“Non c’è una civiltà finché non decidiamo di crearne una”

Nel­la serie tv The Socie­ty un grup­po di ado­le­scen­ti si ritro­va miste­rio­sa­men­te iso­la­to dal mon­do, sen­za adul­ti né auto­ri­tà, in quel­la che sem­bra esse­re la loro tran­quil­la cit­ta­di­na di peri­fe­ria. Ma die­tro que­sto appa­ren­te inci­pit fan­ta­scien­ti­fi­co si cela un vero e pro­prio labo­ra­to­rio poli­ti­co. I ragaz­zi costret­ti a vive­re da soli met­to­no in pie­di una socie­tà orga­niz­za­ta, così facen­do la serie diven­ta una cru­da rifles­sio­ne su come nasce il pote­re, come si fon­da­no le isti­tu­zio­ni, e su qua­li basi una comu­ni­tà pos­sa deci­de­re di rico­no­sce­re una legit­ti­ma auto­ri­tà.

Di fron­te ai nume­ro­si dia­lo­ghi le doman­de che emer­go­no sono quel­le alla base dell’evoluzione socia­le dell’umanità: come si orga­niz­za un grup­po di per­so­ne sen­za con­trol­lo in una socie­tà orga­niz­za­ta? Chi dovreb­be coman­da­re in una comu­ni­tà nata in una situa­zio­ne di emer­gen­za? Il pote­re dovreb­be esse­re legit­ti­ma­to dal popo­lo? Come gesti­re riser­ve di cibo limi­ta­te divi­se in modo dise­gua­le? Le rispo­ste ver­ran­no “spe­ri­men­ta­te” per tut­ta la serie, mostran­do ogni lato del­la natu­ra uma­na spin­ta sot­to­pres­sio­ne a mostra­re il suo vero volto.

Dopo questa introduzione di The society l’idea di trovarsi di fronte a una versione moderna e riadattata del classico Il Signore delle Mosche (1954) di William Golding è inevitabile. Il terreno di partenza è il medesimo: un gruppo di ragazzi senza adulti, senza istituzioni o controllo si trova a doversi gestire da zero. 

Già dal pri­mo epi­so­dio però si nota che la serie pren­de un’altra via: pun­ta, infat­ti ad inda­ga­re l’aspetto costrut­ti­vo del­la socie­tà. Se nel Il Signo­re del­le Mosche il vuo­to di auto­ri­tà gene­ra inci­vil­tà, pau­ra e diso­rien­ta­men­to, qui il vuo­to, dopo un ini­zia­le momen­to di effet­ti­vo caos, diven­ta uno spa­zio fon­da­ti­vo: un’occasione per un espe­ri­men­to poli­ti­co, una pos­si­bi­li­tà per i ragaz­zi di soprav­vi­ve­re e un’opportunità per gli spet­ta­to­ri di osser­va­re dall’esterno la strut­tu­ra più nuda comu­ne a tut­te le socie­tà umane.

L’intera serie in effetti mostra la disperata volontà di mettere ordine, che però deve scontrarsi con la natura umana e con il disordine dell’assenza di istituzioni di riferimento per i ragazzi.

La volon­tà di gene­ra­re un siste­ma orga­niz­za­to si pre­sen­ta nel momen­to in cui i ragaz­zi si riu­ni­sco­no per deci­de­re che cosa biso­gna fare. 

I pro­ta­go­ni­sti fino a que­sto momen­to si sono tro­va­ti in uno “sta­to di natu­ra hob­be­sia­no”, sen­za leg­ge né auto­ri­tà, e solo ora deci­do­no di por­re le basi per un “con­trat­to socia­le”. Da que­sto momen­to, ogni scel­ta dei pro­ta­go­ni­sti diven­ta una rifles­sio­ne poli­ti­ca, toc­can­do temi qua­li pote­re, legit­ti­mi­tà e democrazia.

Paral­le­la­men­te alla costru­zio­ne dell’ordine poli­ti­co, The Socie­ty affron­ta fin da subi­to un nodo cru­cia­le: la distri­bu­zio­ne del­le risor­se. In un con­te­sto in cui la leg­ge non ha vali­di­tà, si apre un con­flit­to tra chi pos­sie­de beni e chi non ha nul­la. La pro­prie­tà pri­va­ta vie­ne mes­sa in discus­sio­ne, e si pro­po­ne come uni­ca alter­na­ti­va soste­ni­bi­le per la neo­na­ta socie­tà una gestio­ne comu­ni­ta­ria del­le risorse. 

La ragaz­za che emer­ge­rà poi come lea­der affer­ma con chia­rez­za nel pri­mo episodio:

“Le cose che vi ser­vo­no per vive­re: cibo, vesti­ti, i pro­dot­ti nei nego­zi non sono di nessuno.”

