Com’è potuto accadere che il regista del più struggente film sull’Olocausto venga accusato nel 2005 di antisemitismo? È bastato girare Munich, thriller politico che mette in discussione la moralità dell’operato del Mossad come pretesto per una discussione più ampia sulla questione israelo-palestinese.
Il film si apre con un’attenta ricostruzione dell’attentato del gruppo terroristico Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco del 1972, terminato tragicamente con la morte di tutti gli undici atleti israeliani presi in ostaggio. Deliberato con il Mossad sulla risposta a questo attacco, la prima ministra Golda Meir affida all’agente Avner Kaufmann (Eric Bana) la missione di uccidere undici palestinesi sospettati di aver organizzato l’attentato, mettendolo al comando di una squadra formata dall’artificiere Robert (Mathieu Kassovitz, regista de L’odio), l’agente sudafricano Steve (Daniel Craig), il falsificatore di documenti Hans e Carl, che si preoccupa di sistemare le scene del crimine.
Il sogno nel cassetto di Spielberg è sempre stato quello di girare un capitolo della saga di James Bond, in parte realizzato con Indiana Jones: a interessargli è dunque la spy story anziché la discussa veridicità storica del romanzo Vendetta di George Jonas. C’è poi una resa dei conti con le sue radici ebraiche avviata con Schindler’s List, che lo ha spinto nel 1994 a fondare la USC Shoah Foundation con lo scopo di raccogliere le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoah, poi anche alle atrocità di massa come il 7 ottobre e altri genocidi come quello degli armeni (ma non del genocidio dei gazawi).
Munich costituisce una tappa cruciale nella carriera del cineasta, in quanto «ripensamento di mezzi e fini del proprio cinema dopo trentacinque anni di carriera» (Resmini M., Steven Spielberg, Milano, Il Castoro, 2014, p. 144).
La critica ha sottolineato un certo distacco dai personaggi rispetto alle pellicole precedenti, ma ciò non toglie a Munich di contenere elementi autobiografici: tra questi il vuoto lasciato dal padre assente, che spiega il vuoto morale di molti suoi protagonisti maschili, come Resmini ricorda nel suo libretto monografico su Spielberg.
Ma c’è anche la figura della «madre snaturata» di cui parlava Clélia Cohen a proposito dei film del regista: «Tua madre ti ha portato in un kibbutz e ti ha abbandonato. E ora pensi sia Israele tua madre», sentenzia la moglie di Avner, discutendo della proposta che il marito ha ricevuto e per la quale ha già fatto la sua scelta, perché non se lo perdonerebbe mai se rifiutasse. Avner sente di avere un debito da saldare nei confronti di quella madrepatria che lo ha accolto e cresciuto, ma che alla fine del film abbandonerà, perché il prezzo da pagare per la sopravvivenza dei suoi fratelli israeliani è troppo alto. «Abbiamo ucciso per sostituire i vertici del terrorismo o i vertici palestinesi?», domanderà un disilluso Avner al suo contatto nel Mossad, avendo ormai compreso che le sue azioni non avranno portato che a nuova violenza.
È poi singolare che in un film di Spielberg vi siano scene di sesso, quindi la loro presenza suggerisce che abbiano una funzione nel racconto, specie se si considera che sono legate a doppio filo alla violenza. Quella del binomio Eros/Thanatos è una chiave di lettura che potrebbe restituire maggiore dignità a quella scena ignobilmente ripugnata dalla critica. Il sesso per Avner è un deterrente, il più classico dei modi per superare la tensione: ha un amplesso con la moglie incinta la sera prima di dare una risposta definitiva al Mossad riguardo la missione segreta; dopo un incubo nel quale ricorda gli atleti israeliani in ostaggio all’aeroporto, cerca la camera della donna che gli aveva fatto delle avances poco prima nel bar dell’albergo dove sta pernottando; e infine il tanto criticato montaggio, che arriva nella fase finale della vicenda del film, quando Avner teme le ripercussioni dei suoi crimini sulla propria famiglia, in cui si fondono il coito di Avner e la moglie con i terroristi del Settembre Nero che uccidono gli ostaggi all’aeroporto.
Amore e Morte sono in scena anche quando l’amplesso non è mostrato: Carl viene trovato morto nudo nel suo letto, ucciso dalla stessa donna che aveva tentato di sedurre anche Avner; e c’è anche la coppietta a Cipro, che risente dell’esplosione nella camera d’albergo accanto a quella del target dei nostri killer.
Se sono piovute accuse e di antisemitismo e di sionismo, vuol dire che Munich ha sollevato i giusti interrogativi, come già evidenziava Cohen. Sebbene vengano poste domande senza risposte, la posizione del regista è priva di ambiguità ed è stata recentemente ribadita alla luce di quanto sta accadendo a Gaza.
«Ogni atto di terrorismo richiede una risposta forte, ma dobbiamo anche prestare attenzione alle cause», aveva affermato Spielberg all’uscita del film, in accordo con la poetica dell’empatia a cui il suo cinema ci ha abituato. È il caso della scena del dialogo tra Avner e un membro dell’OLP che ha fatto storcere il naso agli ambienti sionisti in quanto rigetta la divisione semplicistica (e ideologica) tra good guys e bad guys: un invito a soffermarsi sulla posta in gioco di un conflitto oggi più che mai attuale.

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