Dai bandi MAECI-Israele, al caso della Reichman University, fino alla gestione del sistema bibliotecario affidata alla società israeliana Ex Libris: dopo le gravi violazioni dei diritti umani a Gaza, il dibattito sul boicottaggio accademico prende sempre più piede all’Università Statale di Milano. Il Coordinamento Unimi per la Palestina, nato nel 2024, riunisce docenti, ricercatori e studenti contro la complicità dell’ateneo nei progetti legati all’industria bellica e promuove la costruzione di una rete universitaria solidale con la Palestina. Tra accordi congelati e la crescente attenzione al tema del Dual Use, può l’università rimanere neutrale di fronte a un massacro?
BDS sta per movimento internazionale nonviolento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni. Nasce nel 2005 e agisce contro le politiche di colonialismo, occupazione e apartheid portate avanti da Israele. Il 26 Settembre alla Statale di Milano durante l’incontro intitolato From economy of occupation to economy of Genocide si è parlato proprio del BDS e di come un movimento di questo tipo possa declinarsi all’interno dell’università.
L’incontro è stato promosso da un’associazione universitaria non molto conosciuta: Coordinamento Unimi per la Palestina. Ne fanno parte docenti, ricercatori e ricercatrici, assegnisti, dottorandi, studenti e personale tecnico, amministrativo e bibliotecario dell’Università Statale di Milano che si sono mobilitati e organizzati in risposta alle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele in Palestina a partire da quel 7 ottobre.
Durante l’incontro, Laura Giovinazzi, ricercatrice e membro del Coordinamento, ha citato un documento fondamentale per comprendere il significato e la necessità del boicottaggio accademico: un testo elaborato dal Trinity College e incentrato sul tema della Responsabilità Internazionale dell’Università. Con questa espressione si intende l’insieme delle azioni e delle relazioni che si attivano quando uno Stato commette un illecito, secondo quanto stabilito dal diritto internazionale.
L’università, in quanto istituzione pubblica e parte integrante della società, condivide le responsabilità dello Stato a cui appartiene: la sua natura pubblica non le permette di sottrarsi agli obblighi che ne derivano. Nel documento del Trinity si evidenzia infatti come gli obblighi internazionali dello Stato irlandese siano vincolanti anche per le sue università. In questa prospettiva, le istituzioni accademiche possono essere chiamate a rispondere della promozione di discorsi bellici e delle partnership con università o aziende israeliane.
Un esempio concreto di boicottaggio accademico, tutt’ora al centro del dibattito, riguarda i bandi MAECI-Israele promossi dal Ministero degli Affari Esteri tramite la Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese in collaborazione con la Israel Innovation Authority.
Questi bandi, la cui finalità dichiarata è quella di «creare ponti di ricerca bilaterale per la promozione del sistema paese», finanziano in realtà progetti che coinvolgono aziende israeliane attive nel settore bellico, ponendo quesiti non solo sulla responsabilità delle istituzioni accademiche, ma anche sulla presunta neutralità della ricerca. A febbraio 2024, numerose università italiane, da Torino a Bologna fino a Napoli, avevano protestato con forza a favore della chiusura dei rapporti bilaterali di ricerca con Israele, identificando nel bando MAECI il simbolo di una cooperazione considerata incompatibile con i principi etici e le finalità accademiche.
In questo contesto di mobilitazione, a giugno 2024, anche l’Università Statale di Milano è stata coinvolta nelle proteste, questa volta per l’accordo di collaborazione con la Reichman University, un ateneo privato con sede a Herzliya, orientato alla produzione di conoscenze e pratiche militari e noto per la presenza, tra i suoi studenti, di numerosi membri delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
A seguito della mobilitazione dell’Intifada studentesca e, in particolare, grazie alla redazione di un report promosso da varie realtà, tra cui il Coordinamento Unimi per la Palestina, la rettrice Marina Brambilla ha annunciato, nell’ottobre 2024, il congelamento degli accordi con l’ateneo israeliano. Tale decisione, tuttavia, non è coincisa con la recessione formale dell’accordo di mobilità, previsto fino alla fine del 2027.