Da que­sta pre­sa di posi­zio­ne pren­de for­ma un ordi­ne eco­no­mi­co egua­li­ta­rio, basa­to sul­la con­di­vi­sio­ne for­za­ta e sul­la neces­si­tà di coo­pe­ra­re per soprav­vi­ve­re. Il prin­ci­pio “a cia­scu­no il suo” vie­ne scar­ta­to sia per moti­vi mora­li che per esi­gen­ze con­cre­te: in assen­za di col­la­bo­ra­zio­ne, la comu­ni­tà crol­le­reb­be. La serie deli­nea così i trat­ti di un siste­ma in cui il dirit­to a con­su­ma­re è lega­to al con­tri­bu­to pro­dut­ti­vo.

- Cosa dob­bia­mo sta­bi­li­re, e chi dovreb­be deci­de­re chi pren­de cosa?

- si chia­ma demo­cra­zia, 

- e come dovrem­mo deci­de­re le cose?

- ogni cosa dipen­de da noi, non c’è una civil­tà fin­ché non deci­dia­mo di crear­ne una. 

Quin­di che fac­cia­mo? Pri­mo, non ci resta altra scel­ta che con­di­vi­de­re, il cibo non­ché le risorse.

- le case?

- può darsi 

- a cia­scu­no il suo

- che cosa hai tu? Hai dei sol­di? Che vor­re­sti paga­re? Le cose che vi ser­vo­no per vive­re: cibo, vesti­ti, i pro­dot­ti nei nego­zi non sono di nes­suno.

- arri­ve­re­mo a far­ci la guer­ra per il cibo, è fol­lia assoluta.

- è per­ché tu non hai nien­te e mol­ti han­no cose che gli altri vor­reb­be­ro.

Estrat­to del dia­lo­go del pri­mo episodio.

I con­flit­ti non si esau­ri­sco­no con l’atto costi­tu­ti­vo del­la nuo­va socie­tà, ma si riac­cen­do­no nel cuo­re del­la serie, pro­prio quan­do l’equilibrio sem­bra ormai rag­giun­to. Tra que­sti, il più deli­ca­to è quel­lo lega­to alla legit­ti­ma­zio­ne del pote­re.

Dopo una fase iniziale di anarchia, emerge una leader capace di prendere il controllo. Ma, con la nascita delle prime istituzioni, affiora una domanda cruciale: con quale diritto si può esercitare l’autorità? E perché gli altri dovrebbero accettarla, in nome del bene comune?

- E io qua­le dirit­to avrei di impor­lo agli altri? (…) quel­lo che ho ere­di­ta­to que­sto lavoro? 

- se sei  pre­oc­cu­pa­ta potre­sti indi­re le ele­zio­ni, vuoi aver­ne il dirit­to? Chie­di loro di dar­te­lo, lascia che deci­da­no loro.

- è un’idea terribile.

- è quel­lo che direb­be un dittatore

- Se indi­cia­mo del­le ele­zio­ni chie­de­re­mo loro di schie­rar­si, sare­mo noi con­tro di loro, non sia­mo anco­ra pronti.

- loro si fida­no di te e vote­ran­no per te

(…)

- Cre­do che alla per­so­na che vi chie­de di fare tan­to, a chi vi chie­de di col­ti­va­re il cibo voi dovre­ste dare auto­ri­tà, una demo­cra­zia signi­fi­ca ele­zio­ni, quin­di dovrem­mo votare.

Per con­clu­de­re, The Socie­ty non offre una rispo­sta defi­ni­ti­va sul pote­re o sul­le isti­tu­zio­ni, ma invi­ta piut­to­sto gli spet­ta­to­ri a riflet­te­re sul loro carat­te­re intrin­se­ca­men­te com­ples­so e insta­bi­le. La serie attra­ver­so i nume­ro­si dia­lo­ghi vuo­le met­te­re a nudo tut­ti i mec­ca­ni­smi più bui del­la socie­tà, dal­la sua for­ma­zio­ne alla sua distru­zio­ne, in poche bat­tu­te vuo­le anche mostra­re come il pote­re nasca dal com­pro­mes­so, e come la legit­ti­ma­zio­ne non sia mai definitiva.

Que­sto labo­ra­to­rio poli­ti­co ci ricor­da anche che ogni socie­tà è un fra­gi­le equi­li­brio, dove la con­vi­ven­za dipen­de non solo da rego­le scrit­te, ma dal­la volon­tà col­let­ti­va di rispet­tar­le e difenderle.

Arti­co­lo di Joel Cangemi

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