Giradischi, l’album consigliato dell’estate

Giradischi è la rubrica dove vi consigliamo i dischi usciti nell’ultimo mese che ci sono piaciuti


Man’s Best Friend – Sabri­na Car­pen­ter – recen­sio­ne di Giu­sep­pe Ciliberti

Stia­mo for­se entran­do in una nuo­va fase del pop, in cui non si ven­de più la can­tan­te (o il can­tan­te) come mero gio­cat­to­li­no ses­sua­liz­za­to, ma se ne cri­ti­ca quel tipo di model­lo. La deco­stru­zio­ne sta avve­nen­do gra­zie agli arti­sti stes­si di que­sto gene­re musi­ca­le, come si può vede­re dal con­cept del pros­si­mo disco di Tay­lor Swift e anche dal bistrat­ta­to video­clip di Woman’s world di Katy Per­ry (che però negli ulti­mi tem­pi si è resa col­pe­vo­le di pin­k­wa­shing). Man’s Best Friend si col­lo­ca in que­sta cor­ren­te cri­ti­ca ed è quin­di un album che nel­le ambi­zio­ni va al di là del­la stra­da obbli­ga­ta di con­ta­mi­na­zio­ne del­la pro­pria figu­ra pub­bli­ca che le attri­ci usci­te da Disney Chan­nel (Sabri­na com­pre­sa) si tro­va­no a per­cor­re­re, desi­de­ro­se di non esse­re rele­ga­te alla dimen­sio­ne ete­rea dei pro­dot­ti per bambini.

Se Short n’ Sweet ha con­so­li­da­to la sua fama di «Bet­ty Boop del­la gen z» timi­da­men­te avvia­ta dal pri­mo disco in Island, qui sicu­ra­men­te la sati­ra è più mani­fe­sta, a comin­cia­re da un tito­lo che richia­ma le rela­zio­ni di domi­nio (il miglio­re ami­co dell’uomo è noto­ria­men­te il cane) e una coper­ti­na che la vede ingi­noc­chia­ta ai pie­di di un uomo che le tira i capel­li. In ciò appa­io­no auto­com­pia­ciu­ti i pri­mi due sin­go­li: Tears rove­scia (sen­za cono­scer­lo) il Teo­re­ma del «pren­di una don­na, trat­ta­la male» di Mar­co Fer­ra­di­ni, con un video­clip un po’ Roc­ky Hor­ror Pic­tu­res Show che rive­la pla­teal­men­te la natu­ra iro­ni­ca del­la sua ope­ra­zio­ne (per­ché a quan­to pare c’è chi non l’ha com­pre­sa), men­tre Man­child non appa­re poi una scel­ta così discu­ti­bi­le se lo si con­si­de­ra un sin­go­lo di tran­si­zio­ne tra un disco e l’altro (e infat­ti è anche la trac­cia che apre l’album).

Non è del tut­to sba­glia­to par­la­re di ripe­ti­zio­ne leg­ger­men­te varia­ta del­la ricet­ta pre­ce­den­te (come maga­ri era per Guts dell’ancora acer­ba Oli­via Rodri­go), ma nem­me­no intel­let­tua­liz­za­re con­si­de­ran­do­lo il pro­se­gui­men­to di un discor­so avvia­to nell’album pre­ce­den­te sul ses­so come lin­guag­gio d’amore e sull’espressione libe­ra (ma mai trop­po smac­ca­ta) del­la pro­pria ses­sua­li­tà. È cer­to però che pure con le tema­ti­che più anti­che del mon­do il gio­co reg­ge anco­ra, per­ché «è chia­ro che ama­te il ses­so. Ne sie­te osses­sio­na­ti. E que­sto è quel­lo che offro», affer­ma sfac­cia­ta­men­te Sabri­na in un’inter­vi­sta.

Nono­stan­te si noti una mag­gio­re orga­ni­ci­tà rispet­to al pre­de­ces­so­re, a emer­ge­re sono anche sta­vol­ta soprat­tut­to i bra­ni non melen­si, tra cui il già cita­to Tears, My Man on Will­po­wer, When Did You Get Hot?, Go Go Jui­ceHou­se Tour, che costi­tui­sce la frea­ky song dell’album (elo­quen­te quan­to Juno).

Fin qui abbia­mo pro­va­to a rida­re mag­gio­re spes­so­re a quel­le che per alcu­ni potreb­be­ro esse­re tri­te varia­zio­ni sul tema. Ci doman­dia­mo però se que­sto album in futu­ro man­ter­rà quel ruo­lo di cri­ti­ca di cui si par­la­va all’inizio, o se inve­ce diven­te­rà uno tra i tan­ti dischi dell’ennesima pop­star che ha ripro­po­sto il model­lo tra­sgres­si­vo che fu pri­ma­ria­men­te di Madonna.

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Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.

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