L’omosessualità al cinema non ci piace

Abbia­mo un pro­ble­ma con l’omo­ses­sua­li­tà al cine­ma: non ci pia­ce per nien­te. Non si allu­de alle teo­rie di chi affer­ma di aver visto aleg­gia­re lo spet­tro woke o accu­sa di pro­pa­gan­da gay le pro­du­zio­ni seria­li e cine­ma­to­gra­fi­che. Rain­bow washing o meno, nono­stan­te i signi­fi­ca­ti­vi pas­si avan­ti in ter­mi­ni di accet­ta­zio­ne dell’omosessualità, il cine­ma del gran­de pub­bli­co è anco­ra oggi anco­ra­to ai soli­ti ste­reo­ti­pi su gay e lesbiche.

Ad esem­pio, un moti­vo ricor­ren­te dei film con lesbi­che è quel­lo del­la ragaz­za disi­ni­bi­ta che ini­zia un’altra all’omoerotismo (La vita di Ade­le, Abdel­la­tif Kechi­che, 2013), la qua­le maga­ri è ses­sual­men­te repres­sa (Il cigno nero, Dar­ren Aro­nof­sky, 2010 e Bene­det­ta, Paul Verhoe­ven, 2021). Da pro­fa­ni non si può dire quan­to sia dif­fu­sa come pri­ma espe­rien­za, ma mol­to spes­so è usa­ta come giu­sti­fi­ca­zio­ne per sce­ne di ses­so ecces­si­va­men­te osé (la sta­tuet­ta sacra inta­glia­ta a ‘mo di sex toy in Bene­det­ta).

Basterebbe che ci si concentrasse sulla storia d’amore, piuttosto che fare a gara per la scena più spinta, perché anche il più classico degli schemi d’intreccio assuma un’altra sensibilità: ed ecco che ne La bella estate un casto bacio inquadrato da lontano diventa un momento di altissimo erotismo.

Il bacio tra Gina (Yile Via­nel­lo) e Ame­lia (Deva Cas­sel) nell’adattamento del 2023 di Lau­ra Luchet­ti dell’omonimo roman­zo di Pavese.

Il pro­ble­ma non è la sce­na di ses­so in sé, ma il signi­fi­ca­to che assu­me per chi diri­ge il film. L’esordio alla regia del­le sorel­le Wacho­w­ski, Bound (1996), un mafia movie su un’idraulica che intrat­tie­ne una rela­zio­ne con la moglie di un mafio­so, oggi potreb­be sem­brar­ci data­to nel­la rap­pre­sen­ta­zio­ne del­le lesbi­che, eppu­re suo­na qua­si avan­guar­di­sti­co il fat­to che pre­sen­ti una sce­na di ses­so espli­ci­ta gira­ta in una sola ripre­sa per evi­ta­re inge­ren­ze pro­dut­ti­ve che avreb­be­ro aggiun­to nudi­tà non neces­sa­rie. Una valen­za chia­ra­men­te diver­sa dai 7 minu­ti di ses­so espli­ci­to de La vita di Ade­le, le cui 6 ore di ripre­se han­no fat­to sen­ti­re la copro­ta­go­ni­sta Léa Sey­doux «come una pro­sti­tu­ta».Que­sto ci por­ta a due con­si­de­ra­zio­ni. La pri­ma è che sce­ne ai limi­ti del por­no per le lesbi­che si tro­va­no in film i cui regi­sti risul­ta­no inca­pa­ci di rap­pre­sen­ta­re qual­si­vo­glia erotismo. 

Nello specifico, l’omosessualità femminile viene vista come una trasgressione, una fantasia perversa dell’adolescenza (Il cigno nero).

In secon­do luo­go, que­sta visio­ne ogget­ti­fi­can­te dei rap­por­ti lesbi­ci è lega­ta a un retag­gio squi­si­ta­men­te patriar­ca­le dell’idea di don­na: non si rico­no­sce che l’amore tra lesbi­che sia sul­lo stes­so pia­no dell’amore di una cop­pia ete­ro­ses­sua­le, per­ché si dovreb­be rico­no­sce­re a ben due don­ne di esse­re sog­get­ti (e non ogget­ti) d’amore.

