Il fuoco delle proteste in Asia non sembra volersi placare. Dopo Sri Lanka e Bangladesh, è la volta del Nepal dove, l’8 settembre scorso, i manifestanti hanno costretto alla fuga il Primo Ministro K.P. Sharma Oli e hanno imposto un cambio radicale al vertice. Il fenomeno, già ribattezzato dai media internazionali «Primavera asiatica», è più variegato di quanto possa sembrare, ma emerge chiaramente un elemento comune: il ruolo chiave della generazione Z.
I giovani non hanno preso l’iniziativa per puro spirito di rivolta, né tanto meno per capriccio. L’economia e il mercato del lavoro dei tre paesi versavano – e versano tuttora – in condizioni estremamente precarie.
In Sri Lanka una politica economica disastrosa ha costretto le autorità a bloccare l’importazione di beni non essenziali dall’estero e a razionare i beni di prima necessità, facendo cadere una grande fetta di popolazione in uno stato di povertà assoluta.
In Bangladesh negli ultimi anni la stagnazione degli stipendi e la crescita del costo della vita hanno logorato il potere d’acquisto dei cittadini, mentre dal 1972 i posti di lavoro disponibili nella pubblica amministrazione sono nettamente inferiori al numero di laureati. Questo a causa di una legge che riservava il 30% degli impieghi nel settore pubblico ai figli di chi ha combattuto per l’indipendenza del paese nel 1971.
In Nepal, infine, la disoccupazione giovanile arriva a toccare il 21%, costringendo moltissimi ragazzi ad abbandonare le proprie case per cercare fortuna all’estero; e allo stesso tempo circa l’80% della popolazione vive nelle campagne in condizioni di estrema povertà.
Dietro lo scoppio delle proteste non c’è solo una situazione economica disastrosa, ma anche una gestione politica caratterizzata da corruzione dilagante, nepotismo e repressione.
La dinastia politica dei Rajapaksas in Sri Lanka, il governo autoritario di Sheik Hasina in Bangladesh e gli 8 esecutivi succedutisi in Nepal negli ultimi 10 anni si sono dedicati più all’arricchimento personale che alla crescita dei rispettivi paesi, provocando nei cittadini una crescente frustrazione. Frustrazione che è inizialmente sfociata in proteste pacifiche e solo in seguito, a causa della dura repressione che ha causato numerosi morti, in manifestazioni violente.
In Nepal, la lunga serie di manifestazioni contro la corruzione è iniziata il 9 marzo di quest’anno e inizialmente i maggiori protagonisti erano i nostalgici della monarchia, in cui vedevano un elemento di stabilità, e gli insegnanti, scontenti per la lenta approvazione del nuovo sistema scolastico.
La reazione delle autorità è stata fin da subito molto dura, già nel primo mese di scontri si sono registrati 3 vittime e 125 feriti e nei mesi successivi il numero ha continuato a crescere, alimentando la rabbia dei manifestanti e aumentando la partecipazione dei cittadini, la maggior parte dei quali erano stati fino ad allora ai margini della vita politica.
I giovani hanno fin da subito partecipato con entusiasmo al Movimento anticorruzione. Da anni, difatti, notavano sui social network, i cosiddetti Nepo babies, ovvero i figli dei politici che stavano impoverendo la loro nazione, sfoggiare vestiti di marca, oggetti lussuosi e partecipare a feste in location da sogno.
Oltraggiati da questo comportamento, i giovani nepalesi non solo sono scesi in piazza, ma hanno cominciato a organizzarsi e coordinarsi online, partecipando a discussioni pubbliche su Discord e creando contenuti contro la corruzione e i nepo babies tramite le piattaforme AI e diffondendoli su TiKTok, allargando così la protesta anche online.
Il governo, intanto, da mesi era in guerra contro i social network, rei di permettere la divulgazione di fake news pericolose.
