Tra le tante innovazioni che l’Unione europea ha portato nei i paesi membri, una delle più importanti, se non quella fondamentale per quanto concerne il mondo accademico, è senz’altro il programma Erasmus.
L’idea, senza dubbio intuitiva, della pedagogista italiana Sofia Corradi risale al 1969, ma il progetto vero e proprio è nato grazie a un’iniziativa dell’associazione AEGEE, che convinse il presidente francese Mitterrand a promuovere la nascita dell’Erasmus. Il nome rende omaggio a Erasmo da Rotterdam, umanista, presbitero e teologo olandese del ‘500, celebre per i suoi numerosi viaggi nel vecchio continente che furono essenziali per il suo pieno sviluppo intellettuale e accademico.
Curiosa è senz’altro la storia personale di Corradi, studentessa di giurisprudenza alla Sapienza di Roma che, dopo aver vinto una borsa di studio alla Columbia University, non ricevette, al suo ritorno, la convalida della specializzazione e da ciò comprese l’importanza dell’equiparazione dei titoli universitari tra i vari paesi.
Fu poi opera di Domenico Lenarduzzi, funzionario della Commissione Europea, la scelta del nome, l’affermazione del progetto e il convincimento di François Mitterrand.
Lenarduzzi si batté per il progetto, inizialmente osteggiato dai paesi del nord Europa, preoccupati dal peso economico che avrebbero dovuto sostenere, tuttavia e attraverso pressioni politiche su questi paesi e grazie all’ausilio dell’associazione studentesca AEGEE, anche François Mitterrand si convinse dell’importanza di questo programma che vide così la luce il 15 giugno 1987.
Le radici del programma affondano nella volontà dell’UE di sostenere il dialogo interculturale e la crescita accademica e professionale dei giovani europei.
Inizialmente fu adottato solo da alcuni atenei europei ma in poco tempo ampliò la sua portata includendo non solo scambi tra studenti universitari ma anche opportunità di tirocini e formazione per docenti. Col passare degli anni Erasmus si è evoluto in Erasmus+, sostenendo iniziative dedicate a docenti, volontari e organizzazioni.
Partecipare al progetto Erasmus significa lasciare la propria casa, anche se solo per un lasso temporale da 2 a 12 mesi, e immergersi in un contesto internazionale in cui si è circondati da pari.
La partecipazione, inoltre, serve a centinaia di migliaia di giovani europei a costruire la propria indipendenza e accrescere la propria adattabilità a nuove situazioni, per di più facilita l’ottenimento di quella flessibilità mentale chiave di volta per il mondo odierno e il mercato del lavoro. Oltre naturalmente ad accrescere il proprio bagaglio linguistico, favorisce lo sviluppo di competenze interculturali che sono diventate un valore aggiunto sempre più richiesto dai datori di lavoro attuali.
Un altro aspetto da sottolineare e tenere in considerazione riguarda la promozione del sentimento europeo, pilastro fondamentale per costruire un’identità europea comune, oggi ancora piuttosto carente. Cercare di unificare i vari paesi mettendo in connessione fra loro i propri studenti è forse il modo migliore per abbattere le barriere linguistiche e culturali che esistono tra i vari stati.
Così, in maniera genuina e naturale, si creano relazioni umane destinate il più delle volte a durare nel tempo. Rientra sicuramente nelle ambizioni delle istituzioni europee la costruzione di un sentimento comunitario capace di rinsaldare le relazioni fra gli stati partendo proprio dai giovani, gli europei del futuro.
É un modo di fare politica concreto e a lungo termine, che persegue il proprio obiettivo agendo direttamente sulle persone.
Infatti, per il periodo 2021–2027 l’Ue ha stanziato oltre 26 miliardi di euro, cifra che rappresenta un raddoppio rispetto al ciclo precedente e mira a triplicare il numero di partecipanti.
Basti pensare che dalla sua creazione nel 1987, il progetto Erasmus ha permesso a 15,1 milioni di persone di vivere esperienze di studio, lavoro e volontariato all’estero.
Inoltre la validità di questo programma è rilanciata dagli stessi partecipanti, come emerge dal rapporto sull’impatto di medio e lungo termine di Erasmus+ (INDIRE 2024). Infatti, secondo questo report, l’80% degli studenti ripoterebbe una crescita personale, culturale e professionale, oltre a una maggiore tolleranza, un significativo sviluppo delle competenze linguistiche e digitali, una creazione di relazioni e reti durature, e un significativo aumento del senso di appartenenza all’Europa.
Non si può pertanto ritenere che sia uno strumento da limitare, ma anzi da continuare ad incoraggiare con fondi e sovvenzioni, soprattutto per quelle famiglie con un limitato potere d’acquisto e per cui il mantenimento economico in un paese diverso dal proprio risulta difficile. Ma grazie alla rabbia di Sofia Corradi la strada intrapresa è quella giusta.
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