BookAdvisor, consigli di lettura di ottobre

Il 5 di ogni mese, 5 libri per tutti i gusti: BookAdvisor è la rubrica dove vi consigliamo ciò che ci è piaciuto di recente, tra novità e qualche riscoperta.


I ragaz­zi del­la Nic­kel, di Col­son Whi­te­head, Mon­da­do­ri, Mila­no, 2019 — Recen­sio­ne di Ali­ce Villa

Col­son Whi­te­head ci immer­ge pie­na­men­te nel­la Flo­ri­da degli anni ‘60, quan­do le paro­le del Dr. Mar­tin Luther King risuo­na­no nell’aria, annun­cian­do il cam­bia­men­to alle porte.

Ma non a Tal­la­has­see, dove la segre­ga­zio­ne regna sovra­na e i gio­va­ni cri­mi­na­li, col­pe­vo­li di rea­ti più o meno gra­vi – o solo di ave­re la pel­le del colo­re sba­glia­to – ven­go­no spe­di­ti alla Nic­kel: il rifor­ma­to­rio gio­va­ni­le, inspi­ra­to a una strut­tu­ra real­men­te esi­sti­ta, è un eco­si­ste­ma a sé stan­te nel qua­le gli sgar­ri si paga­no con la vita, gli abu­si sono all’ordine del gior­no e affron­ta­re i pre­po­ten­ti a testa alta non ti ren­de eroi­co, ma solo sciocco.

Il roman­zo segue la sto­ria del bril­lan­te licea­le Elwood Cur­tis e di come un col­po di sfor­tu­na lo fac­cia incap­pa­re nel cor­rot­to mon­do dell’Accademia del­la Nic­kel. Que­sto capo­la­vo­ro, vin­ci­to­re del pre­mio Puli­tzer per la Nar­ra­ti­va nel 2020, rapi­sce e lascia sen­za fia­to con i suoi com­mo­ven­ti col­pi di sce­na, men­tre decan­ta, rim­bal­zan­do tra i due estre­mi del­la vita del pro­ta­go­ni­sta, il valo­re del­la dignità.


Il loro gri­do è la mia voce. Poe­sie da Gaza, a cura di Anto­nio Boc­chin­fu­so, Mario Sol­dai­ni e Leo­nar­do Tosti, Fazi Edi­to­re, Roma, 2025 - Recen­sio­ne di Jes­si­ca Rodenghi

La rac­col­ta di poe­sie Il loro gri­do è la mia voce. Poe­sie da Gaza, cura­ta da Anto­nio Boc­chin­fu­so, Mario Sol­dai­ni e Leo­nar­do Tosti, si apre con una pre­fa­zio­ne di Ilan Pap­pé, sto­ri­co israe­lia­no anti­sio­ni­sta, che ricor­dai trau­mi che da sem­pre vive il popo­lo pale­sti­ne­se e affer­ma che «in Pale­sti­na si sia con­ti­nua­to a pro­dur­re poe­sia nei momen­ti sto­ri­ci peg­gio­ri». È così che la poe­sia diven­ta una testi­mo­nian­za neces­sa­ria.

La rac­col­ta con­tie­ne 32 poe­sie di die­ci voci pale­sti­ne­si come Hend Jou­dah, Ni’ma Has­san, You­sef Elqe­dra, Heba Abu Nada e Refaat Ala­reer, due dei qua­li sono sta­ti ucci­si duran­te il con­flit­to. I testi sono sta­ti scrit­ti prin­ci­pal­men­te dopo il 7 otto­bre 2023, quan­do il pia­no geno­ci­da di Israe­le si è fat­to sem­pre più evi­den­te. Le poe­sie sono pre­sen­ta­te con i testi ori­gi­na­li affian­ca­ti alle tra­du­zio­ni, dall’arabo e dall’inglese, una scel­ta for­ma­le impor­tan­te che per­met­te la coe­si­sten­za del­la poe­sia così com’è sta­ta pen­sa­ta dagli auto­ri, con i suo­ni e le caden­ze del­la lin­gua araba.

