The Bomb In The Basement: l’arsenale nucleare israeliano

Rac­co­glie­re infor­ma­zio­ni atten­di­bi­li e vero­si­mi­li sull’arsenale nuclea­re israe­lia­no è piut­to­sto dif­fi­ci­le, data la poli­ti­ca di ambi­gui­tà e segre­tez­za adot­ta­ta dal gover­no israe­lia­no. Fon­ti uffi­cia­li non esi­sto­no, e, con­si­de­ran­do la tota­le assen­za di tra­spa­ren­za sul tema, è plau­si­bi­le che anche il dibat­ti­to in lin­gua ebrai­ca sia limi­ta­to. Tut­ta­via, esi­sto­no alcu­ni arti­co­li redat­ti da Louis René Beres, un pro­fes­so­re sta­tu­ni­ten­se, pub­bli­ca­ti da gior­na­li e think tank israe­lia­ni nei qua­li si discu­te del­la dot­tri­na nuclea­re del pae­se. Beres è sta­to uno dei mem­bri di Pro­ject Daniel, un’iniziativa di con­su­len­za per con­si­glia­re il pri­mo mini­stro Ariel Sha­ron sul­le pos­si­bi­li futu­re minac­ce esi­sten­zia­li per lo sta­to ebrai­co; seb­be­ne ciò non rap­pre­sen­ti una garan­zia asso­lu­ta sul­la veri­di­ci­tà del­le infor­ma­zio­ni da lui for­ni­te, que­ste fon­ti pos­so­no per­met­te­re di pre­sup­po­re alcu­ne linee mol­to gene­ra­li sul pen­sie­ro nuclea­re israe­lia­no. Nel­le righe seguen­ti saran­no ana­liz­za­te la poli­ti­ca di ambi­gui­tà, le pre­sun­te capa­ci­tà e la pos­si­bi­le dottrina.

La politica di ambiguità nucleare israeliana (amimut) è il risultato di pressioni esterne e scelte interne risalenti alla Guerra Fredda. Il programma nucleare fu avviato dal primo ministro Ben Gurion nella metà degli anni Cinquanta; inizialmente, il progetto incontrò una notevole opposizione interna da parte di altri ministri e membri del partito socialista che temevano ripercussioni negative per i rapporti con i paesi occidentali, specie con gli Stati Uniti, il cui sforzo per prevenire la proliferazione nucleare andava crescendo, e che non avrebbe nemmeno servito la sicurezza del paese, dato che l’Unione Sovietica avrebbe potuto fornire garanzie ai paesi arabi o, peggio ancora, trasferire direttamente armi nucleari a questi ultimi. 

Tut­ta­via, la neces­si­tà di con­tra­sta­re la supe­rio­ri­tà nume­ri­ca ara­ba e i sospet­ti che l’Egitto stes­se svi­lup­pan­do armi di distru­zio­ne di mas­sa spin­se­ro a pro­se­gui­re sul­la via dell’atomica. L’intelligence ame­ri­ca­na già nel 1958 era con­vin­ta che il pro­gram­ma nuclea­re israe­lia­no aves­se fina­li­tà non paci­fi­che, ma sot­to la pre­si­den­za Eise­n­ho­wer non vi fu alcu­na pres­sio­ne diplo­ma­ti­ca degna di nota. Con Ken­ne­dy le cose sem­bra­ro­no cam­bia­re, ma nem­me­no lui era seria­men­te inten­zio­na­to ad apri­re una frat­tu­ra pro­fon­da con un pae­se la cui impor­tan­za stra­te­gi­ca anda­va cre­scen­do e che gode­va di ampia sim­pa­tia nel Con­gres­so. In un incon­tro tra Ken­ne­dy e Ben Gurion nel 1961, quest’ultimo negò la volon­tà israe­lia­na di voler acqui­si­re armi nuclea­ri. In un suc­ces­si­vo bila­te­ra­le, il vice­mi­ni­stro del­la dife­sa israe­lia­no Shi­mon Peres, incal­za­to da Ken­ne­dy, affer­mò che gli israe­lia­ni non avreb­be­ro intro­dot­to armi nuclea­ri in Medio Orien­te, e sicu­ra­men­te non sareb­be­ro sta­ti i pri­mi a far­lo, gio­can­do sul­la defi­ni­zio­ne di “intro­du­zio­ne”: gli israe­lia­ni rite­ne­va­no neces­sa­rio testa­re armi nuclea­ri o dichia­rar­ne pub­bli­ca­men­te il pos­ses­so per poter affer­ma­re di aver­le intro­dot­te, men­tre per gli sta­tu­ni­ten­si era suf­fi­cien­te pos­se­der­le. Que­sta defi­ni­zio­ne pose la base dell’intesa infor­ma­le svi­lup­pa­ta­si tra i due pae­si negli anni suc­ces­si­vi. La pre­si­den­za John­son fu meno pre­men­te: gli Sta­ti Uni­ti accet­ta­ro­no di tol­le­ra­re la capa­ci­tà nuclea­re di Tel Aviv pur­ché que­sta non venis­se divul­ga­ta, dato che ciò avreb­be potu­to riper­cuo­ter­si sul­la sta­bi­li­tà del­la regio­ne, oltre che dan­neg­gia­re le ini­zia­ti­ve ame­ri­ca­ne di non-pro­li­fe­ra­zio­ne in Medio Orien­te e altro­ve. Que­sta inte­sa ven­ne con­so­li­da­ta defi­ni­ti­va­men­te dal­la suc­ces­si­va ammi­ni­stra­zio­ne Nixon. 