Quella che gli studenti hanno definito una vittoria storica ha sicuramente rappresentato un momento significativo nel percorso della contestazione universitaria, ma è rimasta una vittoria parziale dal momento che non ha segnato la totale interruzione dei rapporti fra i due istituti.
Degli accordi di collaborazione con la Reichman University, e più in generale di come funziona il boicottaggio accademico, ne abbiamo parlato con un rappresentante sindacale e referente dell’associazione Coordinamento Unimi per la Palestina, in occasione dell’Assemblea pubblica per la Palestina tenutasi il 30 Settembre in Festa del Perdono.
Come è stato redatto il Report sulla collaborazione tra l’Università Statale di Milano e la Reichman University? Perché non è mai stato pubblicato?
«Si tratta di un report nato dalla collaborazione tra il Coordinamento Unimi per la Palestina e altre realtà studentesche. Il lavoro è partito da Link – Coordinamento Universitario (organizzazione universitaria indipendente a orientamento sindacale), ed è stato poi utilizzato all’interno di una commissione del Senato accademico, chiamata a prendere una decisione sui rapporti con la Reichman University. All’epoca il rettore della Statale era ancora Elio Franzini, che ha rifiutato di procedere con il congelamento dell’accordo. A ottobre, con l’arrivo della nuova rettrice Marina Brambilla, l’accordo di collaborazione è stato invece sospeso. Il report non è stato pubblicato perché frutto del lavoro di più realtà e di un’indagine condotta su pagine pubbliche: il sito istituzionale dell’università Reichman e i profili social degli studenti dell’ateneo impegnati nella Striscia di Gaza come soldati».
Durante l’Assemblea per la Palestina è stata nominata una società: Ex Libris. Che cosa ha a che fare con il boicottaggio in Statale?
«Ex Libris è una società israeliana a cui è affidata la gestione di Alma, l’applicativo usato per il sistema bibliotecario dell’università. È un software leader a livello mondiale e nel 2019 il nostro Ateneo è passato a questo sistema. Da allora i costi sono aumentati del 600%, passando da 50 mila euro all’anno a 300 mila. Il rappresentante dei lavoratori nel Consiglio di amministrazione dell’Università denuncia questa situazione da anni. Ovviamente è una scelta politica: solo con una decisione degli organi di governo si può davvero svincolarsi da un legame di questo tipo».
Fondata a Gerusalemme nel 1986, Ex Libris Group, oggi parte del gruppo statunitense Clarivate, è specializzata in software per biblioteche e gestione digitale della conoscenza. Tra i suoi prodotti, la piattaforma Alma è il sistema più diffuso al mondo: si occupa del prestito, della catalogazione e delle acquisizioni. Non è utilizzato solo dal nostro ateneo ma da migliaia di istituzioni accademiche, in Italia e in Europa. Ex Libris ha sede nel Malha Technology Park, costruito sull’area dell’ex villaggio palestinese al-Maliha, uno dei più di 500 villaggi “ripuliti etnicamente” durante la Nakba del 1948. Come ha scritto Maria Teresa Carbone su il manifesto, «è lì che la presenza di un gigante dei servizi bibliotecari appare tragicamente paradossale»; un luogo che ospitava una comunità palestinese oggi è la sede di una multinazionale leader nei sistemi bibliotecari digitali.
Come spiega il referente, tuttavia, «rifiutarsi di usare un applicativo che gestisce letteralmente l’intero sistema bibliotecario sarebbe una scelta di boicottaggio troppo radicale».
