Da rileggere per la prima volta. Shantaram

“Ho impie­ga­to mol­to tem­po e ho gira­to qua­si tut­to il mon­do per impa­ra­re quel­lo che so dell’amore, del desti­no e del­le scel­te che si fan­no nel­la vita. Per capi­re l’essenziale, però, mi è basta­to un istan­te, men­tre mi tor­tu­ra­va­no lega­to a un muro.” Così Gre­go­ry David Roberts apre il suo roman­zo Shan­ta­ram, pre­an­nun­cian­do alcu­ni degli innu­me­re­vo­li temi che affron­te­rà con inten­si­tà, dolo­re e pas­sio­ne all’interno del libro.

Roberts è uno scrit­to­re nato a Mel­bour­ne nel 1952 e cre­sciu­to in una fami­glia mol­to atti­va nel­le lot­te socio-poli­ti­che che ani­ma­va­no i dibat­ti­ti pub­bli­ci del tem­po. Dopo aver divor­zia­to dal­la moglie e aver per­so la custo­dia del figlio diven­ne dipen­den­te dall’eroina e ini­ziò a com­met­te­re rapi­ne per poter­si per­met­te­re le dosi di dro­ga. Fu cat­tu­ra­to dal­la poli­zia e ven­ne impri­gio­na­to in un car­ce­re di mas­si­ma sicu­rez­za da cui riu­scì a fug­gi­re nel 1980.

Gli eventi di Shantaram hanno luogo poco dopo l’evasione, quando grazie a dei documenti falsi il protagonista, che da qua in poi si farà chiamare Mr. Lindsay o Lin, raggiunge Mumbai.

La cit­tà india­na lo acco­glie nel suo tram­bu­sto e lo risuc­chia nel­le sue gran­di e visi­bi­li con­trad­di­zio­ni. Più vol­te Mr. Lind­say vie­ne sca­ra­ven­ta­to nel­le aree ango­scian­ti, peri­co­lo­se e degra­da­te per poi esse­re invi­ta­to nei pun­ti più sacri, nobi­li e sofi­sti­ca­ti del­la metropoli.

Le descri­zio­ni meti­co­lo­se, sia da un pun­to di vista fisi­co che da un pun­to di vista emo­ti­vo, dei vari luo­ghi nar­ra­ti rap­pre­sen­ta­no la più affa­sci­nan­te ed avvin­cen­te espres­sio­ne dell’amore che Roberts pro­va nei con­fron­ti di Mum­bai.

“Cata­pec­chie fati­scen­ti pen­co­la­va­no sopra a son­tuo­si bazar col­mi di frut­ta, ver­du­ra e sete pre­zio­se. Da ogni nego­zio e da ogni taxi di pas­sag­gio pro­ve­ni­va una musi­ca diver­sa. I pro­fu­mi era­no deli­zio­si, ine­brian­ti. E in vita mia non ave­vo mai visto tan­ti vol­ti sor­ri­den­ti come in quel­le stra­de cao­ti­che. Ma soprat­tut­to Bom­bay era libe­ra, e comu­ni­ca­va una sen­sa­zio­ne di liber­tà esilarante.”

Da subi­to Lin si affi­da ad una gui­da che gli mostra e gli spie­ga ogni aspet­to del­la cit­tà, così ini­zia ad incon­tra­re le per­so­ne che gli faran­no com­pa­gnia, che gli cam­bie­ran­no la vita e che lo feri­ran­no. Dagli slum di Mum­bai, al Maha­ra­sh­tra rura­le, fino ai cam­pi di bat­ta­glia tra le mon­ta­gne Afgha­ne, il pro­ta­go­ni­sta rima­ne cir­con­da­to da diver­si per­so­nag­gi, ognu­no dei qua­li sem­bra sem­pre inse­gnar­gli qual­co­sa di diverso.

Il libro par­te da alcu­ni pre­sup­po­sti auto­bio­gra­fi­ci che si mischia­no e si disper­do­no in modo imper­cet­ti­bi­le tra gli even­ti più roman­za­ti. L’autore rie­sce a resti­tui­re al let­to­re un asso­lu­to sen­so di immer­sio­ne e di coin­vol­gi­men­to, ren­den­do­lo par­te­ci­pe dei suoi dub­bi esi­sten­zia­li e del­le sue fre­quen­ti fasi di inter­ro­ga­zio­ne filosofica.

La giustizia è tra gli argomenti che più intrigano la mente di Lin e di cui discute con diversi compagni.