La vio­len­za e la per­di­ta si alter­na­no a momen­ti di spe­ran­za, resi­sten­za, memo­ria. Le poe­sie «sono a vol­te diret­te, altre vol­te meta­fo­ri­che, estre­ma­men­te con­ci­se o leg­ger­men­te tor­tuo­se» scri­ve Ilan Pap­pé, ma cari­che di una for­za che non lascia alcun dub­bio: la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se vive sot­to l’occupazione israe­lia­na da anni e ora è fini­ta nell’incubo che chia­mia­mo geno­ci­dio. Que­sta non è sol­tan­to una testi­mo­nian­za liri­ca, è anche un gesto con­cre­to. Per ogni copia ven­du­ta, Fazi Edi­to­re desti­na 5 euro a Emer­gen­cy, che ope­ra per l’assistenza sani­ta­ria nel­la Stri­scia di Gaza. Que­sto ren­de il libro un tas­sel­lo impor­tan­te nel­la resi­sten­za con­tro Israele.


Eroi sen­za glo­ria, di Fer­dia Len­non, NN Edi­to­re, Mila­no, 2024 - Recen­sio­ne di Car­mi­ne Catacchio

Per un bre­vis­si­mo istan­te sira­cu­sa­ni e ate­nie­si si sono fusi in un uni­co coro di dolo­re per que­sta finzione.

412 a.C., Sira­cu­sa ha appe­na trion­fa­to su Ate­ne, che duran­te la Guer­ra del Pelo­pon­ne­so ha com­piu­to una vio­len­ta e fal­li­men­ta­re spe­di­zio­ne in Sici­lia. Come puni­zio­ne, 7.000 ate­nie­si ven­go­no impri­gio­na­ti nel­le lato­mie, del­le cave a cie­lo aper­to sen­za ripa­ro dal sole e dal cal­do sici­lia­no. Ma, men­tre la polis sguaz­za nel­la super­bia, Lam­po e Gelo­ne, due vasai disoc­cu­pa­ti – di cui il secon­do appas­sio­na­to di tra­ge­dia – gira­no tra le fos­se chie­den­do ai pri­gio­nie­ri di reci­ta­re ver­si di Euri­pi­de in cam­bio di pane e oli­ve. Gelo­ne ha, infat­ti, un sogno irrea­liz­za­bi­le: alle­sti­re una tra­ge­dia pro­prio là dove stan­no avve­nen­do le più aspre cru­del­tà del­la guer­ra, con una com­pa­gnia com­po­sta esclu­si­va­men­te da pri­gio­nie­ri in catene.

Lam­po, nar­ra­to­re inter­no che aiu­te­rà l’amico, è però mos­so più da un desi­de­rio di riscat­to che da un’autentica pas­sio­ne let­te­ra­ria: la riscos­sa socia­le di un reiet­to, pove­ro, zop­po e inca­pa­ce per­si­no di par­te­ci­pa­re atti­va­men­te alla guer­ra, che cer­ca di tro­va­re il suo posto nel mon­do gra­zie al teatro.

Par­la­va di un tea­tro in una cava, gesti­to da vasai e bam­bi­ni, e di come lui e mol­ti altri pri­gio­nie­ri aves­se­ro avu­to cibo in cam­bio del­le paro­le del mae­stro. Quel­le bat­tu­te era­no vita per loro, ed era per que­sto che era lì.

Lo sco­po dell’arte, tut­ta­via, non è quel­lo di esse­re sfrut­ta­ta da un sin­go­lo per ele­var­si social­men­te ed eco­no­mi­ca­men­te, ma di tro­va­re un ter­re­no comu­ne con i pro­pri nemi­ci, sal­van­do la loro uma­ni­tà.


Io che non ho cono­sciu­to gli uomi­ni, di Jac­que­li­ne Har­p­man, Blac­kie Edi­to­re, Mila­no, 2024 — Recen­sio­ne di Camil­la Gommaraschi

Per parec­chio tem­po le gior­na­te si sono svol­te in modo simi­le. Poi ho comin­cia­to a pen­sa­re, e tut­to è cambiato

39 don­ne con nul­la in comu­ne si ritro­va­no improv­vi­sa­men­te all’interno di una gab­bia in un sot­ter­ra­neo, con qua­si nes­sun ricor­do del­la vita pas­sa­ta e igna­re di come sia­no fini­te lì. Insie­me a loro vi è una ragaz­zi­na, la qua­ran­te­si­ma pri­gio­nie­ra, chia­ma­ta sem­pli­ce­men­te «la pic­co­la», che nel­la sua vita non ha cono­sciu­to altro se non le pare­ti del­la sua cel­la, per que­sto non capi­sce i rife­ri­men­ti alla pos­si­bi­li­tà di una vita miglio­re e non ha mai cono­sciu­to i sen­ti­men­ti, ma soprat­tut­to, gli uomini.