«Invece, quello che si può fare – e che facciamo – è segnalare i casi problematici. Quando al COSP – l’ufficio che si occupa dell’attivazione dei tirocini – arriva la richiesta di uno studente con legami con un’azienda italiana attiva nella produzione e vendita di armi anche verso Israele, i colleghi possono decidere di rivolgersi direttamente alla rettrice, spiegando di non volere accettare questo tipo di collaborazioni».
Sono proprio episodi come questi a far emergere con sempre maggiore urgenza la necessità di dotare l’Ateneo di strumenti normativi concreti che vadano a regolamentare i rapporti con enti e progetti legati all’industria bellica.
Il referente infatti ci racconta che «il senato accademico, su proposta della rettrice, e accogliendo le istanze provenienti da varie realtà studentesche, si sta prodigando per discutere e approvare un regolamento sul Dual Use».
Il termine Dual Use ricorre spesso quando si parla di etica della ricerca. Può spiegarci che cosa significa e in che modo riguarda il mondo accademico?
«È un tema destinato a diventare sempre più attuale a livello europeo. Horizon Europe è uno dei principali programmi di finanziamento della ricerca, e ormai il grosso dei fondi che arrivano agli atenei pubblici deriva proprio dai finanziamenti europei. Da tempo si discute della possibilità di definire in anticipo i rischi di una ricerca scientifica che possa essere utilizzata in modo duale, cioè sia per scopi civili che per impieghi militari. Al momento la normativa europea lo vieta, ma esistono forti pressioni da parte delle lobby industriali per modificare il prossimo programma settennale, introducendo la possibilità parziale del Dual Use. In assenza di un regolamento chiaro, i singoli atenei rischiano di ritrovarsi coinvolti in progetti di ricerca ambigui, come nel caso dei bandi MAECI-Israele, attorno ai quali si è formata una rete nazionale – la RUP, Ricerca Universitaria per la Palestina – di cui fa parte anche il nostro Coordinamento. Un esempio concreto è quello di un progetto di ricerca sul sistema idrico in Cisgiordania: in quell’area, l’acqua viene sistematicamente sottratta ai palestinesi dai coloni israeliani. Una ricerca che, almeno in apparenza, mira a studiare l’ottimizzazione delle risorse idriche può dunque avere un uso duale, contribuendo indirettamente al mantenimento dell’occupazione».
Horizon Europe (2021–2027) è l’attuale Programma Quadro della ricerca dell’Unione Europea, con una dotazione di oltre 95 miliardi di euro. Dal 2021 anche Israele vi partecipa come Paese associato e le sue aziende hanno ottenuto da allora 1,1 miliardi di euro di finanziamenti. Ekaterina Zaharieva – commissario europeo per la ricerca e l’innovazione – ha dichiarato che tutti i settori del prossimo programma Horizon Europe (2028–2034) potrebbero venir aperti al dual use. Questa decisione rappresenta un chiaro passo verso l’istituzionalizzazione – e la normalizzazione – della ricerca con applicazioni militari.
Il Dual Use riguarda da vicino chi ha scelto di fare della ricerca e della conoscenza il proprio lavoro. Come Coordinamento, che promuove una ricerca e un’attività universitaria consapevole, vi trovate spesso esposti a critiche o pressioni? E com’è oggi il vostro rapporto con la rettrice?
«Il nostro Coordinamento non ha mai avuto problemi diretti di questo tipo, anche se le istanze che portiamo avanti sono state spesso avversate. Alcuni membri – tra cui docenti e ricercatori – sono stati oggetto di articoli denigratori sui quotidiani, e io stesso, in Senato accademico, ho dovuto affrontare alcune difficoltà. Le nostre iniziative, però, non sono mai state ostacolate, nemmeno durante il rettorato di Franzini (ndr: l’ex rettore che aveva rifiutato il congelamento dell’accordo con la Reichman University). Abbiamo sempre difeso la nostra autonomia, e la rettrice sa perfettamente quali sono le nostre posizioni e il tipo di lavoro che facciamo e che continueremo a fare».

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