Era per questo arrivato a lanciare un ultimatum: o le piattaforme avrebbero accettato di registrarsi in Nepal e di controllare e bloccare la diffusione delle notizie false, oppure sarebbero state oscurate. La maggior parte delle piattaforme ha rifiutato di soddisfare tali richieste, con l’eccezione di Tiktok e Viber, costringendo l’esecutivo a far seguito alle proprie minacce. Proprio l’oscuramento dei social annunciato il 4 settembre è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Convinti che il ban nei confronti delle piattaforme fosse solo un modo per imbavagliarli, i giovani sono scesi in piazza, e aizzati dalla polizia che li bersagliava con cannoni ad acqua, lacrimogeni e proiettili ad altezza uomo, hanno assalito il parlamento, i palazzi governativi e le lussuose residenze private dei politici.
Ormai con le spalle al muro, l’8 settembre il governo del Primo Ministro K. P. Sharma Oli ha presentato in massa le dimissioni e lo stesso Oli è fuggito a Dubai consegnando di fatto la nazione ai rivoltosi.
Ma la generazione Z non si è limitata a distruggere. Una volta vinta la loro battaglia i giovani sono tornati su Discord per decidere a chi affidare il nuovo governo. Il nome più condiviso era quello del sindaco di Kathmandu, Balendra Shah, voce fuori dal coro della politica nepalese, già popolarissimo a causa della sua carriera da rapper. Quest’ultimo, tuttavia, ha deciso di non accettare l’incarico, probabilmente per non «bruciarsi», rimanendo un nome papabile per le elezioni indette per marzo 2026. Al suo posto è stata scelta come Prima Ministra ad interim Sushila Karki, ex presidente della Corte Suprema, popolare tra i connazionali per le sue battaglie contro la corruzione.
In attesa di nuovi sviluppi viene spontaneo chiedersi se questo cambiamento sia destinato ad esser duraturo oppure solo un momentaneo sprazzo di luce.
Il governo provvisorio ha annunciato la creazione di una commissione per indagare le violenze della polizia contro i manifestanti, ma molto c’è ancora da fare e le riforme di carattere strutturale, soprattutto in campo economico, potrebbero richiedere diversi anni.
Nel frattempo, sul paese si allunga l’ombra dell’ingerenza straniera. Cina, India e Stati Uniti sono stati spesso accusati dai governi nepalesi di essere la causa dell’instabilità politica del paese e, anche volendo essere scettici nei confronti di queste dichiarazioni, è innegabile che sia il governo cinese che quello indiano abbiano degli interessi nel voler controllare il loro vicino. Gran parte della forza lavoro nepalese, infatti, approda in India e per i cinesi il Nepal è fondamentale per il controllo del Tibet. Gli USA, hanno di recente investito in Nepal 500 milioni di dollari, ufficialmente allo scopo di ampliare le reti energetiche e le infrastrutture stradali, ufficiosamente per contrastare l’analogo progetto cinese della «Nuova Via della Seta».
Al netto delle preoccupazioni rimane un dato, le nazioni del sud e del sud est asiatico sembrano star vivendo davvero una nuova «primavera». Guidati dai giovani della generazione Z sembrano essersi rinvigoriti, come dimostra l’incredibile ripresa economica dello Sri Lanka e la crescita esponenziale del Bangladesh. Tutto ciò fa ben sperare che anche il Nepal abbia la possibilità di lasciarsi dietro di sé nepotismo e corruzione, e che riesca a costruire un futuro radioso per la sua generazione più coraggiosa.
Anche l’occidente può imparare molto dai nuovi movimenti di protesta asiatici: la rinnovata partecipazione politica, l’unità sotto la bandiera della lotta alla corruzione e all’arricchimento di pochi a scapito di molti e l’utilizzo delle piattaforme social come luogo di discussione politica sono forse la chiave di volta che potrebbe portare la vecchia Europa fuori dal pantano in cui sembra essere sprofondata.

Lascia un commento