La vita pro­se­gue in una quo­ti­dia­ni­tà sen­za tem­po, in cui tut­to è sem­pre ugua­le tran­ne l’alternarsi dei car­ce­rie­ri, che non pro­fe­ri­sco­no mai paro­la.  Un gior­no, suo­na una sire­na. Per una coin­ci­den­za qua­si astra­le le don­ne rie­sco­no a otte­ne­re le chia­vi del­la cel­la e a rag­giun­ge­re un mon­do ester­no che non ha nul­la in comu­ne con quel­lo che ave­va­no per­so, ini­zian­do a pere­gri­na­re, smar­ri­te, in una pia­nu­ra dove regna il nul­la più assoluto.

Io che non ho cono­sciu­to gli uomini è un roman­zo disto­pi­co, scrit­to dal­la psi­ca­na­li­sta fran­ce­se Jac­que­li­ne Har­p­man nel 1995 ma pub­bli­ca­to in Ita­lia solo nel 2024. Le vicen­de sono nar­ra­te sot­to for­ma di memoire scrit­to dal­la pic­co­la, in cui il rac­con­to dei fat­ti pas­sa in secon­do pia­no rispet­to alle doman­de esi­sten­zia­li. Gli inter­ro­ga­ti­vi si sus­se­guo­no uno dopo l’altro: per­ché sia­mo sul­la ter­ra? Cosa sono i sen­ti­men­ti? Cosa ci ren­de uma­ni in un mon­do in cui tut­to ciò che ci fa sen­ti­re tali ci vie­ne tol­to? L’io del­la pro­ta­go­ni­sta è l’elemento car­di­ne del roman­zo, nar­ra­to da una don­na che non sa nul­la del mon­do né di sé stes­sa, una don­na la cui uni­ca com­pa­gna è la soli­tu­di­ne tota­le, atte­nua­ta solo dal rumo­re dei suoi pensieri.

Har­p­man ci gui­da in un viag­gio intro­spet­ti­vo che, di fat­to, non por­ta a nul­la, se non a doman­de sen­za rispo­sta; allo stes­so tem­po, ci obbli­ga a met­te­re in dub­bio le nostre idee pre­con­cet­te, dal sen­so del­la vita al ruo­lo del­la donna.


I ritrat­ti­sti, di Lore­na Gal­lo, Il Con­vi­vio Edi­to­re, Roma, 2023 - Recen­sio­ne di Vivia­na Genovese

Rea ha vent’anni ed è una ragaz­za inquie­ta. Sogna di diven­ta­re scrit­tri­ce e ha la sen­sa­zio­ne costan­te che la vita che cono­sce non basti a pla­ca­re il fuo­co che la spin­ge a par­ti­re. Così lascia la casa dei geni­to­ri per scon­trar­si con la real­tà del­la Città.

Il roman­zo segue i suoi pas­si incer­ti, tra incon­tri che accen­do­no e delu­sio­ni che feri­sco­no, tra slan­ci improv­vi­si e momen­ti di stal­lo. La nar­ra­zio­ne alter­na la voce del­la pro­ta­go­ni­sta a uno sguar­do ester­no, che ne coglie i gesti, gli ecces­si e i silenzi.

Ogni pagi­na vede Rea muo­ver­si tra ami­ci­zie fra­gi­li, entu­sia­smi improv­vi­si e cadu­te bru­sche, attra­ver­sa­ta dal desi­de­rio di liber­tà e dal timo­re del­la soli­tu­di­ne, dal biso­gno di sen­tir­si nor­ma­le e dall’urgenza di distin­guer­si. Non è faci­le seguir­la tra gli alti e bas­si del­la sua esi­sten­za, ma pro­prio in que­sto sta il fasci­no del­la sua sto­ria: nell’insta­bi­li­tà di una gio­va­ne don­na che cer­ca la pro­pria direzione.

Lore­na Gal­lo non rispar­mia nul­la al let­to­re: ci si tro­va immer­si nei pen­sie­ri e nel­le inquie­tu­di­ni di Rea, nel suo oscil­la­re con­ti­nuo tra crol­li e spe­ran­ze.

I ritrat­ti­sti è un roman­zo inten­so e deli­ca­to, capa­ce di resti­tui­re il ritrat­to auten­ti­co di una gene­ra­zio­ne in bili­co. Una scrit­tu­ra che trat­tie­ne e spin­ge, come un respi­ro irre­go­la­re, e che non lascia scam­po: Rea resta impres­sa, con la sua osti­na­zio­ne e la sua fra­gi­li­tà. Un libro vivo, che sem­bra scri­ver­si sot­to gli occhi di chi legge.