A seguito dei diversi successi militari e diplomatici, la percezione israeliana della minaccia araba si ridusse, sopprimendo la necessità di rendere pubblico l’arsenale (divulgandolo, lo stato ebraico avrebbe potuto godere, almeno in teoria, di una deterrenza più solida); da allora, la politica di ambiguità nucleare è sopravvissuta fino ad oggi con l’ampio supporto degli apparati di sicurezza israeliani, ed, esclusi cambiamenti repentini nella regione, come l’introduzione di armi nucleari da parte di un altro stato (possibilità che Israele tenta di contrastare in ogni modo, come osservato a giugno di quest’anno) o l’indebolimento del rapporto bilaterale con gli Stati Uniti, è destinata a persistere. 

Esa­mi­na­to l’aspetto più carat­te­ri­sti­co del­la poli­ti­ca nuclea­re israe­lia­na, si può pas­sa­re alla descri­zio­ne del­le capa­ci­tà e del­la dot­tri­na. Le sti­me sul­le dimen­sio­ni e sul­la diver­si­tà dell’arsenale israe­lia­no sono mol­to diver­se: stan­do ai rap­por­ti del SIPRI e del­la Fede­ra­tion of Ame­ri­can Scien­tists, que­sto con­si­ste­reb­be di cir­ca 90–100 ordi­gni a fis­sio­ne che pos­so­no esse­re por­ta­ti a desti­na­zio­ne da bom­be aeree e mis­si­li da cro­cie­ra Popeye mon­ta­ti su aerei mul­ti­ruo­lo F‑16 o F‑15 (in futu­ro for­se anche F‑35), dai mis­si­li bali­sti­ci Jeri­cho II e III, e da mis­si­li da cro­cie­ra lan­cia­ti da sot­to­ma­ri­ni. Il mis­si­le da cro­cie­ra avio­lan­cia­to Popeye è di ori­gi­ne israe­lia­na; uffi­cial­men­te può allog­gia­re solo testa­te con­ven­zio­na­li, ma si spe­cu­la dell’esistenza di un model­lo deno­mi­na­to Popeye Tur­bo che rico­pre un ruo­lo nuclea­re, con una git­ta­ta di oltre 200 chi­lo­me­tri. Un’altra ver­sio­ne del Popeye con un rag­gio di oltre 1000 chi­lo­me­tri sareb­be imbar­ca­ta sui sot­to­ma­ri­ni; la mari­na israe­lia­na dispo­ne di 5 bat­tel­li clas­se Dol­phin (3) e Tanin (2) di fab­bri­ca­zio­ne tede­sca che ope­ra­no dal­la base nava­le di Hai­fa, con un sesto in cor­so di alle­sti­men­to. In aggiun­ta, nel 2022 un accor­do è sta­to con­clu­so con la Ger­ma­nia per la for­ni­tu­ra di 3 nuo­vi sot­to­ma­ri­ni clas­se Dakar, per rim­piaz­za­re i model­li più obso­le­ti. La fami­glia di mis­si­li Jeri­cho è di ori­gi­ne israe­lia­na; si trat­ta di mis­si­li bali­sti­ci mobi­li (non schie­ra­ti all’interno di sili) che pos­so­no esse­re tra­spor­ta­ti e lan­cia­ti da auto­car­ri spe­cia­liz­za­ti (TEL, Trans­por­ter Erec­tor Laun­cher). Sono con­ser­va­ti nel­la base di Sdot