Con il tema della παιδεία (paideia), ossia l’educazione, il Festival della Filosofia ha attirato anche quest’anno nelle piazze del territorio modenese persone da tutta Italia, superando le 100 mila presenze in tutti e tre i giorni di attività nei comuni di Modena, Carpi e Sassuolo.
In particolare, tra i numerosi invitati, a conquistare il pubblico con la potenza dei loro discorsi sono stati tre tra i più grandi pensatori del nostro tempo: Massimo Recalcati, Umberto Galimberti e Massimo Cacciari.
La riflessione sull’educazione, intesa non solo come trasmissione di nozioni ma come formazione dell’essere umano, ha infatti trovato nelle lectiones magistrales di questi tre luminari della filosofia italiana delle prospettive, sebbene diverse, convergenti nel sottolineare l’urgenza di ripensare completamente il rapporto tra adulti e giovani, maestri e allievi.
Mentre Galimberti si è dedicato prevalentemente a una critica senza filtri del sistema scolastico italiano, Recalcati e Cacciari hanno focalizzato i loro interventi l’uno sulla figura del maestro, e l’altro su quella dell’allievo, tutti offrendo spunti per dei possibili cambiamenti.

La tesi sostenuta da Galimberti è che la scuola italiana si limita a fornire un’istruzione invece che un’educazione.
I termini, infatti, non sono sinonimi: se istruire significa meramente trasmettere un sapere nozionistico, educare significa accompagnare dei ragazzi che si trovano ad oscillare, nella delicata età evolutiva, «tra entusiasmi vertiginosi e depressioni abissali», fornendo loro gli strumenti per rapportarsi alla realtà.
Questa educazione, per il professore, è da scandirsi in tre tappe, riassumibili in tre parole: pulsioni, istituzioni e sentimenti. Per il filosofo, infatti, è proprio la dimensione pulsionale a caratterizzare l’essere umano in quanto tale e a distinguerlo dagli animali, che sono invece dotati di istinto; ed è proprio a causa di questa mancanza di schemi mentali istintivi innati che sono necessarie delle istituzioni, le quali assolvono il compito di fare acquisire ai giovani delle mappe cognitive che diano ordine alle loro pulsioni, altrimenti irrefrenabili. Infine, è fondamentale insegnare ai giovani la letteratura, cosicché, trovando in essa rappresentazioni di tutti i sentimenti in tutte le loro sfaccettature, possano sviluppare anche delle mappe emotive che permettano loro, qualora capiti il dolore, di rapportarsi ad esso con razionalità.
E perché ciò possa realizzarsi, conclude Galimberti, servono investimenti maggiori nel sistema scolastico ed educativo, buoni insegnanti, stipendi più alti, classi più piccole, e una scuola che non deleghi alla mera istruzione e burocrazia il ben più impegnativo compito di educare. Difficile? Indubbiamente. Ma ancora più difficile convivere con le conseguenze del sistema attuale, che sta annientando i giovani riducendoli a forza lavoro, precaria e da sfruttare, quando, in realtà, la loro potenza generatrice ed ideativa dovrebbero costituire proprio il centro della società stessa.

Ben ci si collega così, attraverso la riflessione sulla potenza dei giovani, alla lezione di Cacciari, dedicata, per l’appunto, a una lode del παίς (pais), il fanciullo nonché allievo.Il punto radicale su cui ha insistito Cacciari, infatti, è che il παίς (pais) non è un individuo incompleto, bensì un soggetto molto potente, il quale, come ricorda la lirica greca, conserva dentro di sé l’energia arcaica di Έρως (Eros), Amore.
Si tratta di quell’entusiasmo tipico giovanile, quell’euforia, quel non stare nella propria pelle: e tutta questa potenza, per il filosofo, non è da inibire e reprimere, come spesso invece sta facendo l’insegnamento attuale, ma è solo da accompagnare.
Ciò che dovrebbe fare il maestro è proprio tenere conto di questa potenza erotica dei giovani che ha di fronte, e lasciarli «giocare» (dal verbo παίζειν — paizein, derivato di παίς — pais), sotto la sua supervisione, al gioco della vita, senza fornire loro delle regole e un ordine già dati, ma permettendo loro di inaugurarne dei nuovi.
Come si racconta in un famoso frammento di Parmenide, è proprio un παίς (pais) — che nell’opera va sotto l’appellativo sinonimo di κούρος (kyros) — a rivolgersi alla dea perché gli venga insegnata l’αλήθεια (aletheia), la verità: occorre infatti avere quello θυμός (thymos), quell’animo del giovane, per passare dalle tenebre alla luce, occorre ardire, osando tutto, ponendo in gioco la propria vita per il desiderio del vero.

