un’esperienza considerata desiderabile a cui noi, invece, non partecipiamo.
La società attuale in cui viviamo, inoltre, spiega il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han nel suo saggio Piscopolitica del 2014, non si basa più tanto sui classici concetti della prima psicoanalisi novecentesca quali divieti e repressioni degli istinti al fine dell’integrazione e della convivenza nella società civile, bensì su una logica di iperstimolazione del desiderio. In questo contesto, dove dobbiamo essere sempre produttivi, connessi, desiderabili, realizzati, la FOMO non è una debolezza individuale, ma un effetto sistemico di un’economia del desiderio costantemente alimentata e mai soddisfatta.
E come forse si è già potuto capire, per la psicoanalisi il desiderio non è mai un atto isolato, ma implica sempre un bisogno di essere visti, riconosciuti, considerati dagli altri. Proprio in questo senso, la FOMO si salda a un altro tema cruciale che è quello del riconoscimento. Noi non temiamo solo di perdere un’esperienza in sé, ma di non esserci nel racconto collettivo di quell’esperienza — non essere ricordati, non essere visibili, non essere taggati.
Addirittura, secondo il filosofo e sociologo Axel Honneth, l’identità stessa di una persona si costruisce attraverso relazioni di riconoscimento reciproco, quali amore, rispetto, e anche stima sociale. E quando queste forme mancano o si rompono, afferma Honneth nel suo testo del 1992 La lotta per il riconoscimento, l’identità entra in crisi, per cui la FOMO può allora essere letta come una ferita narcisistica legata alla non-visibilità, a quella sensazione opaca di non contare abbastanza per lo sguardo dell’Altro.
Anche Judith Butler, teorica queer e della performatività di genere, ricorda come non esista identità al di fuori di un riconoscimento pubblico: diventiamo reali solo nel momento in cui qualcuno ci vede e ci legittima.
Cosa che, nella logica dei social, si traduce in like, commenti e visualizzazioni. Ecco perché l’ansia di essere esclusi è così intensa, perché temiamo che, se non postiamo, non esistiamo.
Analizzando la FOMO in quest’ottica, ci rendiamo facilmente conto che il timore più grande non ha un oggetto specifico, ma è la mancanza stessa. Temiamo di mancare — nel senso di perderci qualcosa, di essere esclusi, di essere tagliati fuori —, dimenticando tuttavia che è proprio la mancanza a muovere il nostro desiderio. Se noi non ci perdessimo mai qualcosa, se non fossimo mai esclusi, se non venissimo mai tagliati fuori, non avremmo più alcunché da desiderare, saremmo saturi. Ma come dicevasi nei paragrafi precedenti sul desiderio, il vuoto è strutturalmente incolmabile, e la FOMO altro non è dunque che un tentativo, ineluttabilmente fallimentare, di negare tale mancanza.
Pertanto, come antidoto alla FOMO, non possiamo certo colmare la mancanza, ma possiamo imparare ad abitarla: cessando di rincorrere ossessivamente la prestazione, la performatività, il confronto, e iniziando invece a domandarci cosa ci muove davvero. È soltanto lì, nella nostra mancanza, che si apre lo spazio per una soggettività autentica: non più definita da ciò che è desiderabile, condivisibile, instagrammabile, ma da ciò che ci appartiene, anche laddove nessuno ci guarda.

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