Lars Von Trier. La luce oscu­ra, di Eli­sa Bat­ti­sti­ni, Biet­ti, Mila­no, 2025 - Recen­sio­ne di Giu­sep­pe Ciliberti

Quan­do si par­la di Lars von Trier si ten­de a descri­ver­lo come un regi­sta estre­mo, crea­to­re di film cer­vel­lo­ti­ci e noto per esse­re sta­to allon­ta­na­to dal Festi­val di Can­nes per un’infelice bat­tu­ta su Hitler. Per quan­to tut­to ciò sia vero, è ridut­ti­vo nei con­fron­ti di un auto­re del­la cui poe­ti­ca si è cer­ca­to in più occa­sio­ni di resti­tui­re la com­ples­si­tà. Eppu­re, solo l’uscita di La luce oscu­ra ha dato il la a una sua com­ple­ta rivalutazione.

Eli­sa Bat­ti­sti­ni redi­ge una trat­ta­zio­ne a tre­cen­to­ses­san­ta gra­di sul cinea­sta dane­se, cer­can­do moti­vi e temi ricor­ren­ti a par­ti­re dai cor­to­me­trag­gi del von Trier pre­a­do­le­scen­te, con lo sco­po di resti­tui­re digni­tà a un arti­sta che la cri­ti­ca ha spes­so sot­to­va­lu­ta­to. In que­sta mono­gra­fia emer­go­no soprat­tut­to i model­li del­la sua edu­ca­zio­ne cul­tu­ra­le da auto­di­dat­ta, che spa­zia da Tar­ko­v­skij e De Sade fino ai meno rico­no­sci­bi­li Dreyer e Berg­man (che pure il regi­sta ha sem­pre dichia­ra­to di ammi­ra­re), e vie­ne pre­so seria­men­te in con­si­de­ra­zio­ne il suo carat­te­re di spe­ri­men­ta­to­re in tut­ti gli aspet­ti filmici.

Smon­tan­do i fal­si miti del von Trier miso­gi­no e nazi­sta, l’analisi si rive­la neces­sa­ria­men­te par­zia­le, visto il poco spa­zio in cui l’autrice liqui­da le recen­sio­ni cri­ti­che sui film, eppu­re non assu­me mai i toni di un’apologia. Nono­stan­te le oltre 600 pagi­ne pos­sa­no spa­ven­ta­re, i sag­gi rie­sco­no a dare nuo­va luce ai film di un cinea­sta anco­ra trop­po bistrat­ta­to dai con­tem­po­ra­nei. Que­sto scru­po­lo­sis­si­mo lavo­ro di docu­men­ta­zio­ne cri­ti­ca si impo­ne come la più auto­re­vo­le ope­ra mono­gra­fi­ca sul regi­sta degli Idio­ti, imper­di­bi­le per i più acca­ni­ti appas­sio­na­ti di cinema.

 

Con­di­vi­di:
Jessica Rodenghi
Jes­si­ca, atti­va nel mon­do e nel­le socie­tà, per fare buo­na infor­ma­zio­ne dedi­ca­ta a tut­ti e tutte.
Alice Villa
Stu­den­tes­sa di Scien­ze Inter­na­zio­na­li, aman­te del­le sto­rie, vere o inven­ta­te che sia­no, e di tut­ti i modi in cui si pos­so­no raccontare.
Carmine Catacchio
Fac­cio let­te­re, mi piac­cio­no le interviste.
Camilla Gommaraschi
Stu­den­tes­sa di sto­ria curio­sa per natu­ra e con la testa sem­pre tra le pagi­ne: ado­ro leg­ge­re, rac­con­ta­re sto­rie e per­der­mi in nuo­vi mondi.
Viviana Genovese
Stu­den­tes­sa di Let­te­re Moder­ne e chiac­chie­ro­na per natu­ra. La curio­si­tà mi gui­da ver­so ciò che mi cir­con­da, e la paro­la scrit­ta è lo stru­men­to di espres­sio­ne che preferisco.
Nutro uno smi­su­ra­to amo­re per i viag­gi, il mare e l’ar­te in tut­te le sue for­me; ma amo anche esplo­ra­re nuo­vi mon­di attra­ver­so let­tu­re e film di ogni tipo, immer­gen­do­mi in diver­se real­tà e viven­do più vite.
Giuseppe Ciliberti
Stu­den­te di Let­te­re appas­sio­na­to di cine­ma, filo­so­fia e musica.

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