Con tale desiderio tipico del giovane si può passare all’intervento di Recalcati, che fa del maestro colui che trasmette il desiderio di sapere ai propri allievi.
Per lo psicoanalista, benché la scuola abbia prevalentemente assunto la connotazione di un grigio dispositivo che soffoca il desiderio con la burocrazia e un piatto sistema di valutazioni, in essa si può trovare ancora un luogo di fondamentale importanza, dove gli studenti possono fare «l’incontro con la parola del maestro».
Recalcati prosegue quindi fornendo tre ritratti della figura del maestro, per meglio esplicitare in che cosa consiste l’incontro con quest’ultimo. In primis abbiamo il maestro luce, il cui compito è quello di illuminare la strada agli allievi in difficoltà, rendendo comprensibile attraverso la virtù della chiarezza anche ciò che allo studente appariva completamente impossibile, senza tuttavia svelare tutto: per stimolare il desiderio del sapere è importante infatti lasciare dei vuoti, così che lo studente possa fare del mur (muro) conoscitivo con cui si trova a confrontarsi, un a‑mur (amore). Di matrice simile è anche il secondo ritratto, quello del maestro fuoco, che prende spunto da un famoso episodio del Simposio: al presentarsi di un giovane Agatone agognante di conoscenza, Socrate, per rendere possibile l’amore per il sapere di cui prima, invece di «versarglielo» in testa come in un contenitore vuoto, lo stimola a diventare un amante del sapere, affinché possa acquisirlo egli stesso. Questo perché l’apprendimento non avviene tanto attraverso una scala lineare e progressiva univocamente verso l’alto, ma piuttosto attraverso «l’incontro con qualcosa che brucia», come errori, passi indietro, frustrazioni e fallimenti. È qui che trova spazio anche l’ultimo ritratto, il ritratto del maestro onda, che, nello spingere l’allievo a confrontarsi con le proprie difficoltà e i propri limiti, gli permette di imparare a «nuotare» da solo in quello che è il mare imprevedibile e impetuoso della ricerca del sapere. Imitare e basta gli insegnamenti del maestro, infatti, non basta: serve che l’allievo, dopo aver acquisito le nozioni tecnico teoriche, venga «spinto verso l’onda», cosicché possa, nello staccarsi dal maestro, continuare ad affidarsi ai suoi insegnamenti, iniziando a sua volta a «camminare sulle acque», come Pietro aveva fatto sotto invito di Gesù.
È proprio questo il punto che lega, al di là delle differenze, le tre prospettive emerse al Festival: i giovani non come «disagio della civiltà», ma come la risorsa più potente di cui disponiamo. Se la scuola e le istituzioni tendono a ridurli a forza lavoro precaria, a numeri da valutare, a contenitori vuoti da riempire, la sfida lanciata da Galimberti, Cacciari e Recalcati è invece quella di riconoscerne, grazie a degli insegnanti competenti a livello non solo istruttivo ma anche educativo, la potenza generativa, l’Έρως (eros) che li abita, il desiderio che li muove.
In una società che sembra aver smarrito il futuro, la παιδεία (paideia) torna così ad essere un compito urgente: non addomesticare, ma accompagnare; non spegnere, ma accendere; non fornire mappe già tracciate, ma aiutare a inventarne di nuove.
Forse l’eredità più autentica che questo Festival ci consegna, dunque, è proprio questa: l’educazione non come imposizione di un modello adulto, ma come incontro tra generazioni, in cui il maestro impara a sua volta dall’allievo e il giovane diventa, davvero, colui a cui affidare il mondo.

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