Micha, che stan­do ad imma­gi­ni satel­li­ta­ri com­mer­cia­li pre­sen­ta alme­no 23 bun­ker in gra­do di allog­gia­re il neces­sa­rio per pre­pa­ra­re il com­ples­so mis­si­le-TEL all’azione; le testa­te nuclea­ri sareb­be­ro stoc­ca­te sepa­ra­ta­men­te. La git­ta­ta dei Jeri­cho II oscil­le­reb­be tra i 1300–1500 chi­lo­me­tri fino a 3500, men­tre quel­la del model­lo III supe­re­reb­be i 4000. Israe­le dispor­reb­be di cir­ca 50 Jeri­cho, che in caso di cri­si ver­reb­be­ro disper­si sul ter­ri­to­rio per rag­giun­ge­re i siti di lan­cio asse­gna­ti, ren­den­do­li meno vul­ne­ra­bi­li ad even­tua­li attac­chi nemi­ci. Altre fon­ti ripor­ta­no un arse­na­le mol­to più nume­ro­so (fino a 400 ordi­gni) e varie­ga­to, con nume­ro­se armi nuclea­ri “tat­ti­che” (mine, pro­iet­ti­li di arti­glie­ria), ma l’evidenza per que­sto tipo di ipo­te­si è scar­sa se si ese­guo­no del­le sti­me par­ten­do dal­la quan­ti­tà di mate­ria­le fis­si­le vero­si­mil­men­te pro­dot­ta dall’impianto di Dimo­na. Secon­do una mail dell’ex Segre­ta­rio di Sta­to sta­tu­ni­ten­se Colin Powell tra­pe­la­ta al pub­bli­co, Israe­le dispor­reb­be di 200 testa­te nuclea­ri; tut­ta­via, potreb­be trat­tar­si di un’esagerazione.

Con­si­de­ran­do i dati appe­na ana­liz­za­ti, si può pre­sup­po­re che l’arsenale israe­lia­no sia pura­men­te uno stru­men­to di deter­ren­za, con­ce­pi­to con lo sco­po di pre­ve­ni­re la rea­liz­za­zio­ne di sce­na­ri cata­stro­fi­ci per Israe­le attra­ver­so la minac­cia di una mas­sic­cia sal­va nuclea­re ver­so i cen­tri poli­ti­ci, eco­no­mi­ci e demo­gra­fi­ci del nemi­co; è impro­ba­bi­le che sia pen­sa­to anche per fun­zio­ni di war­fighting (l’impiego di armi nuclea­ri sul cam­po di bat­ta­glia per rag­giun­ge­re obiet­ti­vi mili­ta­ri, diver­so dal­la deter­ren­za, il cui eser­ci­zio mira a per­se­gui­re un risul­ta­to poli­ti­co, ovve­ro la pre­ven­zio­ne del­la guer­ra). Per con­clu­de­re, si può rite­ne­re con una cer­ta con­fi­den­za che la dot­tri­na nuclea­re israe­lia­na sia simi­le a quel­la di altri sta­ti dota­ti di un mode­sto arse­na­le, le qua­li pre­ve­do­no un impie­go indi­scri­mi­na­to del­la for­za per mas­si­miz­za­re i dan­ni, e che non nascon­da nul­la di par­ti­co­lar­men­te sini­stro o ecce­zio­na­le; even­tua­li rive­la­zio­ni, anche per vie uffi­cia­li, non por­te­reb­be­ro ad alcu­na sco­per­ta scioccante.

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Paolo Bassanelli

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