La clas­si­ca con­ce­zio­ne per cui le buo­ne per­so­ne non com­met­to­no cri­mi­ni vie­ne mes­sa in discus­sio­ne e ribal­ta­ta in un mon­do fat­to di mise­ria, di ine­gua­glian­ze, di vio­len­za e di cor­ru­zio­ne. Un mon­do in cui “si può fare del male ma per una giu­sta cau­sa”. Non man­ca­no le rifles­sio­ni e le cri­ti­che rela­ti­ve al fun­zio­na­men­to del­la leg­ge, al ruo­lo del­le auto­ri­tà e alle insor­mon­ta­bi­li dispa­ri­tà eco­no­mi­che e socia­li che carat­te­riz­za­no l’India.

Pro­prio nel Pae­se che vie­ne con­si­de­ra­to la capi­ta­le mon­dia­le del­la spi­ri­tua­li­tà, Lin è in costan­te con­tat­to con pra­ti­can­ti musul­ma­ni e indù. Soprat­tut­to con i pri­mi, intrat­tie­ne discus­sio­ni riguar­dan­ti il bene ed il male, l’e­si­sten­za di dio e la rela­zio­ne che leghe­reb­be la reli­gio­ne alla scienza.

L’amore è un altro ele­men­to car­di­ne che carat­te­riz­za la tra­ma. Mr. Lind­say è vici­no a diver­se per­so­ne che gli per­met­to­no di inda­ga­re l’amore in tut­te le sue for­me. Le emo­zio­ni da inna­mo­ra­to, l’affetto per un ami­co, l’ammirazione per una figu­ra pater­na, la sim­pa­tia e la fidu­cia sono tut­te sfac­cet­ta­tu­re del sen­ti­men­to che lo con­du­co­no a fare scel­te sag­ge e scel­le­ra­te, razio­na­li ed impul­si­ve, por­tan­do­lo anche a rischia­re la vita.

Nelle quasi 1200 pagine viene raccontata l’evoluzione di Lin.

Se all’inizio si con­si­de­ra­va un sem­pli­ce turi­sta bian­co ester­no alla socie­tà india­na, col pas­sa­re del tem­po ini­zia a rite­ner­si sem­pre di più un vero e pro­prio cit­ta­di­no di Mum­bai, in gra­do di par­la­re la lin­gua loca­le e di orien­tar­si nel­la fiu­ma­na di lavo­ra­to­ri, cri­mi­na­li e visi­ta­to­ri che ani­ma­no la metro­po­li. Egli ottie­ne il rispet­to degli altri abi­tan­ti ed è in gra­do di costrui­re una rete di cono­scen­ti ampia­men­te ete­ro­ge­nea. Abban­do­na la pie­tà e l’indignazione che pro­va­va ini­zial­men­te ver­so i più pove­ri e i più scia­gu­ra­ti, gua­da­gnan­do un sen­so di prag­ma­ti­ci­tà che lo por­ta a com­pren­de­re a fon­do le loro vite e ad ammi­ra­re più genui­na­men­te i loro sforzi.

Una lar­ga par­te dei per­so­nag­gi che Mr. Lind­say incon­tra a Mum­bai ha ori­gi­ni stra­nie­re. In effet­ti Mum­bai è descrit­ta come un vero e pro­prio mel­ting pot in cui Euro­pei, Asia­ti­ci, Afri­ca­ni e Ame­ri­ca­ni vivo­no gli uni accan­to agli altri. Che sia­no lì per fare affa­ri, per diver­tir­si, per svol­ge­re i lavo­ri più umi­li o per com­pie­re i cri­mi­ni più atro­ci non impor­ta: ognu­no sem­bra riu­sci­re a rita­gliar­si il pro­prio spa­zio per­so­na­le per soprav­vi­ve­re all’interno del­la giun­gla uma­na del­la città.

Ridurre il romanzo alla storia di una fuga o di un viaggio esotico significherebbe non coglierne il senso più profondo. Shantaram narra la costruzione di una vita nuova e la scoperta dei suoi esiti.

Una vita fat­ta di erro­ri, di sof­fe­ren­ze, di delu­sio­ni, ma anche di affet­to, di cono­scen­za e di soli­da­rie­tà. Il più gran­de pre­gio di Shan­ta­ram è pro­prio l’immensità, anche in ter­mi­ni di lun­ghez­za, che spa­ven­ta mol­ti. La sua vasti­tà ren­de l’opera inces­san­te­men­te ric­ca e den­sa di col­pi di sce­na, di lezio­ni e di spun­ti di rifles­sio­ne, sen­za mai cade­re in banalità.

Il libro costrin­ge il let­to­re ad affron­ta­re tema­ti­che sco­mo­de e soli­ta­men­te igno­ra­te, lo tra­sci­na in mez­zo alle nume­ro­se spi­no­si­tà dell’esistenza e lo accom­pa­gna len­ta­men­te ver­so le sue con­se­guen­ze ine­vi­ta­bi­li. Mol­ti con­si­glia­no Shan­ta­ram come un manua­le per affac­ciar­si all’India, ma in real­tà si trat­ta di una gui­da alla vita. 

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Samuele Braguti

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