Sia­mo nel «regi­me visi­vo» teo­riz­za­to da Lau­ra Mul­vey, per cui «il cor­po fem­mi­ni­le vie­ne mostra­to come guar­da­to o, più pre­ci­sa­men­te, da guar­da­re» (Zim­mer­mann, Anja, Il seno. Sto­ria cul­tu­ra­le di una par­te poli­ti­ca del cor­po, Tori­no, Bol­la­ti Borin­ghie­ri, 2024, p. 72).

Non c’è da stu­pir­si che sia diver­sa la situa­zio­ne dei per­so­nag­gi gay maschi­li, per i qua­li le sto­rie d’amore risul­ta­no ave­re meno segui­to, non­ché sce­ne di ses­so dal mon­tag­gio più soft pure dove si osa (Estra­nei, Andrew Hai­gh, 2023 e Ros­so, bian­co e san­gue blu, Mat­thew Lopez, 2023), nono­stan­te il con­tri­bu­to di cinea­sti come Luca Gua­da­gni­no (Queer, 2025).

Al di là del­la que­stio­ne dell’erotismo, nel cine­ma queer main­stream notia­mo che si è for­ma­to un nuo­vo cli­ché di gene­re, tale per cui se il nucleo nar­ra­ti­vo è costi­tui­to da una rela­zio­ne omo­ses­sua­le tra i due pro­ta­go­ni­sti, que­sta è desti­na­ta a non fini­re bene (I segre­ti di Bro­ke­back Moun­tain, Ang Lee, 2005): il lie­to fine sem­bra pos­si­bi­le solo in un mon­do con rego­le diver­se dal­le nostre (l’America men­tal­men­te aper­ta di Ros­so, bian­co e san­gue blu), oppu­re viven­do lon­ta­ni dal­la socie­tà, in uno sta­to di fuga (pos­sia­mo imma­gi­na­re che i mafio­si di Bound si accor­ge­ran­no pri­ma o poi dell’inganno del­le due pro­ta­go­ni­ste) o di alie­na­zio­ne (Estra­nei).

Alex (Tay­lor Zakhar Perez), figlio del­la Pre­si­den­te ame­ri­ca­na, e il prin­ci­pe bri­tan­ni­co Hen­ry (Nicho­las Gali­tzi­ne) in Ros­so, bian­co e san­gue blu. L’unico osta­co­lo al loro amo­re è il buon costu­me richie­sto dal ran­go socia­le del­le loro famiglie.

Ma c’è un altro dato da tene­re in con­si­de­ra­zio­ne: tut­ti i casi cita­ti sono sto­rie ambien­ta­te in con­te­sti con for­ti restri­zio­ni da par­te del­la socie­tà di appar­te­nen­za (e se ne potreb­be­ro cita­re mol­ti altri, dall’aristocrazia set­te­cen­te­sca di Ritrat­to del­la gio­va­ne in fiam­me, Céli­ne Sciam­ma, 2019, fino al quar­tie­re pove­ro nero di Moon­light, Bar­ry Jen­kins, 2016).

For­se sareb­be oppor­tu­no rileg­ge­re que­sto mesto fine a pre­scin­de­re del­le coor­di­na­te spa­zio-tem­po­ra­li del­le sto­rie. Come già ave­va nota­to Giu­lia Del­la Ciop­pa, ’impos­si­bi­li­tà dell’hap­py ending è la rap­pre­sen­ta­zio­ne più rea­li­sti­ca dell’omosessualità accet­ta­ta nel­la socie­tà odier­na, inca­pa­ce di accet­ta­re l’omosessualità come una nor­ma­le espe­rien­za d’amore, rele­gan­do­la allo sta­tus di fan­ta­sia tol­le­ra­ta entro i limi­ti del privato.

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Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.

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